La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Nel maggio del 1890 si svolge al Tribunale penale di Torino un processo a carico di un gruppo di uomini e alcune donne, accusati di corruzione di ragazze minorenni avviate alla prostituzione in postriboli di città del Piemonte e della Francia meridionale. Il dibattimento si svolge a porte chiuse e la Gazzetta Piemontese, nella sua rubrica Reati e Pene scrive di non averlo riportato perché «le stesse ragioni di moralità che decisero il Tribunale a farlo a porte chiuse decisero noi a non parlarne», limitandosi a riferire la sentenza di condanna per la maggior parte degli accusati. Possiamo conoscere gli avvenimenti che hanno dato luogo al processo grazie a un curioso libro coevo, intitolato I Farabutti (nuovo libro in difesa della morale), scritto dal Prof. Alberto Costa (*).
Leggiamo: «Certa Lucia Ribetti, bella ragazza di sedici anni, figlia di onesti operai e operaia essa pure, ebbe la disgrazia di stringere relazione con donne di mala vita e di trovare, per sopra mercato, sul suo cammino, un individuo che la condusse alla perdizione.
Era questi un giovane sui 25 anni, certo Alasia, detto il Modello, varie volte condannato, e che dalle informazioni date dalla Questura, apparve soggetto che viveva alle spalle delle donne ch’egli stesso s’incaricava di trarre al vizio e di assoldare poi nei postriboli.
La disgraziata Ribetti, che soltanto da un mese batteva la cattiva strada, venne, dall’Alasia, in un giorno del febbraio decorso, condotta, insieme ad una sua compagna, in una casa in via della Palma, ove certo Giuseppe Papino, detto Gedda, lenone famosissimo, teneva un ufficio di… collocamento di ragazze».
Lo scritto di Costa ci porta così in un’area di Torino, quella dell’attuale via Viotti, oggi profondamente modificata da demolizioni e ricostruzioni che si sono succedute nel tempo, culminate nella ricostruzione dei due isolati affacciati lungo la via Roma, avvenuta tra il 1931 e il 1937.
Luigi Alasia presenta a Papino le due ragazze e queste subito vengono assunte per lavorare in un postribolo di Asti e lo stesso giorno partono per quella città, accompagnate da Giovanna Gaudino, moglie di Giuseppe Pollini, collaboratore di Papino e del suo «ignobile ufficio di collocamento».
I genitori di Lucia Ribetti sono comprensibilmente in ansia quando vedono che la loro figlia non ritorna a casa. La madre corre subito in Questura, ma qui non sanno darle nessuna indicazione. La donna svolge delle indagini fra le amiche della figlia e da una di queste apprende che per sapere dove fosse Lucia, doveva rivolgersi all’ ufficio del Gedda-Papino.
«Colà si reca la povera donna e prega le indichino ove si trova la sua figliuola; ma vedendo che i preghi sono inutili, minaccia di ricorrere a chi di ragione. Allora le si dice di ripassare l’indomani; e l’indomani ella ritorna: ma inutilmente. Infine, dopo molte gite, le viene indicato l’albergo della Campana, in via della Palma.
– È là che vostra figlia si trova, le dicono».
L’albergo della Campana prende il nome dal vicolo della Campana, in piemontese dla Ciòca, che si apriva nella vecchia via della Palma. Era collocato nell’isolato delimitato dalle vie Monte di Pietà e Bertola e ha ospitato il Cinema Astor fino al 1983. Dove oggi vediamo eleganti edifici porticati, dobbiamo immaginare caseggiati vetusti e malandati: qui si trova l’albergo definito da Costa come l’«antro della libidine». Riprendiamo il suo drammatico racconto:
«In quell’albergo la poveretta trova infatti sua figlia: ma in quale compagnia! in quale stato!
Condottala a casa, il giorno seguente la ragazza incomincia a sentirsi male; poi si aggrava fortemente. Mandato per il medico, questi la trova in uno stato gravissimo, allarmante. I lineamenti del volto della disgraziata frattanto si alterano; sopraggiungono il vomito, le vertigini, il delirio. Dubitando il medico che la poveretta sia stata avvelenata, avendo appreso che aveva bevuto un decotto di radici, fa rapporto al pretore il quale si reca al letto dell’ammalata.
