La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Torino, venerdì 28 gennaio 1977. Siamo nel Bar Maxim di via Allioni 10, quasi all’angolo con corso Principe Eugenio, nel tardo pomeriggio. Nel locale si trovano il banco, con coppe sportive in bella vista, e il juke box, poi, suddiviso da una porta da saloon, vi è un secondo ambiente, dove sono collocati il biliardo e sei tavolini, due occupati da sei clienti che giocano la loro abituale partita di canasta. Il titolare, Mario Iovino, di 29 anni, e sua moglie Amalia, di 28, chiacchierano dietro il bancone. Poco dopo le 18:00, entra un uomo massiccio, senza cappotto, scrollandosi di dosso il nevischio che cade da un’ora. Il padrone non lo ha mai visto in precedenza, gli pare un po’ male in arnese, per la barba lunga e il vestito trasandato. L’uomo si appoggia al bancone, ordina un caffè e attende con la schiena rivolta all’ingresso. Dopo pochi minuti, squilla il telefono, la signora Amalia risponde, poi chiama il marito dicendogli che è l’assicuratore e lui va all’apparecchio dove inizia una conversazione. Lo sconosciuto al bancone ha appena bevuto il suo caffè, quando entrano due uomini, senza che i presenti avvertano la loro presenza: la titolare è in un angolo defilato e i sei giocatori sul retro diranno di aver soltanto udito lo scatto della porta e i vetri tintinnare.
All’improvviso si scatena l’inferno. I due uomini sparano una grandine di colpi. Il titolare afferra la moglie e si butta a terra con lei dietro il bancone. Racconterà: «Ho gridato: Mio Dio è la fine!».
Due o tre colpi passano sopra le loro teste e si schiacciano contro la parete. Ode un tonfo sul pavimento, altri colpi, la porta che sbatte, e riesce appena ad intravvedere due ombre, una col cappotto blu.
Marito e moglie attendono qualche minuto prima di alzarsi e, quando si sporgono oltre il bancone, vedono il corpo dell’uomo massiccio e male in arnese che giace sul pavimento col volto rivolto al soffitto e le braccia allargate in croce. È crivellato di colpi, con una larga pozza di sangue sotto la testa e parte della guancia straziata da un proiettile. Il titolare tenta invano di soccorrerlo.
La moglie telefona alla Polizia e giungono le volanti. Indagano il dottor Fersini, capo della Mobile, e il dottor Vinci, capo della Sezione Omicidi, i quali hanno pochi elementi a loro disposizione. L’ucciso è un pregiudicato siciliano, Vitale Arlotta, di 38 anni, noto nella malavita come Lino, abitante in via Verrès 21, in Barriera di Milano, con la moglie Rosa C. e un figlio di sei anni. Da pochi mesi ha acquistato un grande negozio di alimentari a Venaria e, in apparenza, è fuori dal giro. Vitale Arlotta ha precedenti per rissa e violenza carnale: il 18 marzo 1969 ha picchiato a sangue la giovane amica che voleva lasciarlo, ha dato in escandescenze ed è finito in manicomio. È stato direttore di un locale notturno e, per pochi mesi, ha lavorato come buttafuori in un night del centro. La famiglia Arlotta è nota nella mala, in particolare il più intraprendente fratello Giovanni, un vero duro, e anche il fratello più giovane, Giuseppe, e la sorella Nadia hanno avuto a che fare con la giustizia.

Nessuno ha visto entrare i killer, nessuno può dare informazioni utili alle indagini. Due ore dopo, un elemento nuovo complica il quadro. La moglie di Vitale, in Questura racconta che il marito aveva un appuntamento nel bar: gli ha telefonato una voce maschile e lui è partito da casa sulla 850, calmo come altre volte, per una chiacchierata amichevole. Si evoca l’uccisione del boss Giovanni Casano, avvenuta la sera della vigilia del Natale 1976, sotto casa sua, vicino a Piazza d’Armi: anche allora si è parlato di telefonate e di appuntamenti a strani incontri di pacificazione, per tendergli l’agguato.
