L’ultimo grande impianto europeo integrato per la produzione della penicillina è sotto pressione per la concorrenza cinese, una vicenda che rivela tutte le contraddizioni della politica industriale europea, si invoca l’autonomia strategica, ma si rischia di perdere proprio le fabbriche che la rendono possibile.
C’è un dato che dovrebbe far riflettere i governi europei, la quota cinese nelle importazioni dell’Unione europea di penicilline e derivati è passata dal 44% nel 2019 all’86% nel 2025, nel frattempo, lo stabilimento Sandoz di Kundl, in Austria, considerato l’ultimo grande presidio europeo della filiera integrata della penicillina, è sotto pressione per la concorrenza dei produttori asiatici.
Non è soltanto una questione di mercato, è una questione di sicurezza sanitaria, autonomia industriale e capacità dell’Europa di proteggere i propri interessi strategici.
Il problema non riguarda soltanto le compresse vendute in farmacia, la produzione di un antibiotico comincia molto prima, con la fermentazione industriale, l’estrazione delle sostanze e la fabbricazione dei principi attivi, è proprio in queste fasi che la concentrazione produttiva in Cina rappresenta una vulnerabilità.
Un’azienda europea può continuare a fabbricare e confezionare medicinali sul proprio territorio, ma se deve acquistare all’estero le sostanze fondamentali per produrli, la sua autonomia è soltanto parziale.
Se venisse meno Kundl, l’Europa perderebbe una parte importante della propria capacità di produrre penicilline lungo la filiera, non significherebbe restare immediatamente senza tutti gli antibiotici, ma aumenterebbe la dipendenza da fornitori esterni e la difficoltà di reagire a eventuali interruzioni delle forniture.
La concorrenza cinese si fonda su diversi fattori, grandi volumi produttivi, costi industriali inferiori e condizioni economiche che rendono difficile competere per gli stabilimenti europei, a questo si aggiunge un sistema di acquisti che troppo spesso privilegia il prezzo immediato rispetto alla sicurezza delle forniture.
Il risultato è un paradosso, ospedali e sistemi sanitari cercano legittimamente di risparmiare, ma la somma di decisioni orientate al minor costo può contribuire a indebolire la capacità produttiva necessaria a garantire medicinali essenziali.
Quando una fabbrica chiude, infatti, non si perdono soltanto macchinari, si disperdono competenze, personale specializzato, processi industriali e investimenti difficili da ricostruire, e se il mercato si concentra ulteriormente, l’Europa rischia di ritrovarsi con meno alternative proprio quando ne avrà più bisogno.
Le contraddizioni di Bruxelles
Dopo le carenze di amoxicillina del 2022, l’Unione europea ha riconosciuto la necessità di rafforzare la produzione di medicinali critici, lo stabilimento di Kundl ha ricevuto sostegno per aumentare la capacità produttiva, eppure, la pressione economica sulla produzione europea non è scomparsa.
È qui che emerge la contraddizione politica, non basta parlare di autonomia strategica, resilienza e sicurezza sanitaria se poi le condizioni di mercato rendono sempre meno conveniente mantenere in Europa gli impianti indispensabili.
La risposta non può essere quella di produrre tutto in casa, a qualunque costo, deve essere una strategia selettiva e concreta, contratti di fornitura pluriennali, appalti pubblici che considerino anche la diversificazione dei fornitori, sostegno trasparente agli impianti strategici e scorte sufficienti ad affrontare le emergenze.
Occorre inoltre verificare, attraverso gli strumenti previsti dal diritto commerciale, se eventuali pratiche di dumping stiano danneggiando la produzione europea, la concorrenza è utile, ma deve essere valutata sulla base di regole verificabili e non soltanto del prezzo finale.
Una questione di sovranità sanitaria
La penicillina è uno dei simboli della medicina moderna, Che la sua produzione industriale diventi un terreno di vulnerabilità strategica dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutta l’Europa.
La lezione è semplice, dipendere da fornitori esteri non è necessariamente un problema; dipendere in misura eccessiva da pochi fornitori concentrati nello stesso Paese può diventarlo, soprattutto quando si parla di medicinali indispensabili.
La vera domanda, dunque, non è se produrre in Europa costi più che in Cina, è quanto siamo disposti a investire per non trovarci, domani, senza alternative.
Perdere la produzione di un antibiotico essenziale per risparmiare oggi potrebbe significare pagare un prezzo molto più alto domani, l’autonomia sanitaria non si costruisce con gli slogan, si costruisce mantenendo in vita le fabbriche, le competenze e le filiere che permettono all’Europa di curare i propri cittadini.
