La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
In un precedente articolo abbiamo accennato al curioso libro pubblicato a Milano nel 1891, intitolato I Farabutti (nuovo libro in difesa della morale), scritto da un certo Prof. Alberto Costa, prolifico autore scandalistico, attivo tra la fine dell’800 e i primi anni del 900 (*).
Nel Capitolo VI sono prese in considerazione «Le rinnegate della fede», definizione che Costa impiega per definire «Le adultere! Le mogli infedeli! Le doppiamente prostitute! Le svergognate per eccellenza!». Uno dei casi da lui segnalati è ambientato a Torino, in via Duchessa Jolanda.
Lo raccontiamo sulla base delle cronache processuali, più precise rispetto alla narrazione del Prof. Costa. La storia inizia il 9 novembre 1889 nel quartiere Cit Turin, in via Duchessa Jolanda n. 3, nell’alloggio di Caterina Canavesio. Nel primo pomeriggio, la donna vede arrivare una sua amica, Caterina Aimone, che le affida la più piccola delle sue tre bambine, Maria, di quattro anni. La Aimone racconta di aver trovato la porta di casa sua chiusa: deve quindi andare a chiamare un fabbro per farla aprire. Poco dopo, la Aimone ritorna con le altre due sue bambine, Angela e Adele, e prega la Canavesio di custodirle, promettendo di ritornare in breve tempo. Trascorrono alcune ore e, verso le quattro, la Canavesio viene avvertita che una donna è stata colta sulla scala da un malore improvviso e chiede di lei: scende e trova la sua amica Caterina Aimone in cattivo stato, stesa sui gradini. Con l’aiuto di alcune vicine, la porta in casa, la adagia su una sedia e mandò a chiamare il medico e il marito della Aimone, Luigi, operaio delle ferrovie che le cronache definiscono «buono e onesto».
Le donne che hanno soccorso la Aimone le chiedono spiegazioni sul suo malore, lei lo attribuisce a un’emorragia e le prega di lavare bene le macchie di sangue che ha lasciato lungo la scala, poi muore, nell’attesa del marito e del dottore.
Il medico necroscopo, dopo una visita sbrigativa, dichiarò che è morta per apoplessia (emorragia improvvisa) e ordina di seppellirla, ma il giorno dopo, quando il cadavere viene spogliato per deporlo nella cassa mortuaria, si nota che ha una larga ferita di coltello all’inguine destro e parecchie ecchimosi. Viene accertato che la ferita all’inguine ha reciso le arterie pudende e varie vene e ha causato la morte. La Aimone è stata vittima di un delitto!
Il funerale viene sospeso e iniziano le indagini.
Caterina Aimone, che era una bella donna originaria di Castellamonte, abitava da poco tempo in via Duchessa Jolanda al civico 1. Le informazioni più importanti provengono dalla sua precedente abitazione, in San Salvario: dalla portinaia e da parecchie comari si viene a sapere che la donna aveva da tempo una relazione col cugino, Domenico Vernetti, garzone panettiere di 28 anni. Vernetti è un cattivo soggetto: violento, impetuoso, molto geloso. Fra loro sono emersi dei contrasti sia per motivi d’interesse e anche perché lui come amante, era pieno di pretese, alle quali lei non voleva più sottomettersi. Un giorno lui l’ha minacciata di accoltellarla quando la incontrava. La Aimone ha parlato di queste minacce a un’amica alla quale ha anche confidato che Vernetti insisteva per riallacciare la relazione e lei era disposta a dargli retta. Questi i dati raccolti sulla relazione col cugino.

