Alessio Maurizio Des Geneys e Giovanni Maria Cavasanti, sullo sfondo dell’attuale Caserma Bergia in piazza Carlo Emanuele II (immagine generata dall’AI).
La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Nel marzo del 1821 il Piemonte attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia preunitaria. I moti liberali, alimentati dal vento costituzionale che soffia dall’Europa, mettono in crisi l’assetto politico sabaudo e coinvolgono direttamente anche il giovane corpo dei Carabinieri Reali, chiamato a muoversi in un contesto di incertezza, sospetti e improvvisi rovesciamenti di fronte.
Le avvisaglie dell’insurrezione sono già state colte dai Carabinieri, impegnati nei mesi precedenti nell’arresto di figure di spicco del movimento liberale. Nonostante ciò, l’esplosione del moto non può essere evitata. La scintilla scocca nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1821, quando ad Alessandria alcuni reparti dell’Armata Sarda si sollevano chiedendo la promulgazione della costituzione spagnola del 1812.
Non è un episodio isolato: in Spagna, Sicilia e nel Regno di Napoli, tra il 1820 e il 1821, analoghe rivolte hanno già messo in discussione l’assolutismo. In Piemonte la situazione si presenta frammentata: mentre Alessandria e Torino divengono i centri principali dell’insurrezione, altre zone come il Nizzardo e la Savoia restano tranquille, e in Liguria il moto ha un successo solo iniziale.
L’abdicazione di Vittorio Emanuele I e la reggenza affidata a Carlo Alberto alimentano le speranze dei costituzionalisti, Santorre di Santarosa, Giacinto Provana di Collegno, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano e Guglielmo Moffa di Lisio che interpretano le esitazioni del principe come un tacito sostegno. Ma quando Carlo Felice, da Modena, sconfessa apertamente il nipote, Carlo Alberto lascia Torino per raggiungere le truppe fedeli alla monarchia a Novara. La guida dell’insurrezione passa così alla Giunta provvisoria presieduta da Santarosa.
Per i Carabinieri Reali sono giorni di equilibrio precario. La Giunta non si fida del Corpo, considerato troppo vicino alla monarchia; i cittadini, al contrario, chiedono la loro presenza nelle strade per garantire ordine e sicurezza. Il comandante, colonnello Giovanni Maria Cavasanti, decide di recarsi a Novara per ricevere istruzioni dal maresciallo de la Tour, lasciando a Torino il vicecomandante, colonnello Alessio Maurizio Des Geneys.

La Giunta decide così di estrometterli. Des Geneys prende l’iniziativa: richiama nella caserma di piazza Carlo Emanuele II tutte le pattuglie e prepara il reparto alla partenza, nel timore di un imminente attacco dei reparti costituzionali.
Nella notte del 1° aprile, i Carabinieri lasciano la caserma diretti verso il ponte sul Po. Ma proprio lì la seconda compagnia a cavallo viene intercettata da un gruppo di costituzionalisti. Nel caos, un maresciallo d’alloggio, Giuseppe Cornaglia, passa dalla parte degli insorti trascinando con sé alcuni militari.
Il resto della colonna riesce a mantenere la coesione e a dirigersi verso Novara, dove ritrova il colonnello Cavasanti. La parte scompaginata della compagnia, invece, finisce per dirigersi verso piazza Castello, dove un battaglione della brigata d’Alessandria, scambiandoli per nemici, apre il fuoco: un Carabiniere è ucciso, un altro ferito, e diversi cittadini rimangono tragicamente coinvolti.
Con l’aiuto delle truppe austriache, Carlo Felice ristabilisce rapidamente il controllo del territorio. A Novara, i costituzionalisti si sbandano.
La repressione è severa: epurazioni, processi, confische e condanne colpiscono non soltanto i promotori, ma anche molti simpatizzanti.
Tra i Carabinieri, l’episodio più drammatico è quello dell’ufficiale Giovan Battista Laneri, che paga con l’impiccagione la sua adesione al moto. Altri riescono a fuggire all’estero, mentre molti perdono impiego e pensione.
I moti del 1821 rappresentano per i Carabinieri Reali una prova complessa, segnata da scelte difficili e da una posizione istituzionale fragile. In un Piemonte diviso tra aspirazioni costituzionali e restaurazione assolutista, il Corpo cerca di mantenere il proprio ruolo di garante dell’ordine pubblico, spesso in condizioni di estrema incertezza.
Questo episodio, ancora oggi, racconta quanto la storia dell’Arma sia intrecciata con le tensioni, le speranze e le contraddizioni dell’Italia preunitaria.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF
