Persia - Faravahar simbolo principale dello Zoroastrismo
La repressione degli ayatollah miete vittime innocenti
L’attenzione mediatica in Italia è concentrata sulla carneficina avvenuta a capodanno nella discoteca di Crans Montana con le vergognose circostanze che l’hanno seguita, sulle piazze ove i soliti NO TAV e Propal stanno vergognosamente difendendo le prerogative di Maduro dittatore sanguinario del Venezuela. E’ così passata nel dimenticatoio o molto in coda rispetto a quanto accennato, la situazione che si sta vivendo in Iran ove la dittatura mussulmana si sta accanendo senza pietà sulle vita di chi osa ribellarsi alle imposizioni del sanguinario regime.
Per stare alle ultime notizie I numeri non ufficiali raccontano di una strage gravissima. Un medico di Teheran intervistato dal Times ha riferito di aver contato in sei ospedali della capitale almeno 217 morti, in prevalenza giovani. Molti erano i manifestanti su cui la polizia a nord di Teheran ha sparato con le mitragliatrici. La gran parte dei corpi, così ha riferito, è stata fatta sparire dalle autorità. L’oscurità è la cifra di questa crisi. Come si è sviluppata questa protesta?
La rivolta in Iran era scoppiata come una protesta dei bazaari, dei negozianti, contro le disastrose politiche economiche del regime islamico di Teheran, contro il caro vita e il crollo del rial, la valuta nazionale. Giunte alla seconda settimana, queste proteste sono diventate qualcosa di molto più serio: il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica.
Non vengono semplicemente chieste riforme, vengono abbattuti i simboli della Rivoluzione Islamica: le bandiere ammainate, i poster di Khomeini e di Khamenei dati alle fiamme, le statue abbattute, fra cui quella del generale Soleimani, di cui il regime celebra il sesto anniversario dell’uccisione da parte degli americani. Proprio la prima amministrazione Trump, che aveva ordinato la sua eliminazione come rappresaglia per gli attentati contro i soldati americani in Iraq, oggi non resta a guardare. E una notevole concentrazione di forze alle porte dell’Iran, fa pensare che si prepari un colpo di mano, se dovesse presentarsene l’occasione.
C’è il blocco di Internet imposto dal regime a partire dall’8 gennaio, per cui, seguire le varie fasi di protesta e repressione è assai difficile. Grazie ai satelliti di Starlink (Elon Musk) possiamo ancora vedere le immagini delle manifestazioni di massa. Il punto della situazione, all’8 gennaio, era incredibilmente grave per il regime islamico. I manifestanti si erano impossessati di intere città, come Ahvaz (nel Khuzestan) e Nahavand (nello Hamedan), dove le autorità non erano più in grado di reagire. Anche nella città settentrionale di Mashad, il centro cittadino risulterebbe ancora nelle mani degli oppositori. Nella stessa Teheran almeno due quartieri, Andisheh e Ashrafi Esfahani, sono nelle mani degli insorti e la sede della televisione nazionale è stata data alle fiamme. La ribellione contro la Repubblica Islamica è dilagata come un incendio in due settimane in tutte e 31 le province del paese, nessuna esclusa, anche se l’attività degli insorti è più intensa a Teheran che altrove. Nella capitale si conta il 20% del totale delle manifestazioni.
