La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Nella parlata torinese si usa l’adagio schers da prèive, ossia scherzo da preti.
La nostra storia ribalta il detto perché in questo caso lo scherzo è stato fatto a danno di preti, e che preti, i Gesuiti!
I lettori torinesi apprendono la vicenda leggendo La Stampa di mercoledì 21 novembre 1900: «Stamane siamo stati informati che ieri sera, a tarda ora, il […] padre superiore della Comunità gesuitica di Torino […] si era recato alla Questura Centrale a denunziare un grosso furto da lui sofferto per opera di due abilissimi truffatori».
Il meccanismo della truffa verrà esattamente chiarito dalle cronache del processo nel 1902, ma da subito domina lo stupore, così espresso dal cronista: «E dire che i padri gesuiti ebbero finora fama di furbi sopraffini!».
I due truffatori hanno messo in pratica un sistema di raggiro ben collaudato. Hanno proposto ai Gesuiti di affidare un bambino affinché venisse istruito ed educato in un loro Collegio. Un bambino orfano, ma di famiglia ricca: il padre defunto, rientrato molto ricco dalla Repubblica sudafricana del Transvaal, lo ha lasciato erede, alla maggiore età, di un milione di Lire. Il bambino è dotato di un reddito annuo di 15.000 Lire, col quale il rettore del Collegio dovrà pensare alla sua educazione e mantenimento. Inoltre, sarà consegnata al rettore la somma di 150.000 Lire, da rimettere al giovane quando maggiorenne. Dopo aver fatto balenare, nel corso di alcuni contatti preliminari, la prospettiva di amministrare un bel gruzzolo, ai primi di novembre 1900, i due truffatori si sono presentati ai Gesuiti presso i Santi Martiri, in via Garibaldi. Li ha ricevuti il direttore, Padre Luigi di San Marzano, al quale hanno esposto la loro proposta di affidamento del bambino milionario.
Padre Luigi giudica i due personaggi come brave persone danarose e si dice propenso ad accettare.
Lo zio del bambino appare come un uomo rude, arricchito da poco, dai modi un po’ bruschi. Spiega subito a Padre Luigi di non aver portato con sé il nipote, al momento ospite di una famiglia milanese, per non effettuare un brusco allontanamento. Poi estrae di tasca una busta bianca, sulla quale è scritto 25.000 Lire, già un po’ logora, nella quale è ben visibile un biglietto da mille Lire.
«Ecco, qui c’è una parte del denaro», dice lo zio poi ci ripensa e, quasi con fare brusco, trattiene la busta, dicendo: «In verità, mio fratello, il padre del bambino, mi ha imposto di non consegnare denaro, se non a persone che diano garanzia di saper bene amministrare e di aver denaro».
Padre Luigi non si mostra sorpreso da queste parole e, sorridendo, accondiscende a mostrare alcuni titoli di Rendita e delle Ferrovie. Lo zio pare tranquillizzato e contentissimo. Così propone di andare immediatamente al suo albergo a prendere gli altri soldi e si allontana. Il suo compare rimane a conversare coi Gesuiti e, poco dopo, lo zio ritorna con una valigia nera, quasi nuova. La apre e Padre Luigi scorge sul fondo una scatola di latta e un asciugamano.
Lo zio prende la scatola di latta, l’apre, ne estrae alcune buste gialle, sulle quali è scritto Lire 35.000, e le mostra a Padre Luigi. Non occorre contare il denaro per una ricevuta: il suo compare, con fare bonario, spiega che la scatola sarebbe stata consegnata chiusa ai Gesuiti. E lo dice con tanta naturalezza che il sacerdote non trova nulla da ridire. E nulla trova a ridire quando lo zio, col suo fare quasi brusco ma semplice, propone, per miglior garanzia, di mettere nella scatola, col suo denaro, i titoli di rendita prima mostrati.
Così Padre Luigi rinchiude nella scatola di latta alcune cartelle della Rendita italiana con altri titoli.
La scatola di latta viene poi messa nella valigia che lo zio sta per consegnare al Padre gesuita. Ma, a questo punto, ci pensa meglio e gli dice: «Perché darle tanto disturbo?… La valigia è inutile. Tenga la scatola; basta! Non le pare?». Niente di più naturale. La scatola passa dalle mani dello zio in quelle di Padre Luigi, che la chiude in cassaforte.
I due salutano cortesemente e promettono di tornare presto col bambino.
Passano i giorni e le settimane. Padre Luigi incomincia a sospettare. Attende ancora invano.
Apre la scatola e, con terrore, vede che è piena di cartacce e di libri di nessun valore.
