Ribadite le posizioni della Chiesa cattolica e la politica della Santa Sede all’insegna della difesa della pace e della Verità
Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha incontrato il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per rivolgere l’augurio per il nuovo anno. Era un evento tanto atteso dagli osservatori internazionali, tenendo conto dell’opera silenziosa che la diplomazia della Santa Sede sta portando avanti negli scenari conflittuali del Mondo, purtroppo ancora presenti e irrisolti. L’attesa non è stata vana. Si è riscontrata la lucida e decisa presa di posizione del Papa verso le situazioni in essere e i ruoli non sempre lineari degli interlocutori.
Una doppia novità ha poi caratterizzato la ricorrenza. Dopo la morte di Papa Francesco, è stata la prima occasione formale dell’incontro augurale promossa da Papa Leone. Il Papa, come già aveva fatto Francesco, ha abbandona l’uso del francese, lingua tradizionalmente parlata nei rapporti diplomatici, privilegiando l’inglese e per brevi tratti l’Italiano. Oltre al ricordo di Papa Francesco e all’anno giubilare appena concluso, il Papa ha concentrato il suo intervento assai incisivo sulle tematiche spirituali e politiche che in questo momento stanno a cuore alla Chiesa, che per sommi capi citiamo.
Difesa della vita, della famiglia e della libertà religiosa, con qualche critica poco velata, anzi esplicita ai «cosiddetti nuovi diritti».
IL papa “Agostiniano” si è rivelato nella sua pienezza dottrinale, con riferimenti precisi. «La città di Dio» e la visione di sant’Agostino sul mondo del V secolo sono il punto di partenza di Leone XIV per la sua panoramica sulla situazione internazionale.
Per il Papa, Chiesa e Stato non sono in antitesi e la corretta lettura dell’idea agostiniana di città di Dio e città terrena lo dimostrano. Il santo d’Ippona propone nella sua celebre opera degli allarmi che, secondo Prevost, sono ancora validi per la vita politica: le «false rappresentazioni della storia», «l’eccessivo nazionalismo» e la «distorsione dell’ideale dello statista».
Il Papa lamenta la «debolezza del multilateralismo» ed è un punto di vista coerente con la tradizionale politica estera della Santa Sede. «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti – ha osservato Leone – si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Ciò succede in un contesto in cui «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» dal momento che «è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui». Nel corso del discorso il Papa si rivela deciso a entrare nel merito delle singole questioni e non attendista verso la situazione internazionale.
Prevost, infatti, stigmatizza le Nazioni Unite che non solo devono sforzarsi di rispecchiare «la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra» ma le sprona a far sì che questi sforzi siano più orientati ed efficienti nel «perseguire non ideologie, ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli».
Ideologia è una parola ripetuta spesso nel testo pronunciato come quando il Papa ha contestato all’Occidente la riduzione degli «spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Papa Leone ha poi difeso l’obiezione di coscienza che «consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale». Il Papa ha citato i casi del «rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» e del «diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».
Contro la tendenza a criminalizzarla, Prevost ha detto che «l’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» e che «in questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani».
Concetti che non potranno passare inosservati, anche nel nostro Paese ove in dispregio ai principi della Bioetica c’è chi sta propugnando la cultura della morte in antitesi alla difesa della vita.
Entrando nel merito dei diritti fondamentali minacciati, nel suo discorso Papa Leone ha citato la libertà religiosa definita da Benedetto XVI il primo dei diritti umani. Prevost ha parlato di tutte le comunità religiose, ma ha anche precisato come «non si può tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede».
Nel 2025 la situazione è peggiorata, ha ricordato il Pontefice, «a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso». Questo gli ha permesso di formulare un pensiero per le «numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico».
In questo modo, Papa Prevost ha riconosciuto la connotazione religiosa delle persecuzioni e delle uccisioni che si registrano ai danni dei cristiani in quelle regioni. Si tratta di gravi situazioni che la politica ufficiale, come i mezzi di comunicazione, continuano a ignorare, come le varie forme di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
Oltre a migranti, rifugiati e detenuti, il discorso del Papa si è soffermato sulla famiglia e sui nascituri. «La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo – ha affermato Prevost – impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità».
Un Papa che potremo definire pro-life, ha precisato come «la visione della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo». «Tra queste – ha detto – vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita». Per questo motivo il Papa ha ripetuto la posizione della Santa Sede che «esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie».
In questo senso, in nome della protezione di ogni nascituro e di supporto effettivo alla donna, Prevost ha condannato anche l’utero in affitto dicendo che trasforma «la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». Condanna anche per l’eutanasia ritenuta una forma di «illusoria compassione».
Il Papa ha ripetuto che «la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano» e dunque «una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla». Un passaggio ancora più indigesto a tanti è quello in cui Leone ha lamentato «un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani» in cui «il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti».
Concetti profondi, in sintonia con l’affermazione della Bioetica Cattolica, espressi senza giri di parole, che dovrebbero far riflettere i poteri decisori e confortare i Cattolici che nel recente passato si erano sentiti un po’ abbandonati dal sociologismo delle Gerarchie ecclesiastiche, che stava depauperando il messaggio cristiano.
In chiusura, oltre all’affermazione esplicita e orgogliosa della dottrina e della testimonianza della Chiesa Cattolica, il Papa si è soffermato sulla situazione internazionale, ricordando gli abitanti che soffrono e muoiono in Ucraina, Terra Santa, Haiti, il Myanmar, per poi soffermarsi sul destino del Venezuela con il suo «appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano».
