In senso orario da sin. in alto: opere di Mirco Andreis; Marisa Manis; Andrea Giongrande; Claudio Giacone; Michele Lovisolo.
La mostra sullo Smemorato vista da un cultore di true crime
A Collegno (Torino), dal 16 ottobre 2026 è in corso la mostra collettiva “Verità Inganni Ricordi – Il caso dello Smemorato di Collegno”, presso la Sala delle Arti del Parco Generale Dalla Chiesa, in via Torino 7. Questa mostra, patrocinata dalla Città di Collegno e curata da Lillo Baglio, archivista del Centro di documentazione sulla Psichiatria dell’Asl To3, con Luigi Marcello, presidente dell’associazione “La Grande Rondine”, rappresenta uno degli appuntamenti più significativi del programma dedicato al centenario dello Smemorato di Collegno e sarà visitabile fino al 15 novembre.
Chi scrive non è un critico d’arte, ma un cultore di true crime, il genere narrativo che si occupa di crimini realmente accaduti, presentando le storie in forma letteraria e narrativa. Sulla vicenda dello Smemorato di Collegno fin dall’inizio del Terzo Millennio ho condotto delle ricerche che, nel 2004, hanno portato alla pubblicazione del libro “Indagine sullo Smemorato di Collegno”, scritto da me insieme a Massimo Centini, Paolo Berruti e Maurizio Celia, al tempo Dirigente del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica per il Piemonte e la Valle d’Aosta di Torino.
Le mie indagini sono successivamente proseguite in collaborazione con Roberto Dosio, ricercatore e collezionista di cimeli di questo caso giudiziario.

È comprensibile quindi che nella visita alla mostra di Collegno la mia attenzione si sia concentrata sulle opere più vicine ai fatti realmente accaduti oppure che ne sapessero evocare l’ambientazione nell’Ospedale Psichiatrico e, ancora, richiamare la tematica della simulazione – attuata calandosi in un’altra personalità – oppure quella dell’uomo conteso fra due donne.
Le opere esposte sono 53, frutto del lavoro di 50 artisti e sono in prevalenza quadri. Si possono suddividere in tre filoni tematici: il primo propone 36 ritratti dello Smemorato, il secondo 4 vedute del Manicomio di Collegno e il terzo 13 soggetti che mi sono apparsi con un labile collegamento alla vicenda.
Fra i quadri esposti che raffigurano lo Smemorato, si notano veri e propri ritratti, più o meno somiglianti, spesso ripresi dalle classiche immagini presenti in rete.
Fra i ritratti “classici” si nota quello di Ciro Spinapolice (“Verrà riconosciuto”) che ripropone la classica immagine apparsa sulla Domenica del Corriere nel 1927, dando così origine al clamoroso caso: lo Smemorato appare immerso in un’atmosfera che, grazie anche al colore, travalica i caratteri della semplice foto segnaletica evocando il futuro alone di mistero e di incertezza che circonderà questo personaggio.
Molto interessante appare “Folle triangolo” di Viviana Mantilaro. L’autrice ha saputo sapientemente sintetizzare i personaggi della vicenda, ponendoli ai vertici di questo triangolo: un giovane e baffuto Mario Bruneri, la foto giovanile di Giulio Canella col berrettino – nota perché utilizzata per il confronto del suo padiglione auricolare con quello dello Smemorato – e, infine, a sinistra in basso, lo Smemorato barbuto, nella sua più classica iconografia. Intrigante l’inserimento nella parte superiore di documenti originali inerenti a questo caso.

Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano i quadri di Andrea Giongrande (“I due volti di una storia”) – due bei ritratti classici dello Sconosciuto e del sedicente professor Giulio Canella sullo sfondo di un’inquietante prospettiva dei porticati della Certosa – e di Marisa Manis (“Il teatro della memoria”) evocativo dello studio di Leonardo Sciascia su questo caso, che colloca lo Smemorato in una atmosfera lombrosiana, forse un po’ anacronistica, ma certo suggestiva.
Gianfranco Anastasi ha invece operato una precisa scelta di campo: in “Ricordi bugiardi” propone lo Smemorato di Collegno nelle sembianze del burattino mentitore, interpretazione che appare particolarmente felice a chi scrive, convinto che il tipografo-truffatore torinese Felice Bruneri mentisse per impersonare il professore veronese Giulio Canella.

Degni di nota i ritratti proposti da Ines Daniela Bertolino; Martino Bissacco; Anna Maria Borgna; Laura Cibrario; Cristina Colucci; Pierangelo Devecchi; Claudia Del Bono; Silvana Gatti; Claudio Giacone; Michele Lovisolo; Severino Magri; Alessandro Merlo; Elsa Mezzano; Giambattista Nervo; Floriana Porta; Claudio Scaglia; Patrizia Tarasco e Chiara Ziganto.

Troviamo anche un pregevole busto in terracotta di Cristina Carazza, molto veristico (“Bruneri o Canella”), e la composizione polimaterica in cartoni pressati “La maschera della memoria” di Mario Remo Ennio Bianco. Sempre in tema di scultura, ricordiamo “Where is my mind?” di Mirco Andreis, realizzata con ceramica, metallo e materiale elettrico – secondo il linguaggio tipico di questo artista – riprodotta nella locandina della mostra.

L’Ospedale Psichiatrico di Collegno è stato raffigurato da Pasquale Filannino, Donato De Ieso e Santina Barbera. La contemporanea, esuberante, presenza dei ritratti dello Smemorato rischia di metterle un po’ in ombra, mentre sono opere interessanti, realizzate secondo i loro tipici stili, piuttosto diversi fra loro, dove la tecnica “cloisonné” di Filannino conferisce una declinazione vagamente inquietante ai porticati della Certosa (“Il manicomio di Collegno”). Ne “Le colonne del manicomio”, di Santina Barbera, queste algide protagoniste sovrastano nettamente la sagoma minuta dello Smemorato mentre “Il vuoto dell’anima” di Donato De Ieso propone una rivisitazione del portale della Certosa con un linguaggio che personalmente colloco tra Giorgio de Chirico e gli ex-voto popolari.

Restano da ricordare i soggetti che completano la rassegna, nei quali, come si è detto, mi è apparso labile il collegamento al caso Bruneri-Canella, in primis nell’opera di Rocco Forgione.
La vicenda dello Smemorato mi è apparsa inserita, a volte un po’ a forza, nell’universo personale dell’artista, con risultati sui quali non ho la competenza critica per pronunciarmi.

In conclusione, come detto in esordio, non ho condotto questa disamina con lo spirito del critico d’arte. Qualcuno potrebbe accusarmi di avere semplicemente scelto, fra le opere esposte, quelle più adatte alla copertina di un libro o alla locandina di una conferenza dedicata a questa vicenda.
Ma è forse proprio questo approccio a rivelarsi utile.
Il caso dello Smemorato di Collegno non è soltanto una storia di identità contese e di memoria perduta: è anche uno dei più celebri casi giudiziari italiani, costruito su testimonianze, documenti, perizie, fotografie e interpretazioni contrastanti.
Osservare questi quadri alla luce dei fatti processuali, delle prove e delle domande rimaste aperte significa cogliere quanto la vicenda continui ancora oggi a generare letture differenti e a stimolare l’immaginazione.
Le opere che dialogano più direttamente con la realtà storica non impoveriscono la mostra né la riducono a illustrazione di un fatto di cronaca; al contrario, permettono di misurare la distanza e insieme la vicinanza fra verità documentata e rappresentazione artistica. E forse è proprio in questa tensione, la stessa che per un secolo ha alimentato il dibattito sull’identità dello Smemorato, che la rassegna trova una delle sue chiavi di lettura più interessanti.
Fotografie di Graziano Secchi.