Ella confessa di aver voluto entrare in una casa di tolleranza, di essere stata accompagnata in Asti, poi, improvvisamente, senza neppure averle lasciato il tempo di coprirsi, rimandata a Torino. Di essere stata quivi condotta, prima, in una casa di tolleranza, poi, all’albergo ove l’ha trovata la madre. Il giorno seguente, la disgraziata Ribetti muore; e la perizia medica può mettere in sodo che la morte era avvenuta per una peritonite determinata da varie cause, quali eccessi sessuali, cause reumatiche proprie della stagione, disordini dietetici e sovraeccitazione morale per la vita anormale ed immorale di quei pochi giorni».
L’episodio desta grande scalpore. La Questura registra così numerose denunce di genitori che lamentano le azioni deplorevoli di individui che hanno introdotto le loro figlie nel mondo del vizio. Le indagini condotte nei confronti di questi personaggi, al tempo indicati col termine di «lenoni» (**) portano in luce altri gravi fatti.
Emergono storie analoghe, anche se con finale meno tragico di quella prima narrato, che coinvolgono otto giovani minorenni che lavoravano come cameriere, sarte, cucitrici, insoddisfatte della scarsa retribuzione percepita. Si sono confidate con colleghe di lavoro, con donne più anziane o con uomini che, con promesse di un lavoro meglio retribuito, di vestiti, gioielli, le hanno indotte a prostituirsi, con clienti occasionali oppure entrando in postriboli, a Nizza Marittima e a Cuneo.
Sono Delfina Obert, Maria Costante, Maria Barazzone, Domenica Gadone, Maria Genti, Giovannina Piaggio, Orsola Martinengo e Delfina Roda.
Due giovanissime ruffiane sono Emilia Salamitto, detta la francese, operaia di tipografia, «corrotta fino nel midollo» secondo Costa, e Virginia Meglia. Quest’ultima ha irretito la diciassettenne Maria Costante, sua compagna di lavoro, convincendola a concedersi a un vecchio sessantenne, noto come il Tedesco, che in questa brutta storia viene più volte citato, ma che non si riesce a identificare e rimarrà impunito. Le mezzane gli procacciavano ragazze non ancora traviate e lui le ricompensava con venti lire! Virginia Meglia procacciava volentieri ragazze al Tedesco e, per avidità di guadagno, pervertiva le sue compagne, come le due quindicenni Maria Barazzone e Domenica Gadone: le ha accompagnate in due case private di Borgo San Secondo, dove «il vecchio […] sfoga la sua libidine».
Maria Giuliani, detta la Veneziana, di 58 anni conduce Maria Genti e Giovannina Piaggio dal sensale Pollini, al Caffè Marsiglia, sempre in via della Palma. Finite in un postribolo di Nizza Marittima, le due sono state salvate dall’intervento del console italiano.
Fra i lenoni vediamo ricomparire Luigi Alasia, detto il Modello, garzone panettiere che ha spinto anche Maria Costante nel giro della prostituzione.
Un altro trafficante di minorenni è Ferdinando Garrone, vinaio in corso Vittorio Emanuele II. Ha ingaggiato due sedicenni, Orsola Martinengo e Delfina Roda, per un postribolo di Cuneo. Anche in questo affare è coinvolto il sensale Giuseppe Pollini, già più volte citato.
Vi era anche il sistema per procurare documenti falsificati dove le giovani figuravano maggiorenni (***). Due vittime si sono salvate per intervento dei parenti: Delfina Obert, mentre era ancora nel nefasto Albergo della Campana, in attesa della partenza, è stata sorpresa dalla sorella, la quale, «dopo averle somministrata una buona dose di schiaffi e di pugni, la riconduceva a casa». La madre di Orsola Martinengo, grazie a infinite ricerche, è arrivata in tempo alla stazione per fermare la figlia quando era già sul treno per Cuneo.
