La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Un argomento caro alle leggende metropolitane “nere” torinesi è quello degli scheletri ritrovati nel corso di demolizioni di case o appartamenti. Nei libri e nei siti di curiosità torinesi si legge dello scheletro di Palazzo Levaldigi, al n. 40 di via XX Settembre, palazzo noto per il “portone del diavolo” e che oggi ospita la Banca Nazionale del Lavoro: qui, nel 1817, il maggiore Melchiorre Du Perril entra nel palazzo maledetto e scompare. Vent’anni dopo, durante alcuni lavori, i muratori rinvengono, tra due muretti laterali, il suo scheletro sepolto in piedi.
Nella ricorrenza di Ognissanti, rivolgiamo la nostra attenzione ad alcuni ritrovamenti di ossa e di scheletri, avvenuti al Cimitero Monumentale della nostra città, che presentano aspetti singolari.
Nell’aprile 2011 sono stati rinvenuti tre scheletri in una stessa bara. La scoperta inquietante ha trovato una soluzione che ricorda le classiche barzellette sugli scozzesi: una famiglia che dalla Tunisia tornava in Italia, negli anni Settanta aveva escogitato questo sistema per riportare in patria i corpi dei parenti defunti, senza eccessive spese.
Il 27 marzo 2012, è avvenuto un ritrovamento che ha dell’incredibile.
Durante i lavori di manutenzione, alcuni operai, che scavano nel terreno con mezzi pesanti, rinvengono un sacco di plastica sepolto a circa un metro e mezzo di profondità. Non serve aprirlo per capire che contiene dei resti umani. Gli addetti intuiscono subito che quello che hanno trovato non dovrebbe essere lì e chiamano immediatamente i carabinieri.
Questo cadavere, sbucato dal nulla e sepolto in fretta e furia, appartiene a una donna e presenta i segni di un’autopsia, chiaramente visibili dall’incisione a Y con tanto di cuciture successive.
Le analisi peritali sono affidate al medico legale Roberto Testi che ha una lunga esperienza in casi misteriosi. Dopo un secondo esame necroscopico, che conferma trattarsi di una donna, spunta un nuovo dettaglio misterioso: il corpo è senza vita da almeno trent’anni.
Questo ritrovamento probabilmente è da collegare allo scandalo delle sepolture che in passato ha fatto indagare la magistratura e sollevato il caso mediatico dei cimiteri torinesi, ma non si può comunque escludere la possibilità di un occultamento di cadavere, dovuto a chissà quali circostanze, legate alla morte della donna che, ad oggi, rimane ancora senza nome.
I segni dell’esame autoptico danno da pensare, visto che in Italia l’autopsia di una persona viene disposta dalla magistratura soltanto quando le forze dell’ordine sollevano dei dubbi sulle cause della sua morte. Il caso del cadavere ritrovato nel marzo 2012 è entrato nel novero dei numerosi casi che, purtroppo, sono rimasti insoluti.
Il 10 ottobre 2013, un giorno d’autunno grigio e insolitamente freddo, un giardiniere nota un pacco abbandonato su una panca di corso Novara, davanti al Monumentale.
Subito allerta la polizia, pensando a un ordigno esplosivo o a qualcosa di pericoloso, ma i poliziotti sopraggiunti sul luogo in quel pacco fanno una macabra scoperta: una scatola che contiene resti umani, due teschi e varie ossa, spoglie vecchie di molti anni, secondo un primo esame medico legale. L’intero pacco è stato confezionato in modo da destare vari interrogativi. In primo luogo, la scatola: è una scatola di biscotti di cartone marrone, di un modello di cinquant’anni or sono, prodotto dalla pasticceria Maggiora di via Lagrange, ormai chiusa da anni e ricordata soltanto dai vecchi torinesi. Successivamente, anziché di una scatola, si parla della carta da confezioni personalizzata dell’antica pasticceria di via Lagrange.
Altro elemento misterioso è il foglio di giornale che avvolge le ossa. Si tratta di una pagina di Stampa Sera, la numero 13 del 9 maggio 1963, che parla di un clamoroso delitto del tempo, noto come il mistero di via Veneto: l’uccisione della modella Christa Wanninger, avvenuta a Roma il 2 maggio di quell’anno. Le indagini appaiono molto difficili: lo indica la formula degli inquirenti: “si indaga a 360 gradi e non si esclude alcuna ipotesi”!
