La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
In un precedente articolo, dedicato all’uccisione della guardia regia Vincenzo Nazzaro avvenuta il 22 settembre 1920, abbiamo descritto il clima di guerra civile instauratosi a Torino nel pomeriggio di quel giorno nell’ambito della occupazione delle fabbriche. Questa si svolge dal 1° al 30 settembre 1920 e in Italia coinvolge centinaia di stabilimenti e centinaia di migliaia di lavoratori: rappresenta il culmine di un periodo di agitazioni operaie e contadine, supportate dall’ideologia socialista e gli operai che le occupano, denominati “guardie rosse”, sono convinti che l’Armata Rossa presto arriverà a “liberare” l’Italia. Siamo nel “Biennio rosso” 1919-1920, caratterizzato da forte conflittualità sociale che si manifesta in Europa dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale. La conflittualità è elevata a Torino, una delle città italiane più industrializzate e con una consistente componente operaia.
Leggiamo un rapporto della Questura di Torino (1): «La situazione, che di giorno in giorno ebbe sempre più aggravarsi, nei dì 22 e 23 settembre, divenne addirittura criticissima e tale da assumere carattere prettamente rivoluzionario». Il rapporto descrive il ritrovamento nelle prime ore del mattino del 23 [settembre], in corso Novara, dei cadaveri del nazionalista Mario Sonzini e di Costantino Simula, agente di custodia delle carceri giudiziarie, massacrati dalle guardie rosse che li avevano catturati per poi così proseguire: «La stessa mattina del 23 [settembre], verso le ore 6.45 la regia guardia Santagata Luigi, mentre rientrava alla propria stazione di barriera Lanzo, veniva nei pressi della barriera omonima, fatta segno a numerosi colpi d’arma da fuoco, rimanendo gravemente ferita. In suo aiuto accorreva prontamente, dalla vicina stazione, una pattuglia di 12 uomini, che veniva a sua volta fatta bersaglio a numerosi colpi d’arma da fuoco, provenienti dai vicini stabilimenti. In tale circostanza, rimaneva uccisa per ferite alla tempia, l’altra regia guardia Crimi Mario, mentre il Santagata, raccolto dai compagni, e trasportato all’ospedale di S. Giovanni, decedeva poco dopo vittima del dovere.

Più tardi verso le ore 8.30 dalle officine di Savigliano veniva sparato, con fuoco nutrito, contro un camion di regie guardie destinate di rinforzo alla predetta caserma barriera di Lanzo. Anche in tale circostanza una regia guardia, tale Rizzo Salvatore, riportava ferita d’arma da fuoco guaribile in giorni 15, mentre un passante, il diciassettenne Albi [rectius Albrì] Secondo di Antonio, veniva, dal fuoco degli operai colpito con un proiettile al cranio talché, trasportato all’ospedale subito dopo moriva».
Al di là del burocratese, queste uccisioni, in particolare quella di Luigi Santagata vengono ad assumere un particolare aspetto perché del tutto ingiustificate da un punto di vista morale.
Per una precisa comprensione dei fatti è però necessario premettere una ricostruzione dei luoghi, il cui aspetto appare diverso da quello attuale. Siamo nella attuale piazza Baldissera, quando però la ferrovia per Milano proveniente da Porta Susa, non ancora interrata, era sul piano di campagna come pure la Stazione Dora. Questi binari potevano essere attraversati percorrendo un cavalcavia, in corrispondenza delle vie Pont e Stradella oppure con una passerella metallica, subito dopo la stazione, che immetteva nello stradale di Lanzo, l’attuale via Errico Giachino. La ferrovia per Ciriè e Lanzo incrociava quella Milano passandole al di sotto con un percorso in parte interrato.

Alle 6:30 del 23 settembre, le guardie regie Giuseppe Sirma, Antonio Lombardi e Luigi Santagata, dopo aver passata la notte in servizio al Commissariato Borgo Dora, stanno rientrando alla loro caserma della Barriera di Lanzo, in stradale di Lanzo 94 (corrispondente agli attuali civici 44 – 46 di via Stradella). Sirma e Lombardi sono in bicicletta, Santagata a piedi. Giunti di fronte alla stazione Dora, le due guardie in bicicletta proseguono per il cavalcavia, mentre Santagata, per percorrere meno strada, decide di oltrepassare la ferrovia sulla passerella. Brutta idea, che gli costerà la vita. Sui tetti delle vicine Officine di Savigliano stanno in vedetta diverse guardie rosse, le quali appena lo scorgono sulla passerella, iniziano a sparargli una scarica di fucilate. Tiratori maldestri, non lo colgono, ma lo obbligano a una fuga precipitosa lungo la passerella e giù per la gradinata che porta allo stradale di Lanzo. Sirma e Lombardi che lo osservano da lontano, notano la scena e subito accelerano la corsa per recarsi in caserma e chiedere soccorsi.
Santagata, giunto in stradale di Lanzo, vedendo che le fucilate non cessano e che le guardie rosse lo inseguono, non prosegue per la strada principale, ma scende per la scarpata della ferrovia Torino-Ciriè, lungo il binario che in quel tratto corre incassato fra due muraglioni, nella speranza di nascondersi e attendere un momento di diminuita vigilanza per raggiungere la sua caserma. Se avesse proseguito per lo stradale di Lanzo, forse sarebbe sfuggito ai suoi aggressori.
