La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Nel pomeriggio di domenica 1° ottobre 1922 il giovane Renato Aroca percorre il corso Principe Oddone, portando all’occhiello della giacca il distintivo del Partito Fascista. Incontra una comitiva di dieci o dodici giovanotti e una ragazza, di idee comuniste, che lo deridono con l’epiteto di «carne venduta» e altre espressioni offensive. Aroca non reagisce, ma viene aggredito da uno degli avversari con una bastonata sul capo e può allontanarsi soltanto grazie all’intervento di un amico. Aroca si reca in via Avet 6 a casa della famiglia dove era diretto e qui trova l’amico Paolo Doglia, anche lui fascista, al quale racconta l’accaduto. Doglia si sente provocato e decide di andare in cerca degli aggressori di Aroca, anche se questi si defila.
Paolo Doglia va a casa sua, in corso Principe Oddone 12, per chiedere l’assistenza di suo fratello Gustavo, di 22 anni, studente al Liceo Cavour. A casa trova anche il legionario fiumano Nino Zanivan che si unisce ai fratelli nella ricognizione. I tre escono e si mettono a perlustrare le vie adiacenti, ma invano. Verso le 19:00 Paolo Doglia decide di ritornare a casa degli amici in via Avet. Gustavo e Zanivan restano a discorrere sul corso Principe Oddone, in prossimità delle loro abitazioni, quando vedono passare una comitiva di cui fa parte una ragazza, e li sentono fischiettare «Bandiera rossa» e «L’Internazionale». Si accerterà in seguito che questi giovani provengono dal Circolo Primo Maggio di via Don Bosco.
Gustavo Doglia si convince che fra questi si trovi l’individuo che ha bastonato Aroca e comunica la sua impressione a Zanivan. I due decidono così di seguire la comitiva. Poco dopo, incontrano un amico, Michele Casamichela, il quale, in compagnia della fidanzata Dora Ostengo, ritorna dallo spettacolo diurno al Politeama Chiarella. Casamichela, anche lui fascista, quando viene informato dell’accaduto, si unisce ai due amici per cercare l’aggressore di Aroca.
I tre raggiungono la comitiva dei comunisti e Gustavo chiede chi dei suoi componenti abbia bastonato Aroca. Gli viene risposto che loro non ne sanno nulla. Gustavo insiste, gli altri smentiscono e intanto sopraggiunge suo fratello Paolo, avvertito dell’incontro con i comunisti. In quel momento, uno di questi, piccolo di statura, mingherlino, dal viso olivastro, coi baffetti neri arricciati e vestito con un elegante abito nero, sta affermando di non aver bastonato Aroca.
Paolo gli ribatte che è stato proprio lui a percuotere, visto che i suoi connotati corrispondono perfettamente con le indicazioni fornite dalla vittima.
Il mingherlino allora esclama spavaldamente: «Ebbene sono stato io!», estrae di tasca una rivoltella e si mette a sparare. Gustavo Doglia, che è a meno di due passi da lui, viene colpito al torace, ma ha ancora la forza di tentare di disarmarlo. Contro lo sparatore intervengono anche Paolo Doglia e Casamichela: lo colpiscono alla testa con i loro bastoni e Casamichela tenta di costringerlo ad abbandonare la rivoltella mordendogli la mano.
Un altro componente della comitiva comunista estrae una rivoltella, ma Paolo, con una bastonata, riesce a fargliela cadere di mano. Intanto Gustavo si sente mancare e si aggrappa a Casamichela: questi lo sorregge e, con l’aiuto del fratello, lo accompagna alla porta della casa dove abita la famiglia Doglia. Le condizioni di Gustavo si aggravano e, dopo una sommaria visita del dottor Gasca, che ha lo studio nello stesso caseggiato, viene trasportato all’ospedale San Giovanni, dove appena giunto, muore per emorragia interna, dovuta a lesione della vena polmonare sinistra.
Dal gruppo dei comunisti sono stati sparati contro i fascisti altri quattro colpi di rivoltella, andati a vuoto. Poi gli aggressori fuggono in diverse direzioni. L’uccisore di Gustavo Doglia viene arrestato da due Guardie Regie mentre scappa verso via San Donato. È Giovanni Barsanti, di 24 anni, nato a Pisa, impiegato alle Ferrovie dello Stato. Sono catturati anche altri componenti della comitiva comunista, i quali però saranno prosciolti per insufficienza di prove nel corso dell’istruttoria. Barsanti è riconosciuto come unico responsabile dell’uccisione del Doglia.
Il padre dei fratelli Doglia, Giovanni, è un farmacista con negozio nella zona. In quella domenica era assente perché con la moglie si era recato in una proprietà nei pressi di Alessandria. Al loro ritorno in tarda serata, alla stazione hanno appreso da amici la terribile notizia.