Tutte queste vicende confluiscono nel processo di cui si è detto all’inizio e del quale la Gazzetta Piemontese di venerdì 23 maggio 1890 riferisce la sentenza. Sono accusati di corruzione della sedicenne Lucia Ribetti e del suo omicidio involontario, Oreste Carpegna, direttore della casa di tolleranza in Asti, sedicente impiegato; Leopoldo Pagliano, proprietario delle case di tolleranza in Asti dette la Casa Rossa, la Casa Verde e del Beato Enrico; Andreina Boschi, tenitrice della Casa Rossa, e il contumace Michele Massone. Il Tribunale li condanna alla reclusione per mesi undici e giorni venti e a L. 625 di multa.
Nella cronaca della Gazzetta Piemontese non si parla del Giuseppe Papino, detto Gedda, citato da Costa. Giuseppe Pollini, il provveditore di ragazze per i postriboli, è condannato a un anno e otto mesi di reclusione e a L. 750 di multa; sua moglie Giovanna Gandino a due anni e quattro mesi di reclusione e a L. 850 di multa. Luigi Alasia, per l’omicidio involontario di Lucia Ribetti, la sua corruzione, quella di Maria Costante e anche per resistenza e violenze al momento del suo arresto, nell’aprile 1889, è condannato a un anno, cinque mesi e sette giorni di reclusione e a L. 750 di multa. Altre condanne sono quelle di Emilia Salamitto e Maria Giuliani, a dieci mesi di reclusione e a L. 416 di multa; quella di Virginia Melia a un anno e tre mesi di reclusione e L. 1133 di multa e di Ferdinando Garrone a un anno e otto mesi di reclusione e a L. 1.000 di multa.
Pagliano, Carpegna, Boschi, Giovanna Gandino e Alasia sono poi condannati ai danni verso i genitori della Ribetti, coi danni da liquidarsi in separata sede, accordando una provvisionale di lire cinquecento e alle spese di costituzione di Parte civile.
In omaggio al sottotitolo del suo libro, in difesa della morale, il prof. Costa si scaglia contro la congrega dei «luridi lenoni» protagonisti della vicenda e anche contro le istituzioni che paiono non essersi adeguatamente occupate della repressione del «turpe mercato», durato per anni, attivandosi soltanto dopo la tragica morte di Lucia Ribetti.
Analisi condivisibile, ma incompleta, quando si consideri come le apprendiste e operaie adescate non siano ragazze viziose, ma soltanto scontente delle loro condizioni di lavoro e che abbiano esternato questa loro insoddisfazione alle persone sbagliate.
Torino emerge come una città industriale in trasformazione, dove il lavoro femminile è sottopagato, precario, privo di tutele, e dove la promessa di un salario migliore può diventare un’esca fatale. La condanna dei responsabili appare necessaria, ma non sufficiente: la morte di Lucia rivela un disagio più profondo per l’assenza di strumenti sociali capaci di proteggere le giovani lavoratrici. Rileggere oggi queste storie significa riconoscere la trama più ampia di una città che cresce senza riuscire a proteggere i suoi soggetti più vulnerabili, ricordando che, spesso, la devianza non nasce dal vizio, ma dall’abbandono.
Note
(*) Prof. Alberto Costa, I Farabutti (nuovo libro in difesa della morale), Volume primo, Libreria Massimo d’Azeglio, Milano, 1891. – Capitolo II. Le mezzane della libidine (pp. 79-84).
(**) Lenone è un termine di derivazione latina sinonimo di mezzano o ruffiano, usato soprattutto in riferimento alla commedia greca e latina, di cui era personaggio caratteristico. In passato indicava il tenutario di postriboli e ancor oggi lo sfruttamento della prostituzione è detto lenocinio.
(***) Il rilascio del passaporto avveniva in Municipio, su dichiarazione di due testimoni. Per ottenere il passaporto con falsa indicazione dell’età, si erano prestati due garzoni di caffè, ricompensati con una lira ciascuno.
L’immagine di apertura è stata generata dall’AI.
