La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
L’avvocato genovese Giacomo Borgonovo, nel suo libro del 1865 Il patibolo, il carnefice ed il paziente: ventiquattr’ore di storia descrive il suo incontro con Pietro Pantoni nel mattino del 1° giugno 1865, nella casa del capo esecutore, come era burocraticamente chiamato questo boia.
Borgonovo parla di un alloggio sul retro del palazzo di Giustizia, in via San Domenico, all’ultimo piano, sopra l’abitazione del capo custode; un piccolo appartamento solitario che ha le finestre, dalla parte della strada, munite dei tavolati che sono posti anche alle finestre delle prigioni, delle case di tolleranza, dei conventi di suore di clausura.
In effetti, nella Torino risorgimentale, gli esecutori di giustizia, cioè i boia, abitavano con le loro famiglie in alloggi di servizio posti all’ultimo piano di un edificio dell’Amministrazione delle Carceri. Questi era adiacente alle Carceri Senatorie di via San Domenico, con un lato affacciato su via delle Orfane, dirimpetto al Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7.

In tema di giustizia, è nota l’opera benefica della marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo che si prodigò a favore delle detenute, con l’allestimento del carcere modello delle Forzate e con l’istituzione dell’Opera Pia del Rifugio. Ma questa è un’altra storia.
Qui vogliamo sottolineare come questo palazzo, appartenente a una delle più ricche famiglie torinesi, aveva la “vista carcere”, una situazione che oggi sarebbe sgradita anche a famiglie di posizione sociale assai più modesta di quella dei Falletti di Barolo!
La vicinanza fisica tra Palazzo Barolo e l’abitazione del boia ha fatto nascere, meglio sarebbe dire aleggiare tra quelle stradine, una leggenda dal risvolto umano.
Al primo piano del Palazzo Barolo, la cui facciata dà su via delle Orfane, si trovava l’appartamento del conte Provana, assegnato allo scrittore e patriota Silvio Pellico (1789-1854), bibliotecario e segretario dei Marchesi di Barolo.
L’alloggio di Pantoni aveva una finestra che dava sulla stessa via. L’avvocato Borgonovo ci fa sapere che l’alloggio del nostro si trovava all’ultimo piano, sopra l’abitazione del capo custode. Poteva essere il terzo, quarto piano? Poco importa.
Leggenda vuole che la signora Pantoni si affacciasse alla finestra, così come Silvio Pellico, e i due si intrattenessero per il tempo d’una bella chiacchierata.
Si tratta di un quadretto storicamente puntellato dal nulla seppur gradevole, a rimarcare la grande disponibilità e nobiltà d’animo di Silvio Pellico.
Vi è stato persino un signore – appartenente al volontariato culturale torinese – che, con coraggio, sosteneva di aver identificato il punto dell’alloggio dei Pantoni all’interno degli uffici del Palazzo di Giustizia, dopo il restauro del 1878!
Affermazioni improponibili, ma sempre meglio delle inesattezze scritte sul boia Pietro Pantoni. Infatti, con una pervicacia degna di miglior causa, si continua a scrivere che abitava in via dei Fornelletti poi via Franco Bonelli, al civico 2. Questo errore deriva da alcuni libri che hanno parlato di questo personaggio in modo approssimativo e non documentato.
Un boia ha effettivamente abitato in via dei Fornelletti ma nel XVI secolo, come scrive Luigi Cibrario nella sua Storia di Torino. Nella stessa via, allora periferica e sotto la cinta muraria difensiva della città, si trovava anche il postribolo: evidentemente in questa via si confinavano le attività e le persone considerate un male necessario. Nell’Ottocento, Pietro Pantoni abitava, come già detto, nel Palazzo di Giustizia di via Corte d’Appello sul lato di via delle Orfane.
