Oggi la violenza è diminuita, ma la prevenzione resta in ritardo
Se l’AISI è davvero, come sostiene il governo, la migliore agenzia di intelligence del mondo, bisogna riconoscere che oggi qualcosa ha funzionato. Resta però una domanda: perché la settimana scorsa la violenza è arrivata prima della prevenzione?
Dopo giorni segnati da danneggiamenti, aggressioni agli agenti e gravi disordini, nelle manifestazioni di oggi gli scontri sono diminuiti. Identificazioni, interventi mirati e un dispositivo di sicurezza rafforzato hanno contribuito a gestire meglio la situazione.
È un risultato positivo, e sarebbe sciocco negarlo. Meno violenza significa meno cittadini coinvolti, meno agenti feriti, meno attività danneggiate e meno città trasformate in laboratori di guerriglia urbana. Il merito va riconosciuto alle forze impegnate sul campo e a chi ha predisposto un dispositivo più efficace.
Ma proprio questo risultato rende inevitabile una domanda: perché, per ottenere una gestione più sicura, è stato necessario assistere prima a giornate di devastazioni?
Nel nostro Paese la prevenzione sembra funzionare con effetto ritardato: prima si lascia che la situazione degeneri, poi si adottano le misure necessarie per evitare che accada di nuovo. Una tecnica che potremmo definire “intelligence con effetto postumo”.
Se oggi erano utili più uomini, informazioni meglio utilizzate, controlli mirati e una pianificazione più adeguata, è ragionevole chiedersi perché misure analoghe non siano state predisposte prima, almeno nella misura consentita dalle informazioni disponibili e dalla legge.
Non si pretende che l’intelligence preveda ogni gesto impulsivo o ogni episodio isolato. È però legittimo domandarsi se fossero già disponibili informazioni sui gruppi organizzati, sui loro collegamenti, sulle modalità operative e sui possibili obiettivi. E, soprattutto, se tali informazioni siano state trasmesse in tempo a chi doveva predisporre la sicurezza.
L’AISI si occupa della sicurezza interna, ma non gestisce direttamente l’ordine pubblico nelle piazze, affidato alle autorità di pubblica sicurezza, alle forze di polizia e agli organismi investigativi competenti.
Questo chiarimento è corretto, ma non può trasformarsi in uno scaricabarile istituzionale. Se l’AISI è davvero l’agenzia d’eccellenza descritta dal governo, dovrebbe contribuire a individuare in anticipo reti, soggetti e minacce capaci di trasformare una manifestazione in un teatro di violenza.
Le informazioni pubbliche non consentono di stabilire se l’AISI abbia fallito né di attribuirle direttamente la responsabilità degli scontri. Proprio la sua presunta eccellenza impone però di verificare dove possa essersi inceppata la catena: nella raccolta dei dati, nella loro valutazione, nella condivisione con gli organismi competenti o nella trasformazione delle informazioni in decisioni operative.
L’AISI non può essere il capro espiatorio di ogni disordine. Ma non può nemmeno essere celebrata quando tutto va bene e sottratta a ogni domanda quando la prevenzione arriva tardi.
Oggi, con un dispositivo più adeguato, gli scontri sono diminuiti. Questo è il dato positivo. La macchina dello Stato ha reagito e, almeno in parte, ha trovato una risposta più efficace.
Il dato meno positivo è che sembra aver trovato il manuale d’istruzioni soltanto dopo aver perso qualche pezzo per strada.
Dopo una manifestazione violenta dovrebbe essere chiarito quali elementi fossero già noti, quali analisi siano state svolte e perché non abbiano consentito di contenere gli incidenti. Allo stesso modo, sarebbe utile capire quali scelte abbiano funzionato oggi e se possano diventare una prassi stabile, invece di restare una risposta emergenziale.
Non serve pretendere dall’AISI l’impossibile. Serve coerenza tra la propaganda istituzionale e i risultati. Se si definisce un’agenzia “la migliore del mondo”, bisogna accettare che quella definizione comporti anche una maggiore responsabilità nel momento in cui la prevenzione non funziona.
La sequenza non può essere sempre la stessa: prima le devastazioni, poi gli arresti, infine la scoperta che informazioni e preparazione avrebbero potuto fare la differenza.
Oggi quella sequenza si è interrotta, almeno in parte. È un passo avanti, ma non ancora una strategia.
Il governo dovrebbe spiegare perché una minaccia così evidente sia stata affrontata soprattutto dopo essersi già manifestata. Se bastavano più uomini, informazioni meglio utilizzate e interventi mirati, viene il sospetto che la “migliore agenzia del mondo” abbia avuto bisogno di vedere il disastro in diretta per aggiornare il calendario.
Il risultato positivo va riconosciuto. Ma non può diventare un alibi per evitare le domande più importanti.
Perché l’intelligence dovrebbe arrivare prima.
Altrimenti non è prevenzione: è soltanto la spiegazione, a posteriori, di ciò che non si è saputo evitare, con l’aggravante di celebrare il successo per aver limitato i danni dopo aver lasciato che cominciassero.
Alberto Scafella