Sui vestiti che indossava la Aimone non viene riscontrato nessun taglio in corrispondenze della ferita. In una perquisizione nella sua abitazione vengono ritrovate le lenzuola, la camicia e le mutande macchiate di sangue. Gli inquirenti ipotizzano che il delitto sia stato commesso nell’abitazione, nei pressi del letto, da un individuo e in circostanze tali da nascondere, in particolare al marito, un «onest’uomo fidente in sua moglie». Chi altro poteva essere il feritore, che lei non voleva denunciare, se non il suo amante Vernetti? Così l’accusa ricostruisce il fatto: quel 9 novembre, i due amanti si sono incontrati e si sono dati appuntamento a casa di lei. La donna ha portato via le bambine perché non assistessero al convegno e poi è tornata per riceverlo. Per i vecchi contrasti o per gelosia, è scoppiata una scena violenta. Vernetti l’ha ferita e se ne è andato. Lei, per far sparire le tracce del ferimento, ha nascosto la camicia e il lenzuolo insanguinati, ne ha messo uno pulito nel letto, si è rivestita, e, premendosi la ferita per arrestare l’emorragia, è uscita, ma, giunta sulla scala di via Duchessa Jolanda 3, dove abitava la Canavesio, la ferita si è aperta e lei si è lasciata cadere sui gradini della scala.
Questa la versione dell’accusa, avvalorata dal fatto che nella casa di Vernetti è stato trovato un coltello insanguinato ed anche un pannolino macchiato di sangue. Al tempo non sono possibili analisi di laboratorio: Vernetti sostiene di essersi servito di quel coltello qualche giorno prima per tagliare del fegato mentre preparava una frittura, col sostegno di testimoni.
Va considerato che nessuno lo ha visto uscire dalla abitazione della Aimone il 9 novembre. Lui dichiara che quel giorno non è uscito di casa, ma, secondo l’atto d’accusa, qualche testimone afferma di averlo visto, verso le 15:30, in via San Tommaso mentre camminava frettoloso con un altro individuo verso via Garibaldi, non tanto lontana da via Duchessa Jolanda.
Per l’uccisione di Caterina Aimone l’impianto accusatorio nei confronti di Vernetti è indiziario, anche se in verità molto verosimile. Si aggiunge poi l’incriminazione di «aver commesso turpitudini» sulle tre figlie della sua amante, Angela di dieci, Adele di nove e Maria di quattro anni. Lo accusano le tre bambine e la donna di casa della Aimone.
A fine gennaio 1891, il processo si svolge in Corte d’Assise, a porte chiuse. La Gazzetta Piemontese ne dà notizia giovedì 22, sulla base dell’atto di accusa. Sono citati oltre a cinquanta testimoni, il processo non finirà prima di sabato. In effetti, la conclusione del processo è riportata domenica 25 gennaio. Il dibattimento ha avuto un esito inaspettato e paradossale. Dei dodici giurati, solo sei sono convinti della colpevolezza di Vernetti, gli altri sei lo giudicano non colpevole. Sono invece tutti convinti che sia colpevole di eccitamento alla corruzione delle due bambine Angela e Adele, ma non della piccina Maria. In base al verdetto, la Corte condanna Vernetti a trenta mesi di reclusione, cinquecento lire di multa, a mille lire di danni e alle spese di costituzione di parte civile.
Nel riferire questo caso, il Prof. Costa concentra la sua malevolenza sulla moglie adultera per commiserare il povero marito e non accenna neppure alla pedofilia dell’accusato. Del resto, anche il cronista della Gazzetta Piemontese pare non attribuire la debita importanza a questo turpe aspetto della vicenda, sul quale, con la nostra mentalità moderna, siamo portati a focalizzare la nostra attenzione, anche per le ricadute che andranno ben oltre la sentenza.
Da sottolineare come il ferimento di Caterina Aimone si sia rivelato mortale a distanza di un certo tempo e inizialmente la vittima non ne abbia compreso la gravità: una situazione che si è ripresentata con l’uccisione dell’imperatrice Sissi a Ginevra, il 10 settembre 1898 e che è stata poi largamente riproposta in svariate trame poliziesche.
(*) Prof. Alberto Costa, I Farabutti (nuovo libro in difesa della morale), Volume primo, Libreria Massimo d’Azeglio, Milano, 1891. – Capitolo VI. Le rinnegate della fede – Il dramma misterioso della via Duchessa Jolanda, a Torino (pp. 143-144).
L’immagine di apertura è stata generata dall’AI.
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