La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Venerdì 13 maggio 1955, i lettori de La Stampa apprendono che è scomparsa una giovane quattordicenne, Cecilia Vallone, che abita in via Fontanesi 26 bis, a Vanchiglietta, con i genitori, Francesco e Anna Olma, e una sorella di 20 anni, Antonietta. Una terza sorella, Anna, di 22 anni, è già sposata.
Cecilia è bionda, piuttosto piccola, ma è talmente sviluppata da dimostrare almeno 17 anni, in particolare quando porta i capelli castani a “coda di cavallo” e usa il rossetto per le labbra. Gli occhi sono castani. Al momento in cui è scomparsa indossava una gonna di «popeline» blu, una maglietta bianca di cotone, una giacchetta a quadrettini bianchi e neri; portava scarpe blu e calze di nylon.
Non è più stata vista da mercoledì 11 maggio quando verso le 19,30 è uscita dal laboratorio di mode dove lavorava, in via Teofilo Rossi di Montelera 3, nel quale è stata assunta come apprendista da appena due giorni. Quando è uscita di casa alle 14:00 per recarsi al lavoro, la madre e la sorella non hanno notato in lei niente di anormale, anche se si sono accorte che Cecilia si è infilato al dito un anellino d’oro con un rubino e ha messo al collo una catenina d’oro con un crocefisso, coi quali si ornava soltanto in rare occasioni, ma non hanno dato eccessivo peso al particolare, pensando che la ragazza, uscita dal laboratorio, volesse andare al cinema con qualche compagna di lavoro. Alla sera, quando non l’hanno vista rincasare per cena, si sono convinti che Cecilia si fosse realmente concesso uno svago. Alle 23:00, però, hanno cominciato a impensierirsi. Hanno telefonato ai conoscenti, alla proprietaria del laboratorio, ma nessuno è stato in grado di indicare dove si trovasse Cecilia. Angosciata, la signora Vallone con un taxi ha fatto il giro degli ospedali, senza risultati. Si è quindi recata prima al commissariato di Vanchiglia e poi in Questura per denunciare la scomparsa della figlia. Squadra Mobile e Carabinieri hanno iniziato le ricerche.
Le informazioni su questo caso provengono soprattutto da La Stampa e Stampa Sera, mentre altri quotidiani cittadini, come la Gazzetta del Popolo e l’Unità, gli dedicano spazio minore e soltanto nelle fasi finali.

La sera di mercoledì Cecilia è uscita dal lavoro, e, nei pressi di Porta Nuova, ha incontrato una sua amica, la tredicenne Nora Silvi, anche lei apprendista in un negozio di via Gramsci 10. La Silvi dichiara: «Percorremmo via XX Settembre sino all’altezza di via P. Micca e qui entrammo nel caffè Vaio (*). Un giovanotto sui 25 anni si avvicinò alla mia amica e insieme parlarono concitatamente per alcuni minuti. Riuscii a comprendere che il giovanotto raccontava alla mia amica che il suo fidanzato era già ammogliato. Cecilia replicava vivacemente, affermando che non gli credeva. Il colloquio fu molto breve e quindi il giovanotto se ne andò. Cecilia mi disse che sarebbe rimasta perché aveva un appuntamento col suo fidanzato. “Voglio chiedergli una spiegazione”, mi precisò. Polche dovevo assentarmi per sbrigare una commissione, restammo intese che sarei ripassata a prenderla verso le otto meno un quarto. Quando tornai, era nuovamente sola ad un tavolino; mi raccontò che già aveva avuto la spiegazione col fidanzato, che costui le aveva dimostrato di essere scapolo. Poi concluse: “Ora dovrebbe venire di nuovo. Va’ pure a casa per conto tuo”». Nora se n’è andata e da allora più nessuno ha visto Cecilia. Si sa ben poco di questo misterioso «fidanzato»: Nora l’ha visto una sola volta di sfuggita, di spalle: un giovanotto bruno, sui 25 anni, al volante di una macchina fuori serie di colore nero. La differenza di età rispetto a Cecilia «induce purtroppo ad allarmanti conclusioni». Stampa Sera del 13 maggio riferisce un particolare inquietante: nella mattina del 12 maggio, infatti, sono entrate nel laboratorio dove lavora Nora Silvi due signorine e un ragazzo. Leggiamo la loro descrizione: «Questi – chiaro di capelli, alto, vestito con un vistoso abito a grossi scacchi – disse di essere un certo Accatino, geometra e laureato in legge. Le signorine erano due tipi diversissimi l’una dall’altra: bassa e bionda la prima, con un paio d’occhiali cerchiati di tartaruga; molto alta, bruna tanto da parere creola la seconda, e bellissima. Lasciarono la lussuosa macchina accanto al marciapiedi ed entrarono nel laboratorio per chiedere della Silvi».