Dal doppio fondo della valigia il truffatore ha estratto una seconda scatola, identica a quella dove c’erano i valori. I truffatori si sono così impossessati di 246.000 Lire!
Una cifra astronomica: una macchina fotografica portatile costa 25 Lire, un fonografo va dalle 40 alle 150 Lire e la piccola Enciclopedia Hoepli costa 20 Lire.
Le indagini iniziano tra l’incredulità degli stessi inquirenti su come sia stato possibile abbindolare il sacerdote con una banalissima truffa. Il povero padre Luigi di San Marzano (1850-1928), fondatore della Scuola Apostolica del Principato di Monaco, fondatore a Torino nel 1881 dell’Istituto Sociale di via Arcivescovado, accusato di essersi comportato da sprovveduto, risponde: «è vero tutto ciò che mi dite. Ma ciò che mi trasse in inganno fu la bonarietà e la semplicità dell’uno, insieme alla rozzezza ed ingenuità dell’altro mio truffatore».
Possiamo immaginare il suo senso di frustrazione di fronte ad accuse di ingenuità, ben poco compatibile con le sue responsabilità direttive in seno all’Ordine.
La diffusione della notizia tramite i giornali fa emergere altri analoghi tentativi truffaldini rivolti a diversi parroci della provincia di Torino e di Cuneo, tutti andati a vuoto. I truffatori hanno fatto fiasco anche con una signora e un professore del Collegio di Rivoli.
Gli unici a cadere nella trappola sono stati i Gesuiti!
La Questura ritiene che si sia formata un’associazione di truffatori all’americana con addentellati all’estero. Alle indagini lavorano i migliori poliziotti, coordinati dal delegato Emiliano Falzoni, che si reca in trasferta in Francia, a Nizza poi a Marsiglia. Così sono arrestati quattro individui sospetti, processati al Tribunale Penale di Torino dal 3 maggio 1902.
Della truffa ai Gesuiti, sono accusati Giovanni Villata, latitante, che impersonava lo zio del bambino, e Stefano Sarzano, che avrebbe condotto le prime trattative coi Gesuiti e accompagnato il sedicente zio ai Santi Martiri di Torino.
Padre Luigi di San Marzano e altri sacerdoti non hanno però identificato Stefano Sarzano con certezza. A suo carico vi sono meri indizi, supportati da una condanna per truffa a Marsiglia. Al momento dell’arresto era in possesso di più di 2.000 Lire che stonavano nelle tasche di un sedicente musicante. Stefano Sarzano si dichiara innocente, come anche gli altri tre coimputati – uno dei quali gravemente malato di tubercolosi – accusati di associazione a delinquere e dei tentativi di truffa prima ricordati.
L’impianto accusatorio è fragile. Poggia su riconoscimenti incerti e sulla retata fuori dai confini nazionali di effettivi truffatori, potenzialmente compatibili con quelli che hanno gabbato e cercato di gabbare i sacerdoti piemontesi. Ma si tratta di un processo, a essere generosi, indiziario.
Il dibattimento si apre il 3 maggio 1902, il 9 maggio viene sospeso per l’aggravamento dello stato di salute di un accusato, e riprende il 30 maggio. Nell’udienza del 2 giugno, un colpo di scena.
Stefano Sarzano indica il vero responsabile della truffa ai Gesuiti: Cirillo Ceraldo, un virtuoso della truffa all’americana, noto alla Questura torinese, che ha agito con un complice rimasto sconosciuto, e poi si è rifugiato in America. Una pista investigativa che gli inquirenti hanno trascurato?
Al 7 giugno viene emessa la sentenza. Stefano Sarzano è condannato a 8 anni, 4 mesi e alla multa di Lire 1.787. Anche i tre coimputati sono condannati, a pene leggermente minori.
Tutti gli imputati le accolgono con una certa sorpresa.
Le pene sono confermate in Appello il 4 dicembre 1902 e suggellate dalla Cassazione.
Su La Stampa del 9 aprile 1903, sotto il titolo Un’eco del processo per la colossale truffa ai gesuiti, si dice che Stefano Sarzano, sostenuto dalla sua famiglia, sta cercando di ottenere la revisione del processo, sempre accusando Cirillo Ceraldo. Ma, a quanto pare, non otterrà risultati tangibili.
La vicenda si chiude così, con più ombre che certezze. I truffatori spariscono, la giustizia inciampa, e i Gesuiti – che la vox populi vuole «furbi sopraffini» – finiscono per essere gli unici a credere al bambino milionario del Transvaal. Nella Torino del 1900, la fantasia dei raggiratori correva più veloce della prudenza dei prelati.
L’immagine di apertura è stata generata dall’AI.
