Da un po’ di tempo abbiamo scoperto che esiste una cosa chiamata “guerra ibrida” e ci siamo posti il seguente interrogativo: perché creare un nome nuovo per una cosa che esiste da sempre?
Normalmente questo avviene quando si vuole veicolare nell’opinione pubblica un’idea che serve al potere per giustificare certe sue aspettative o certi suoi atteggiamenti del tutto discutibili mascherandoli dietro un’etichetta accettabile.
Se per guerra ibrida si intendono tutti quei comportamenti ostili verso altre nazioni che non assumono la forma del confronto militare armato e diretto, allora la guerra ibrida esiste da secoli e secoli. Gli stati e i loro governi hanno sempre agito nell’ombra contro stati e governi avversari tramite una infinità di strumenti e organismi operanti in un’oscurità ancora più inaccessibile. Pensiamo immediatamente ai servizi segreti, vere e proprie organizzazioni criminali legittimate dalla ragion di stato che non si sono mai tirate indietro dinnanzi all’omicidio, alla tortura, all’estorsione, alle stragi, alla menzogna istituzionalizzata e a tutto ciò che l’etica rifiuta e condanna da sempre. Eppure nessun paese ha mai rinunciato ai loro uffici lasciandoli agire occultamente, salvo poi negarne sfacciatamente l’esistenza e l’operato. Tutto ciò -ripetiamo- da sempre e con le stesse ripugnanti modalità, anche perché nessun governo ha mai lesinato nel fornire loro mezzi finanziari imponenti e senza obbligo alcuno di rendicontazione: alcuni di noi ricorderanno ancora il famoso “non ci sto” di un certo presidente della repubblica di fronte a un’opinione pubblica che nel 1993 si interrogava su certi misteriosi fondi segreti a disposizione sua e del ministero che aveva diretto in passato.
Sembra cioè che l’etica ordinaria, che dovrebbe valere per tutti, si fermi sulla soglia della politica, la quale fa della sua azione un mondo insindacabile e superiore alle regole umane e divine. Non vogliamo piagnucolare su questa contraddizione: è così e basta; e gli stessi studiosi della politica lo riconoscono e in qualche modo l’accettano, anche senza giustificarlo apertamente. Da Machiavelli a Metternich, da Tucidide a Hobbes, da Botero a Schmitt il pensiero politico e giuridico ha dato per scontato che l’etica debba in qualche modo cedere all’esigenza di sicurezza degli stati. Sia il diritto interno che quello internazionale hanno quasi sempre dovuto arretrare dinnanzi alla forza degli interessi politici e della potenza militare. Il pensiero corre al povero Tajani, ministro degli esteri, che è stato sbeffeggiato e insolentito quando, un anno fa, ha detto una cruda eppure incontestabile verità, e cioè che il diritto internazionale è importante, “ma fino a un certo punto”.
Ma oggi questa problematica ha assunto una configurazione parzialmente diversa.
L’equilibrio del terrore imposto dalla deterrenza nucleare ha reso pressoché impossibile uno scontro diretto fra le superpotenze, e il caso Ucraina lo sta dimostrando in modo esemplare. Così il conflitto fra il mondo euroatlantico e la Russia ha preso, almeno per ora, la forma della guerra ibrida, cioè di una guerra guerreggiata in modo anomalo. Potremmo dire, parafrasando Von Clausewitz, che la guerra ibrida è la conduzione della guerra ordinaria con altri mezzi. Il tutto caratterizzato dagli strumenti della tecnologia moderna che hanno trasformato lo scontro bellico quasi in un wargame giocato con missili, intercettori, droni, satelliti che si sfidano in cielo, in mare e in terra ai confini degli stati e delle loro zone di influenza, senza varcare il limite del rischioso e plateale sconfinamento e limitandosi a provocazioni intermittenti, sfacciate e dimostrative. Spesso si tratta di operazioni false flag, di cui nessuno vuole riconoscere la paternità, ma che tutti sanno benissimo essere perfettamente attribuibili.
Ma a questo gioco militare -che comunque, e purtroppo, sul fronte russo-ucraino è tutt’altro che un gioco- si affianca la guerra ibrida informatica e cognitiva, che rappresentano la versione contemporanea del sabotaggio classico e della propaganda bellica.