I funerali di Gustavo Doglia si svolgono il 4 ottobre. Sono organizzati dal Partito Fascista torinese, con una forte partecipazione della cittadinanza, addolorata per la morte del giovane studente.
L’uccisione di Gustavo Doglia di colloca nel clima tumultuoso e avvelenato del periodo successivo alla Prima guerra mondiale, un clima da guerra civile dove socialisti e comunisti si contrappongono ai fascisti. Ma gli scontri non avvengono, come si narra oggi, tra fascisti ben armati e aggressivi e inermi avversari politici, con un’interpretazione manichea che enfatizzata la violenza delle squadre fasciste mentre quella di sinistra viene taciuta oppure giustificata. Nella stessa domenica, un mutilato di guerra fascista, di 21 anni, viene aggredito e percosso da alcuni comunisti. In una perquisizione al Circolo comunista Primo Maggio, la Polizia scopre sei pistole cariche, nascoste. Armi e munizioni sono sequestrate in un circolo della Barriera di San Paolo. I Carabinieri trovano interrati sulla riva destra del Po, presso al Fioccardo, tre mitragliatrici, 140 caricatori e un proiettile da 35. Da parte loro, i fascisti, per ritorsione della morte di Doglia e dell’aggressione al mutilato, devastano e incendiano la Casa del Popolo del Regio Parco. Anche dopo il funerale di Doglia, si segnalano rappresaglie fasciste a Gassino e a Chivasso.
Prima di illustrare il prosieguo della vicenda, va ricordato che l’uccisione di Gustavo Doglia è avvenuta a meno di un mese di distanza dalla Marcia su Roma (28 ottobre 1922).
Barsanti viene processato alla Corte d’Assise di Torino il 29 e il 30 gennaio del 1924. È accusato dell’omicidio di Gustavo Doglia e di mancato omicidio degli amici dell’ucciso, Dora Ostengo, Michele Casamichela, Nino Zanivan e Paolo Doglia, contro i quali ha sparato alcuni colpi di rivoltella senza ferirli.
Gustavo è stato ucciso dal proiettile di una arma di piccolissimo calibro che non è stata rinvenuta: si sospetta che Barsanti durante la fuga, l’abbia passata a una compagna di fede che ha provveduto a farla sparire.
In aula, Barsanti continua a sostenere quanto affermato in istruttoria: lui e i suoi compagni erano senza armi, sono stati provocati da Aroca e successivamente sono stati aggrediti da una turba di fascisti. Gustavo Doglia – che lo ha colpito con un potente schiaffone – è stato ucciso da colpo di rivoltella sparato dai suoi stessi amici, i quali, nella confusione, facevano fuoco all’impazzata. Questa versione, sostenuta anche dai comunisti della comitiva prosciolti sentiti come testimoni a difesa, viene smentita da diversi testimoni.
Il 30 gennaio, dopo circa un’ora, col loro verdetto i giurati dichiarano che Barsanti ha sparato contro Gustavo Doglia senza intenzione di ucciderlo, che non ha agito per legittima difesa, non è stato provocato e non era ubriaco. Gli concedono le attenuanti. Ha esploso colpi di rivoltella contro gli amici di Gustavo senza l’intenzione di ucciderli ed è colpevole di porto d’armi senza licenza.
Barsanti ascolta la lettura del verdetto con lo stesso contegno indifferente, quasi apatico, con cui ha assistito al dibattimento e non dice una parola, come già dopo le arringhe dei suoi due difensori.
Per il ferimento seguito da morte di Gustavo è condannato a 12 anni e 6 mesi di reclusione (tre anni e sei mesi sono condonati per amnistia) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il mancato ferimento degli amici della vittima e il porto d’arma senza licenza sono amnistiati. I danni alla famiglia dell’ucciso saranno liquidati in competente sede.
Barsanti ascolta impassibile la lettura della sentenza e viene ricondotto in carcere. Si conclude così il processo che si è svolto senza incidenti e ha destato scarsa curiosità nel pubblico.
Si è narrato di un giovane vittima nel 1922 di altri giovani, animati da cieco odio politico. Questo nostro scritto era già stato previsto da tempo, ma al momento di pubblicarlo abbiamo trovato un doloroso riscontro nella cronaca recente che riferisce di Quentin Deranque pestato a morte da esponenti dell’estrema sinistra, a Lione.

Nota
Il sito dell’uccisione di Gustavo Doglia in corso Principe Oddone è oggi profondamente modificato rispetto al 1922, quando non esisteva ancora l’attuale sottopasso veicolare e il corso era diviso in due parti dalla ferrovia per Milano – interrata soltanto in corrispondenza di piazza Statuto – che vi correva al centro. Nel 1922 vi erano tre passaggi per attraversarla, in corrispondenza di via Carena-corso Principe Eugenio, di via Avet-via San Domenico e di via Miglietti – via Santa Chiara.
L’autore ringrazia Federico Cavallero per la preziosa collaborazione.
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