La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
A Torino, il 10 dicembre 1897, in Corte d’Assise inizia il processo a carico di Gabriele Ferrero, fonditore in ghisa di 23 anni, accusato di aver ucciso «per brutale malvagità» il caporale Ulderico Lazzaro sul ponte di piazza Vittorio che i torinesi chiamano «Ponte in pietra».
La mattinata fredda e nebbiosa non scoraggia i numerosi curiosi. Alle 9:00 l’imputato viene condotto al giudizio. Così lo descrive il cronista de La Stampa: «Giovane magro, dall’aspetto e dalla figura sinistri, il colorito del volto è pallido, gli occhi neri, baffetti nascenti. Ha gli zigomi sporgenti, ed in tutta la sua persona si rivela e si constata qualche cosa di sofferente, che non si sa a che debba attribuirsi. Ha le mani piuttosto grosse e sviluppate e non proporzionate al resto del corpo. Veste poveramente, e attorno al collo tiene una specie di cravatta rossa bianca, che gli ricopre pure lo sparato della camicia».
Il pubblico delle grandi occasioni che assiste al dibattimento ricorda bene l’omicidio che l’accusato ha commesso la sera di venerdì 29 ottobre dello stesso anno, ampiamente descritto da La Stampa del giorno seguente. Verso le 20:30, Angelo Brunetti, di 30 anni, furiere maggiore del 5° reggimento del Genio Minatori di stanza nella caserma Dogali in Borgo Po (*), era uscito dalla Trattoria Porto di Savona e stava rientrando. Giunto quasi a metà del ponte, in parte avvolto nella nebbia, è stato fermato dal caporale Ulderico Lazzaro, allievo sergente del suo stesso reggimento, il quale gli ha detto «Furiere, quel borghese mi ha dato una coltellata!», indicando con una mano un individuo a pochi passi di distanza sul marciapiede, mentre con l’altra si comprimeva il petto.
Mentre il caporale ripeteva: «Furiere, mi ha dato una coltellata, qui…», poi la voce gli si spegneva, barcollava e cadeva a terra, Brunetti ha inseguito il borghese che cercava di allontanarsi e, quando stava per raggiungerlo, lo ha visto gettare in acqua un oggetto, verosimilmente il coltello usato per il ferimento. Gli ha intimato di fermarsi, l’altro non si è opposto, ma ha poi cercato di divincolarsi mentre Brunetti lo accompagnava nella piazza della Gran Madre di Dio, dove lo ha consegnato a due poliziotti della vicina Sezione Borgo Po. Intanto alcune persone si sono radunate intorno al ferito che gemeva al suolo. Il furiere Brunetti lo ha fatto caricare su una carrozza pubblica, con tutti i riguardi possibili, per trasportarlo all’ospedale militare. Qui i medici gli hanno riscontrato una gravissima ferita alla clavicola sinistra: il povero caporale Ulderico Lazzaro, di 19 anni, di Venezia, è morto verso le 21:30. L’autopsia accerta che una coltellata, inferta con lama molto lunga e molto affilata, gli ha trapassato il cuore.

Chi è l’uccisore del caporale e quale motivazione lo ha spinto?
Il borghese arrestato da Brunetti, sottoposto a un primo sommario interrogatorio alla Sezione Borgo Po, è stato identificato come Gabriele Ferrero, nato 2 ottobre 1874, fonditore in ghisa disoccupato, abitante in via Cigliano 14, in Vanchiglietta. Ha negato recisamente di aver ferito Lazzaro. Anche in seguito ha persistito a negare, malgrado l’evidenza dei fatti. Verso le 23:00 è stato portato in Questura, dove appariva ancora alquanto alterato dalle abbondanti bevute fatte nella giornata. Di nuovo interrogato, ha continuato a negare, poi è stato inviato alle Carceri Nuove. Così non si è potuto conoscere la causa del delitto né da lui né dalla vittima.
I cronisti e poi gli inquirenti raccolgono sfavorevoli informazioni sui trascorsi di Gabriele Ferrero. Ha prestato servizio per quattro anni nella Guardia di Finanza, ma è stato espulso per la sua pessima condotta. È ritornato a casa da un anno e ha ripreso il suo mestiere di fonditore in ghisa, ma al momento era disoccupato. Così ha subito evocato la figura del barabba: il cronista ha ipotizzato che vivesse alle spalle di qualche prostituta, visto che disponeva del denaro per gozzovigliare, termine che nel linguaggio giornalistico dell’epoca, significa passare da un’osteria all’altra per ingerire una crescente quantità di vino.
Viene accertato che Ferrero ha gozzovigliato per tutto il pomeriggio insieme a Giuseppe Gozzelino, un suo ex compagno di lavoro: ha concluso il suo tour alcolico alla Cantina del Bersagliere, in piazza Gran Madre di Dio, da cui è uscito verso le ore 20:00, mezz’oretta prima di incontrare per caso sul ponte il caporale che, da piazza Vittorio, si dirigeva alla sua caserma.