Si è però saputo che la repressione è stata violenta sin dalla prima settimana. L’episodio più scandaloso è l’incursione dei paramilitari Basij nell’ospedale Imam Khomeini di Malekshahi, per arrestare i manifestanti feriti, incursione che ha provocato morti e ulteriori feriti anche fra i parenti dei giovani ricoverati. Le stime delle vittime variano a seconda delle fonti, dai venti ai cinquanta morti. La stima più alta è di 51 morti, data da Iran Human Rights, Ong basata in Norvegia. Fonti mediatiche, come la Bbc, hanno confermato l’identità di 22 vittime della repressione. A fronte di sempre più vaste diserzioni nelle fila della polizia, l’Iran sta importando miliziani sciiti dai paesi vicini, soprattutto dall’Iraq, dove sono partiti (sotto la copertura di un “pellegrinaggio”) alla volta delle città iraniane almeno 800 miliziani delle brigate Badr e di Qataib Hezbollah. Il peggio potrebbe essere iniziato con la disconnessione dell’intero paese da Internet, mossa che fa temere che il regime non voglia testimoni. L’allarme viene lanciato dalla premio Nobel Shirin Ebadi che parla di rischio “massacro” una volta che gli occhi indiscreti sono allontanati. «L’estensione dell’uso della forza di regime contro i manifestanti sta aumentando – spiega anche Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights – È molto alto il rischio che la violenza si intensifichi dopo lo spegnimento di Internet».
Sorge la domanda se Trump dopo l’uccisione di manifestanti innocenti sia disposto a intervenire. In una sua ultima intervista, rilasciata proprio l’8 gennaio, ha fatto capire di non averne troppa intenzione: ha attribuito le morti fra i manifestanti alla “calca”, dunque a incidenti e non alla repressione. Lascia intendere, dunque, che il regime iraniano non abbia ancora passato la sua “linea rossa”. Però qualcosa si muove, negli Usa. Sia militarmente che politicamente.
Pare che gli Usa stiano inviando rinforzi alla 101^ Divisione d’assalto aereo e soprattutto schierando forze speciali, i Delta Force (antiterrorismo), mentre i Night Stalkers (gli incursori protagonisti del raid di Caracas), trasferiti in Gran Bretagna potrebbero prossimamente essere rischierati nel Golfo. È anche aumentato il numero di aerei da trasporto e velivoli militari, come se si stesse preparando una grande operazione aviotrasportata. Difficile prevedere un’azione a sorpresa, potrebbe essere solo pressione sul regime. Ma l’effetto morale lo sta facendo, considerando che i manifestanti invocano Trump e hanno ribattezzato diverse strade da loro controllate col nome del presidente americano.
Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, assurge a punto di riferimento per sempre più dissidenti e manifestanti iraniani. Non si dice disposto a restaurare la monarchia, ma è pronto a prendere le redini del paese a seguito di un eventuale voto libero, dopo la caduta dell’attuale regime. Pahlavi sta redigendo un programma per la trasformazione del paese nei primi 100 giorni di governo, redatto con l’aiuto di esperti iraniani di tutti i settori. Ci sarebbe anche un esecutivo pronto, grazie al lavoro preparatorio svolto da organizzazioni iraniane in esilio negli Usa, come la National Union for Democracy in Iran. È assieme a questa associazione che il principe Ciro ha formulato il suo “progetto di prosperità” per la trasformazione del paese. Non sono previste solo riforme strutturali, ma anche un cambiamento radicale in politica estera, con l’ingresso dell’Iran nei Patti di Abramo (normalizzazione delle relazioni con Israele, assieme a Emirati Arabi Uniti e Bahrein). Trump non sta dando un assegno in bianco al principe Pahlavi, ma lo incontrerà martedì prossimo nella sua residenza a Mar a Lago: anche questo è un segnale forte.
Non ci si può illudere perché il regime islamico è ancora al potere e molte altre volte, in occasione delle rivolte del 1999, del 2009 e del 2019, pareva sul punto di cadere. Non mancano, anche in questa occasione, voci di una caduta imminente. Si parla anche di un possibile accordo per un esilio dorato dell’ayatollah Khamenei a Mosca, come Assad prima di lui. Ma non ci sono prove o testimonianze attendibili per confermare questa tesi. Però, c’è la prova che il regime sia preoccupato per la situazione.
Khamenei parla, condannando i manifestanti e aumentano le accuse a fantomatici “agenti stranieri” che starebbero alimentando la protesta. Nell’ultima versione ufficiale, tutti i manifestanti sarebbero al servizio del Mossad israeliano e di Donald Trump. Questo è il segnale che il regime ha paura. E che si prepara a proseguire con la infamante carneficina, ma sino a quando?
