Campagne coordinate possano alimentare le divisioni nelle società occidentali
La Russia potrebbe sfruttare le violenze nelle nostre città senza averle organizzate. Il vantaggio della guerra ibrida è semplice: amplificare le divisioni e indebolire la fiducia nelle istituzioni.
Le violenze che accompagnano alcune manifestazioni europee pongono un problema di ordine pubblico, ma anche di sicurezza geopolitica. Le reti filorusse possono sfruttare le immagini degli scontri per descrivere le democrazie occidentali come sistemi incapaci di garantire stabilità. Questo, tuttavia, non dimostra che il Cremlino abbia organizzato le violenze: per sostenerlo servono prove.
La distinzione è fondamentale. Non occorre provocare una crisi per trarne vantaggio. Basta saperla sfruttare.
Una manifestazione degenera, un gruppo di facinorosi affronta la polizia, le vetrine vengono distrutte. In pochi minuti, i video degli scontri fanno il giro dei social, spesso accompagnati da ricostruzioni parziali o immagini fuori contesto. La polemica supera rapidamente i fatti e la rabbia trova nuovi bersagli.
Operazioni filorusse come Doppelgänger e Operation Overload hanno mostrato come campagne coordinate possano alimentare le divisioni nelle società occidentali. Non significa che ogni disordine sia opera straniera. Significa che le crisi interne possono diventare strumenti di pressione geopolitica.
Putin non ha bisogno di inventare le fragilità europee. Può limitarsi a sfruttarle.
Una protesta contro il costo della vita diventa la prova del fallimento economico dell’Occidente; gli scontri con la polizia vengono presentati come sintomo di autoritarismo; le divisioni sugli aiuti all’Ucraina diventano un’occasione per contrapporre cittadini e governi. Il risultato è un’Europa più litigiosa e meno capace di definire una strategia comune.
Ma sarebbe un errore attribuire tutto a un intervento straniero. Non serve un agente russo per convincere un teppista a spaccare una vetrina. Non serve un’operazione clandestina per spiegare l’incapacità di un governo di gestire una manifestazione. E non occorre un nemico esterno per trasformare il disagio sociale in rabbia politica.
Qui cominciano le responsabilità europee.
C’è chi giustifica la violenza in nome delle rivendicazioni dei manifestanti, come se una causa condivisibile rendesse accettabile aggredire gli agenti o distruggere negozi. C’è chi, al contrario, denuncia interferenze straniere senza presentare prove, usando la sicurezza nazionale per evitare domande scomode sulle proprie inefficienze.
Entrambi gli atteggiamenti sono pericolosi. Il primo indebolisce il rispetto della legge; il secondo compromette la credibilità delle istituzioni e rischia di trasformare ogni dissenso in un sospetto di complotto.
La risposta deve essere concreta: identificare i responsabili delle violenze, accertare eventuali finanziamenti e collegamenti stranieri e chiedere alle piattaforme maggiore trasparenza. Soprattutto, occorre distinguere le proteste legittime dai comportamenti criminali e le interferenze documentate dalle semplici supposizioni.
La libertà di manifestare non comprende il diritto di devastare. La sicurezza nazionale, allo stesso modo, non autorizza ad accusare senza prove.
Il Cremlino potrebbe guadagnare dalle divisioni europee anche senza aver provocato direttamente gli scontri. Una società polarizzata, diffidente verso le proprie istituzioni e incapace di affrontare i conflitti senza esasperarli diventa più vulnerabile alle pressioni esterne.
La conclusione non è che dietro ogni violenza ci sia Putin. È che ogni violenza può favorire chi vuole indebolire l’Europa.
La minaccia esterna va contrastata con l’intelligence e con i fatti. Le fragilità interne, invece, si affrontano assumendosene la responsabilità.
Alberto Scafella