Due guardie rosse delle Officine di Savigliano notano la sua scomparsa e decidono di inseguirlo. Armati di moschetto, escono dallo stabilimento e si mettono sulle sue tracce. Non passano lungo la linea ferroviaria, ma prendono per via Stradella dove incontrano tre guardie rosse provenienti dalle Officine Elli e Zerboni di via del Ridotto. I cinque uomini non sanno – e non pensano – che Santagata sia lungo la ferrovia, ma alcune donne dalle finestre prospicienti forniscono loro con premura indicazioni sul rifugio dell’inseguito. Dopo averlo scoperto, le guardie rosse dei due stabilimenti lo prendono di mira a colpi di fucile e di rivoltella, il disgraziato cerca rifugio nella garitta n. 8 sul rettilineo del binario. Anche contro questo fragile riparo, sono tirati colpi di cui rimangono traccie sul legno. Santagata si affaccia alla porta della garitta agitando in alto le braccia in segno di resa. I colpi si ripetono e la guardia si abbatte ferita al suolo. Viene ancora colpito alla nuca da un colpo di bottiglia, gli sparano altri tre colpi di rivoltella a bruciapelo fra gli applausi di alcune donne presenti alla scena selvaggia. Qualcuno lo deruba della rivoltella d’ordinanza.
Il dottor Mario Savio, in visita di un malato in via Stradella, si affaccia al balcone della casa e, vedendo la guardia stesa a terra, scende con generosità in strada e, dopo essersi legato al braccio un fazzoletto della Croce Rossa, si avvicina al caduto per curarlo, malgrado l’atteggiamento minaccioso dei presenti che gridano «Lo lasci crepare, non merita compassione». Il medico si china, noncurante delle minacce, sulla Santagata, ma accerta che è già in stato comatoso.
Intanto una megera, rivolta al morente, esclama: «Meriterebbe ancora un calcio nella pancia».
Il corpo straziato di Santagata rimane per oltre un’ora a terra, prima che lo si possa trasportare al San Giovanni, dove muore, poco dopo il suo arrivo.
I tentativi di portare soccorso a Santagata causano, come già detto, la morte della guardia regia Mario Crimi, il ferimento della guardia Salvatore Rizzo, e la morte di Secondo Albrì, fonditore di 17 anni, abitante in via Brusnengo.
Le indagini iniziano forzatamente qualche giorno dopo, e sono particolarmente difficili, perché le guardie rosse durante le giornate di occupazione hanno provocato una tale paura nella regione da indurre grande reticenza. Il cavalier Donvito, dirigente del Commissariato di San Donato, funzionario esperto, riesce a identificare gli autori dell’uccisione di Santagata. Iniziano gli arresti poi, a metà ottobre, il dossier è trasmesso all’autorità giudiziaria, che proseguirà nelle indagini e provvederà all’arresto dei responsabili ancora latitanti.
Il processo inizia in Corte d’Assise il 22 novembre 1921 contro undici accusati, di cui due erano capi e organizzatori delle guardie rosse delle Officine di Savigliano. I responsabili della morte di Crimi non sono stati identificati.
La sentenza è riportata da La Stampa del 6 dicembre 1921: sono condannati nove accusati dell’esecuzione materiale dell’efferato omicidio, mentre i due organizzatori – uno dei quali difeso da un veemente avvocato Umberto Terracini – vengono assolti.
Nel 1929, alle due guardie regie sono state dedicate due via della nostra città.
A Mario Crimi, nato a Catania nel 1893, è intitolata una via a Lucento che da via Verolengo raggiunge via Borgomasino. Luigi Santagata, nato a Lusciano, in provincia di Caserta, nel 1892 è commemorato in regione Barca, nella Circoscrizione 6 – Bertolla, da una via che si diparte da strada San Mauro e, con andamento irregolare, termina senza uscita. Sono rispettivamente indicati come Agente e Guardia di Pubblica Sicurezza, uccisi durante un tumulto popolare, uno mentre era in servizio di ordine pubblico e l’altro nell’adempimento del suo dovere (2).
L’uccisione delle guardie regie Luigi Santagata e Mario Crimi, nel contesto convulso dell’occupazione delle fabbriche torinesi del settembre 1920, rappresenta uno degli episodi più crudi e controversi del Biennio Rosso. La ricostruzione di questo fatto ci restituisce non solo la brutalità di quei giorni, ma anche il senso di smarrimento morale che attraversa la città. In un clima di rivoluzione e paura, la violenza si fa spettacolo, e la compassione sembra dissolversi sotto il peso dell’ideologia e del rancore. Ricordare questi fatti, oggi, significa interrogarsi sul confine tra giustizia e vendetta, tra lotta sociale e barbarie, e sul ruolo che la memoria civica può avere nel ricucire le ferite della storia. Le vie dedicate a Santagata e Crimi non sono solo toponimi: sono moniti silenziosi, incisi nel tessuto urbano, che invitano a riflettere su ciò che accade quando il conflitto travolge l’umanità.
(1) Rapporto dettagliato in ordine ai più gravi reati avvenuti in Torino in occasione all’occupazione delle fabbriche, scritto dal dottor Amedeo Palma, capo della Divisione di Polizia Giudiziaria della Questura di Torino e indirizzato al Procuratore generale del Re di Torino il 15 novembre 1921.
(2) I NOMI DELLA TOPONOMASTICA TORINESE (Schede Bianchi), Archivio Storico della Città di Torino – Toponomastica torinese.
L’autore ringrazia Federico Cavallero per la preziosa collaborazione.
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Grazie per questa precisa ricostruzione storica sulle vicende di persinaggi pressoche’ ignoti ai piu’
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