Questo omicidio ha destato una dolorosa impressione nella cittadinanza: «Speriamo che la mano della giustizia saprà dare al barbaro omicida un esemplare castigo», leggiamo ne La Stampa del 30 ottobre 1897.
A poco più di un mese di distanza, Gabriele Ferrero, autore del grave delitto, è in Corte d’Assise, etichettato come un barabba: I fasti del barabbismo a Torino è il titolo delle cronache del suo processo nella rubrica Reati e Pene de La Stampa. Fin dall’apertura dell’udienza, l’accusato si mostra indocile e riottoso ai rituali processuali. Nel suo interrogatorio sostiene di non ricordare cosa ha fatto sul ponte: ha saputo dall’atto di accusa di aver accoltellato un caporale. Non ricorda di avere gettato via il coltello. Non conosceva la vittima. Aveva un coltello in tasca, ma non sa dove sia andato a finire. Dice di aver scambiato il caporale per un certo Miletto che lo ha gravemente ferito a coltellate: sette ferite lo hanno fatto restare nove mesi all’ospedale e non è ancora guarito del tutto. Rimprovera la Questura e i testimoni di accusa: «Il suo contegno è pessimo», annota il cronista.
Nei due giorni di dibattimento, si analizza la personalità dell’accusato. Era ubriaco? Il suo eventuale stato di ubriachezza potrebbe diminuire la sua responsabilità penale. Nell’immediatezza dell’omicidio, le cronache lo descrivevano come alterato da abbondanti bevute. Al dibattimento, per contro, i testimoni escludono un suo stato di ubriachezza. Giuseppe Gozzelino, suo compagno di baldoria per tutto il pomeriggio del fatale 29 ottobre, sostiene che quando sono usciti dalla Cantina del Bersagliere, Ferrero ha detto che aveva voglia di menar le mani.
Due medici del Manicomio di Torino, il dottor Antonio Marro (**), direttore sanitario, e Albino Ruata, medico ordinario, hanno sottoposto l’accusato a perizia psichiatrica.
Il dottor Marro lo definisce un simulatore: ha cercato di far credere di soffrire di allucinazioni. In Sardegna, dove era Guardia di Finanza, ha preso il vizio di bere, non per disposizione morbosa, ma viziosa. Quella sera era eccitato, ma l’ubriachezza non è causa dell’omicidio, del quale è del tutto responsabile. Il dottor Ruata si associa alle considerazioni di Marro. Non ci sono periti della difesa.
L’avvocato difensore Giacca, secondo il cronista, si è assunto un compito immane nella «difficile e disperata causa». Puntava la sua difesa sulla morbosità alcolica, negata dai periti, e prova a evocare l’epilessia, ma il dottor Ruata la nega: Ferrero è un simulatore.
Nella seconda udienza, l’11 dicembre, in un’aula affollatissima, il Pubblico Ministero fa la sua requisitoria: evidenzia le pessime qualità morali dell’imputato e le sue simulazioni, riconosciute dai periti, per chiedere ai giurati un verdetto severissimo «che liberi per sempre la società da una belva feroce». Una severa requisitoria di tre ore che l’imputato ascolta senza dimostrarsi impressionato.
Al pomeriggio parla il difensore Giacca: sostiene l’ubriachezza parziale volontaria.
I giurati, dopo un tempo brevissimo, col loro verdetto unanime giudicano Ferrero colpevole di omicidio commesso per solo impulso di brutale malvagità; colpevole di porto d’arma; negano l’ubriachezza e le attenuanti. La Corte lo condanna all’ergastolo. L’imputato appare impassibile alla lettura del verdetto e della sentenza: lo si vede solo asciugare due lacrime.

La notizia della condanna compare su La Stampa del 12 dicembre, di domenica, quando il quotidiano viene letto da più persone: la sentenza è riportata con una certa enfasi, ponendo in neretto l’imputazione di Ferrero e la pena cui è stato condannato.
Il cronista, dopo aver dichiarato il suo apprezzamento per l’esito processuale («il truce dramma del ponte di pietra ha avuto il suo degno e meritato epilogo»), loda la rapidità dell’istruttoria e del processo: «la punizione può essere quasi tanto rapida e tanto fulminea quanto il reato che venne commesso». Una rapidità auspicabile anche per molti altri processi, ma che sarà molto difficile realizzare. Sottolinea poi il lodevole comportamento del furiere Brunetti nell’arrestare l’assassino in fuga, e rimpiange il mancato conferimento di una medaglia.
La severità di giudizio del 1897 assume le valenze di contrasto al preoccupante fenomeno della barabberia. A poco più di un secolo di distanza, al di là delle diverse sensibilità nei confronti del protagonista e della vittima, allora come oggi appaiono di difficile valutazione questi casi di uccisione del tutto immotivata, definita al tempo brutale malvagità, della quale permane il problema irrisolto delle motivazioni.
Note
(*) La Caserma Dogali, sita in via Asti 22, dal 1921 è stata intitolata ad Alessandro La Marmora. È stata costruita su progetto del capitano del Genio Giuseppe Bottero del 1887 e terminata l’anno seguente, sotto la direzione di Siro Brauzzi, altro capitano geniere, in stile eclettico con spiccati motivi neogotici. Destinata ad alloggiare un reggimento di Fanteria, dal 1897 al 1920 è stata sede del 5° Reggimento Genio (Minatori) e, nel 1921, del IV reggimento Bersaglieri ciclisti (MuseoTorino).
(**) Antonio Marro (Limone Piemonte, Cuneo, 1840 – Torino, 1913) laureato in medicina e chirurgia a Torino nel 1863, dopo essere stato medico della Marina militare e successivamente medico condotto a Limone Piemonte per 17 anni, nel 1882 si trasferisce a Torino, dove è medico nel Carcere giudiziario, poi assistente di Cesare Lombroso all’Università di Torino. Nel 1885 è nominato medico capo-divisione nel Manicomio di Torino e nel 1886 libero docente in psichiatria. Nel 1888 fonda e dirige fino al 1913 gli Annali di freniatria e scienze affini (rivista del Manicomio di Torino). Dal 1890 alla morte è direttore sanitario del Manicomio di Torino e della succursale di Collegno.
Albino Ruata, medico ordinario al Manicomio di Torino e valoroso collaboratore del dottor Marro, muore il 2 aprile 1899, all’età di 31 anni.
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