La signorina bionda e occhialuta dice – mentendo – di essere una sorella di Cecilia. I tre, con estremo interesse, chiedono informazioni sulle abitudini della Vallone, pretendono di sapere se davvero Nora Silvi sia una sua intima amica, se conosca le persone da lei frequentate. Tornano ancora nel pomeriggio, alle 14:30, per ripetere le stesse domande. La loro insistenza fa nascere il dubbio che i tre siano al corrente della scomparsa di Cecilia e vogliano sapere se qualcuno possiede tracce sufficienti per ritrovarla e se esistano sospetti compromettenti a loro carico: «La loro enigmatica doppia inchiesta non si può spiegare in modo diverso». È giustificato il sospetto che la ragazza sia stata rapita. È stata coinvolta anche la Squadra del Buon Costume: «Ma la sorte di Cecilia Vallone rimane estremamente oscura». Le ricerche sono affannose, nel sospetto che non si sia soltanto allontanata per «uno di quei “colpi di testa” purtroppo non infrequenti tra le giovani della sua età», ma che sia stata spinta alla fuga dal misterioso «fidanzato», sollevando ipotesi inquietanti. Fonogrammi sono stati diramati in tutta Italia.
Cecilia è scomparsa mercoledì 11 maggio. Il giorno 13 giunge ai genitori di Cecilia una telefonata: una signora, proprietaria della «Villa del Sole» in strada Fenestrelle 37 in collina tra piazza Marc’Aurelio e Reaglie, segnala che i suoi fittavoli hanno visto, nelle prime ore del mattino di giovedì, una ragazza che percorreva lentamente un viale privato della villa e teneva in mano un mazzolino di fiori. Erano le 5:30 del mattino e il fittavolo Battista Perotti le ha chiesto dove andasse. Lei ha risposto gentilmente che stava facendo una passeggiata.
La mamma e la sorella si recano subito in strada Fenestrelle e accertano che si tratta effettivamente di Cecilia. Corrispondono i dati somatici e anche il vestito. La prolungata mancanza di notizie della ragazza si fa sempre più allarmante: quando è uscita di casa, nella sua borsetta «a secchiello», aveva soltanto poche decine di lire.
Per gli standard del 1955, Cecilia Vallone pare godere di una grande libertà di movimento. La Stampa e Stampa Sera hanno sorvolato su questo aspetto della vicenda, mentre la Gazzetta del Popolo ha soltanto scritto che in casa era considerata come una ragazza tranquilla, ma che dagli interrogatori delle sue amiche, la Questura ha saputo che aveva delle conoscenze di cui i genitori non erano informati. Per contro, l’Unità del 14 maggio si mostra molto più bacchettona nelle sue valutazioni. Nora Silvi avrebbe rivelato particolari tali da far sospettare una doppia vita. Cecilia si mostrava buona, rispettosa, educata, persino un po’ chiusa, in famiglia, mentre con le amiche appariva aperta, allegrona e «forse un po’ facile a frequentare compagnie non troppo serie e locali equivoci». Nora ha fatto il nome del giovane che aveva una relazione con Cecilia, un certo Elio.
«Occorre però precisare che la scomparsa pur avendo compiuto quattordici anni ad ottobre, era molto sviluppata e pareva essere molto più vecchia di quanto non fosse in realtà». In famiglia avevano sospettato tutto questo soltanto sabato 7 maggio, quando Cecilia invece di andare al cinema come aveva detto a casa «era andata a ballare in un locale malfamato».
Sempre secondo l’Unità, i familiari di Cecilia ritengono che si sia allontanata con qualche ragazzo e che sia stata abbandonata da questo – forse stanco ed un po’ atterrito dalla piega che poteva prendere l’avventura – e così non osi più tornare a casa.