Si pensa che il macabro pacco sia stato depositato di notte, dopo la chiusura del mercoledì, o al giovedì, nelle prime ore del mattino. Si parla anche delle immagini delle telecamere che filmano chi entra e chi esce dal cimitero. Ma evidentemente non se ne ricavano utili indicazioni. Nel febbraio 2014, il giorno 20, i giornali torinesi annunciano che sono stati consegnati al sostituto procuratore titolare dell’indagine i risultati della perizia condotta sulle ossa trovate nel pacco di corso Novara.
Le analisi dei consulenti hanno accertato che le ossa appartengono ad almeno cinque persone: a due uomini, uno di età adulta e uno adolescente, a due donne, una adulta e una molto giovane di età compresa tra i quindici e i venti anni, e a un bambino al di sotto dei cinque anni.
Si può ipotizzare che siano i resti dei componenti di uno stesso nucleo familiare, che provengano da una tomba di famiglia profanata e che siano stati usati nel corso di messe nere. La terza ipotesi è quella che trova maggiori riscontri: alcune ossa portano incise scritte misteriose, altre sono state legate tra loro con un filo, su alcune ossa e sui teschi si rilevano tracce di cera colata, indizio caratteristico dei riti dei satanisti, che accendono candele all’interno di crani e su ossa umane. Uno dei teschi, infine, appare levigato, come “spazzolato”, mediante uno strumento meccanico.
La pista delle sette sataniche e delle messe nere, prospettata dalla perizia sulle ossa, appare ai cronisti come particolarmente rassicurante: pur riconoscendo che il macabro caso assume risvolti inquietanti, qualcuno parla addirittura di una soluzione ormai vicina.
Viene alla mente una osservazione di Primo Levi: «quando si dà un nome a una cosa che non si conosce si ha subito l’impressione di conoscerla un po’ meglio», osservazione che in questo caso appare particolarmente appropriata.
Non si parla più della scatola della Maggiora e del giornale con la notizia dell’uccisione di Christa Wanninger… la pista delle sette sataniche appare fin troppo allettante, anche se le indagini ancora da svolgere in questo senso non appaiono né agevoli né risolutive.
Si pensa di effettuare ricerche nei cimiteri e negli ossari di Torino e provincia per evidenziare eventuali furti in tombe: negli ultimi quindici anni, nel torinese e nel canavese, sono avvenute molte profanazioni di bare ed episodi misteriosi riconducibili al satanismo. Si ricordano, per esempio, furti di ossa a Germagnano, nel 2000, nel cimitero devastato dall’alluvione di quell’anno, e il ritrovamento a Chivasso, all’incirca in quel periodo, di un teschio dentro uno scatolone, abbandonato su una tomba di famiglia.
Queste ricerche dovrebbero consentire agli investigatori di trovare la tomba di famiglia dove le ossa sarebbero state rubate, e così i periti medico legali potrebbero confrontare i dati dei cadaveri scomparsi con i risultati della loro perizia: questo confronto «potrebbe portare finalmente a risolvere il caso». Ma quale mistero sarebbe mai risolto dalla identificazione delle povere ossa e della tomba da cui provengono? Il mistero non dovrebbe essere risolto con l’identificazione dei profanatori e dei loro probabili, insospettabili, mandanti?
I ritrovamenti inquietanti al Cimitero Monumentale si inseriscono in un immaginario urbano che da secoli alimenta la fama della città come crocevia di forze occulte, simboli iniziatici e misteri irrisolti. Torino, con la sua doppia anima esoterica e razionale, è il palcoscenico ideale per vicende come quelle narrate. Il Cimitero Monumentale non è solo luogo di sepoltura, ma anche di narrazione. I suoi viali, le tombe monumentali, le cripte e gli ossari diventano scenografie di un teatro invisibile, dove il confine tra storia e leggenda si dissolve.
L’immagine di apertura è stata generata dall’A.I.