Vitale Arlotta, figura marginale della mala, è stato vittima di killer professionisti, come scrive Stampa Sera il 29 gennaio: intorno al suo cadavere sono stati rinvenuti dieci bossoli di pallottole 7,65 e 38 special, proibite in Italia. Si ipotizzano due specialisti, i quali avrebbero atteso il momento favorevole, quando Mario Iovino era al telefono, sua moglie defilata, i sei giocatori di canasta assorti nella saletta posteriore e Vitale era rimasto solo davanti al bancone. Poi sono tornati nel nulla da cui sono venuti. Il delitto non ha un preciso movente. Si spera che nei prossimi giorni giunga qualche indicazione su una buona pista. Come scrivono Adriano Provera e Ezio Mascarino a conclusione dell’articolo de La Stampa di sabato 29 gennaio, si tratta di «Un’esecuzione, […] dove ancora una volta l’unico nome che rimane è quello della vittima, il resto è nella nebbia dei “non so” e “non ricordo”», emblema di una giustizia che brancola nel buio.
La cronaca si occupa dell’uccisione di Vitale Arlotta soltanto per un giorno. La Stampa del 30 gennaio propone una varietà di ipotesi di declinazione malavitosa. Forse l’omicidio si colloca nell’ambito della lotta tra clan di siciliani e calabresi per il controllo delle bische. Forse qualche ex amico, uscito o fuggito di prigione, ha deciso di riprendersi il posto di potere che Vitale gli ha usurpato e si è fatto giustizia da solo: una vendetta per uno sgarro.
In Questura, si è frugato nei dossier per trovare un movente, ma non è emerso niente di veramente significativo. Si ritiene che il fratello Giovanni, figura rilevante, ma sfuggente, potrebbe dire molto: di maggior caratura malavitosa, nel luglio 1974, in un bar di piazza Massaua gli hanno sparato tre colpi di pistola alle gambe come “avvertimento”. L’anno seguente è stato arrestato dai Carabinieri per falsa testimonianza nelle indagini per l’omicidio Maugeri (*). In seguito, si è fatto vedere sempre meno in giro e, negli ultimi tempi, ha fatto perdere le sue tracce. Giovanni voleva creare coi fratelli un piccolo racket nel giro delle bische, senza autorizzazione dei clan, e Vitale è stato ucciso come avvertimento? Oppure è sparito perché ricercato per un omicidio e l’uccisione del fratello costituisce una vendetta?

Pare che gli inquirenti non abbiano un’idea precisa. Vengono considerati anche i trascorsi amorosi di Vitale, noto come «appassionato al gentil sesso»: nel marzo 1969, come di è detto, aveva una relazione, benché sposato e padre di famiglia. Questo non depone a favore delle sue qualità morali di marito e padre, ma l’esecuzione ad opera di killer professionisti mal si concilia con una vendetta amorosa. Insomma, tutte le ipotesi restano aperte…
Nella mattina del 30 gennaio viene eseguita l’autopsia, senza che i quotidiani ne riferiscano l’esito.
Sull’omicidio, almeno temporaneamente, cala il sipario. Sono state avanzate molte ipotesi, ma, in pratica, «di sicuro c’è solo che è morto», per usare la celebre frase di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano. (**)
Si torna a parlare del misterioso omicidio pochi mesi dopo, quando, il 9 aprile, La Stampa riferisce che il fratello Giovanni Arlotta è stato processato e condannato a 2 anni e 9 mesi per porto abusivo di una pistola di grosso calibro e falso. Giovanni è stato arrestato, per caso, alcuni giorni prima davanti a un bar-bisca di Barriera di Milano. Alla domanda «Che ci fai con la pistola?», ha riposto «Cerco gli assassini di mio fratello per vendicarlo».