Ma, allora, se tutto questo è sempre esistito ed è stato sempre utilizzato dalla spregiudicatezza dei governi perché oggi torna così prepotentemente alla ribalta sulle pagine dei giornali e dei telegiornali?
La risposta è abbastanza semplice: perché l’occidente ha disperatamente bisogno di un nemico per sostenere il suo poderoso riarmo, a sua volta reso necessario dalla crisi di un’industria che cerca un nuovo sbocco per la sua produzione. Certo, giocano anche, e indubbiamente, ragioni di potenza e di predominio strategico, ma il movente economico resta comunque fondamentale.
E così, vista l’impossibilità di una guerra “vera” -le cui conseguenze sarebbero inconcepibili e inaccettabili- si è ripiegato sul surrogato della guerra ibrida, uno strumento multifunzionale che, oltre a sostituire la guerra guerreggiata, può servire anche a molte altre cose: tenere sotto pressione un’opinione pubblica impaurita, giustificare varie forme di riarmo tradizionale o innovativo, boicottare libere elezioni in paesi a rischio con la scusa di interferenze esterne, sopprimere il dissenso, indirizzare i mezzi di comunicazione, addomesticare politici e opinion leaders, e a molto altro ancora. La creazione e lo sfruttamento di un nemico esterno sempre pronto ad attaccarci in modo palese o subdolamente occulto è veramente di grande utilità, e di questa narrazione non si butta via nulla.
A questo punto è appena il caso di dire che quel nemico -i lettori ormai l’hanno capito- è la Russia assieme al suo perfido comandante in capo, Vladimir Putin, responsabili di tutto ciò che accade e non accade in occidente, e particolarmente in Europa.
La russofobia e l’antiputinismo dilaganti sono però troppo esibiti, continuativi ed esaltati per essere reali (non se ne trova un riscontro significativo nelle opinioni pubbliche del continente) e quindi devono per forza essere artificiali o, meglio, artificiosi, creati cioè da una strategia attentamente pianificata dalle centrali occulte di quel complesso politico-militare-industriale da cui già metteva in guardia Eisenhower nel suo discorso di commiato del 1961.
Gli esempi sono infiniti e sono stati ripresi da altrettanto infinite pubblicazioni: ricordiamo, a puro titolo di esempio, Giornalisti comprati, il famoso e controverso libro del 2014 di Udo Ulfkotte, morto misteriosamente nel 2017, di cui si fatica a trovare copia e in cui egli rivela i suoi rapporti con la CIA e che rappresenta un vero atto d’accusa verso l’informazione asservita ai centri del deep state occidentale; o, più recentemente, i libri di Marcello Foa, allontanato dalla RAI l’anno scorso per certe sue opinioni divergenti e oggi relegato in un modesto blog su internet.
D’altra parte basta seguire la grande informazione conformista del Corriere della Sera, de La Stampa, di Repubblica o dei telegiornali più visti per avvertire chiaramente il vento della propaganda atlantista ed europeista che ogni giorno tenta di metterci in guardia dalla propaganda putiniana, senza minimamente avvertire l’implicita contraddizione e -quasi comicamente- senza proporre ai lettori il minimo dubbio di essere essa stessa alle dipendenze di qualcuno o qualcosa che la guida e ne costruisce i contenuti. Si chiama guerra cognitiva, e su di essa sono state scritte migliaia di pagine da parte di intellettuali e studiosi che però sono stati collocati immediatamente nella galassia del complottismo.
Così funziona il gioco, ma ricordiamoci le illuminate parole di Lincoln quando disse che si possono ingannare poche persone per molto tempo, o molte persone per poco tempo, ma mai tutte le persone per sempre.
P.S. Proprio mentre mandavamo in pubblicazione questo articolo, il quotidiano spagnolo El Mundo rivelava con grande eccitazione che la CIA aveva prospettato imminenti attacchi a Spagna, Francia, Italia con droni in partenza da navi russe nel Mediterraneo; notizia subito smentita -o per lo meno considerata totalmente opinabile-dai giornali e dalle istituzioni militari occidentali. Capito che cosa si intende per guerra ibrida?