In realtà, mentre i lettori apprendono queste notizie, il caso si è felicemente risolto. Lo apprendono da Stampa Sera di quel 14 maggio.
È stata ritrovata alle 7:30 del mattino da un contadino, alla Cascina Nuova, ai piedi della collina di Montaldo di Chieri, priva di sensi nel fienile dove si era messa a dormire, rischiando di rimanere asfissiata dal fieno in fermentazione. Sembrava già cadavere. Per farla rinvenire sono occorsi dieci minuti. È stato necessario sottoporla a respirazione artificiale. Poi una lavata sotto l’acqua fresca ha snebbiato il suo cervello intontito ed una buona zuppa di caffè latte l’ha ristorata. Non voleva dire il suo nome. Intanto è arrivato il sindaco: «Io sono il sindaco e tu devi dirmi chi sei». «Mi chiamo Cecilia Vallone», dice, confermando l’idea dei presenti, i quali avevano già pensato alla ragazza scomparsa di cui parlavano i giornali.
Il Sindaco telefona ai genitori e avverte i Carabinieri di Sciolze. Con un’auto, la madre si reca a prendere Cecilia. La donna, appena la vede sana e salva si mette a piangere, con una crisi di nervi. Cecilia tiene il capo basso e singhiozza. A casa finalmente racconta la sua avventura. La sera di mercoledì, dopo salutato Nora Silvi in via Pietro Micca, è salita sull’auto del «fidanzato». Hanno raggiunto corso Belgio, superato il Po e preso una piccola strada per i prati. Quando si sono fermati, il giovane le ha proposto di fuggire insieme, poi le ha rivolto parole offensive e Cecilia ha risposto con uno schiaffo. Approfittando della sorpresa del giovanotto, ha aperto lo sportello della macchina ed è fuggita. Erano le 21:30, troppo tardi per tornare a casa. Temeva i rimproveri del padre. Sconvolta, si è incamminata lentamente per la strada di Mongreno ed è giunta alla Villa del Sole.
Priva di denaro, si è nutrita di frutta ed ha dormito nei fienili delle cascine. È stato appunto in uno di questi, a Montaldo Torinese, che è stata ritrovata, concludendo con un lieto fine una vicenda che ha trovato un certo spazio nei giornali torinesi. Nel clima ispirato al “tutto è bene quel che finisce bene” si ha però l’impressione che non si sua voluto approfondire più di tanto la questione del misterioso «fidanzato», munito di auto fuori serie. Un bellimbusto da balera o piuttosto un dongiovanni di famiglia agiata, con amici compiacenti, disposti a svolgere indagini per prevenire scandali? Curiosamente, il giornale che ha descritto l’indagine del giovanotto e delle due donne presso il laboratorio di Nora Silvi, alimentando inquietanti ipotesi, non si è poi premurato di fornire spiegazioni al riguardo. E questo può giustificare il sospetto che ci fosse un coinvolgimento di personaggi della Torino bene. Ma, come si è detto, “tutto è bene quel che finisce bene”.
La storia della “sartina scomparsa” si chiude con un sospiro di sollievo, ma lascia dietro di sé più domande che certezze. La Torino del 1955, sospesa tra modernità e vecchie convenzioni, preferisce archiviare il caso come una bravata adolescenziale piuttosto che indagare sui retroscena di un fidanzato troppo adulto e di compagnie sospette. Cecilia torna a casa, i riflettori si spengono e i giornali si accontentano di un lieto fine rassicurante. Resta però l’impressione che, dietro la leggerezza con cui è raccontata, si celi un piccolo spaccato di costume: la fragilità di una ragazza in bilico tra infanzia e giovinezza e l’ombra discreta di una società che, pur di non turbare le proprie certezze, preferisce sorridere e voltare pagina.
(*) Il Caffè Vaio, oggi scomparso, era al civico 8 di via Pietro Micca all’angolo con via San Tommaso. Aperto intorno al 1901, vi è nata la più antica associazione cittadina di giocatori di scacchi e, alla domenica, vi si svolgeva un mercatino numismatico. Ha chiuso definitivamente domenica 2 marzo 1986.
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