Dieci anni dopo, nel corso del maxiprocesso contro il clan dei catanesi, svoltosi a Torino dal 31 marzo 1987 al 5 novembre 1988, Francesco Ciccio Miano, boss dei catanesi diventato un super pentito, dice che a uccidere Vitale Arlotta è stato Salvatore Farre Figueras, catalano, trafficante d’armi, che agiva a Torino per il clan dei catanesi, e Giuseppe Pippo Zanca, elemento di spicco dei palermitani, al momento uniti da un patto di collaborazione coi catanesi (**). A suo dire, Farre Figueras odiava Giovanni, il fratello di Vitale, che militava nella sua organizzazione, perché riteneva che lo avesse tradito. Miano aveva invano cercato di convincerlo a desistere dall’idea.
Nella serata del 27 gennaio 1977, Miano aveva appuntamento con Farre Figueras in un bar di corso Svizzera, dove il catalano è arrivato in compagnia di Zanca. I due hanno raccontato che mentre erano in viaggio sull’auto di Zanca, hanno visto Vitale che entrava in un bar di corso Valdocco (così riferisce Miano). I due sono tornati indietro, sono entrati a loro volta e Farre Figueras gli ha sparato con la sua 357 magnum con proiettili 38 special. Poi Pippo Zanca lo ha finito con la sua 7,65, mettendosi a cavalcioni del corpo a terra. Secondo Miano, i due erano incappucciati. In sostanza, avevano ucciso Vitale per fare uno sgarbo al suo imprendibile fratello Giovanni.

La registrazione del confronto in aula tra Miano e Farre Figueras, avvenuto l’11 maggio 1987, può essere ascoltata su YouTube.
Quella di Miano è una ricostruzione basata sul ricordo di una conversazione: si parla di un incontro casuale degli assassini con la vittima, in contrasto con la telefonata che dava appuntamento ad Arlotta nel bar, elemento acquisito nelle prime indagini. L’impiego dell’auto personale e dei cappucci per eseguire l’omicidio appare inusuale.
I due accusati negano e, l’anno seguente, Pippo Zanca è assolto per insufficienza di prove (Stampa Sera del 15 ottobre 1988). Non sappiamo se Farre Figueras sia stato condannato per l’uccisione di Vitale, ma, in mancanza della sua confessione, si può soltanto parlare di un omicida verosimile, senza la certezza della sua reale responsabilità, con quella perpetua ombra di incertezza che avvolge molti delitti legati alla criminalità organizzata.
L’omicidio di Vitale Arlotta non è solo un fatto di cronaca: è un episodio che interroga la città, la sua storia, le sue ombre, che ci invita a guardare Torino non solo come sfondo, ma come protagonista silenziosa di una lunga stagione di violenza sommersa.

(*) Luciano Maugeri, giovane incensurato, ma sospettato di attività nelle bische clandestine, è stato trovato a Moncalieri, il 20 aprile 1975, ucciso con un colpo di pistola alla nuca.
(**) Il reportage di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito siciliano Salvatore Giuliano è apparso su L’Europeo del 16 luglio 1950.
(**) Salvatore Farre Figueras è condannato il 6 luglio 1977 all’ergastolo per il duplice omicidio di due Carabinieri, Tonino Gubbioni e Giuseppe Terminiello, avvenuto nella notte tra il primo e il 2 maggio 1977, al confine tra Moncalieri e Torino. Alle Carceri Nuove di Torino, il 27 settembre 1979, uccide a coltellate Salvatore Cinieri, detenuto aderente ad Azione Rivoluzionaria, considerato complice di un “infame” che si è pentito. Il 2 luglio 1981, Farre Figueras, nel reparto di massima sicurezza del carcere di Cuneo, durante l’ora d’aria, aggredisce con un rudimentale coltello il capo delle Brigate rosse Mario Moretti e ferisce anche il brigatista Enrico Fenzi: il movente non è mai stato chiarito, si è ipotizzato un tentativo per essere trasferito in un altro carcere. Al processo d’appello per l’uccisione dei due Carabinieri la pena è ridotta a 30 anni. Al processo del clan dei catanesi è condannato all’ergastolo (5/11/1988), poi ridotto a 17 anni (27/11/1990).
L’immagine di apertura è stata generata dall’A.I.
