Marco Chiaravalle: "Babele o la confusione delle lingue"
Un contributo di Marco Chiaravalle
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Si tenga presente inoltre, che una rivoluzione, altro non è che un rivolgimento – nel senso del passaggio da sopra a sotto e viceversa – all’interno di un sistema di combinate disposte, ma la questione è ormai al di là del sistema stesso. La fine di un universale astratto significa la morte delle forme concettuali attraverso le quali si costituiva – perfino nelle forme oppositive proprie – il Reale e, al tempo stesso, se non della sua razionalità, quantomeno della sua pretesa rappresentazione di essa. Quindi quale potrebbe essere la risposta a una crisi così drammatica, se escludiamo i due termini centrali nel secolo scorso Capitalismo e Socialismo, cosa resta del giorno? Forse la famosa singolarità kurzweilliana, che in breve vede la definitiva scomparsa dell’essere umano in un sistema integrato tecnologico? Ai trans-umanisti però sfuggono alcune considerazioni di filosofia prima,
a volte parlando con un trans-umanista sembra di essere in presenza di un cannibale tanto la logica di dominio apicale sottostante, è stringente: la prima conseguenza del ragionamento trans-umano è l’immediata perdita di quella posizione privilegiata in cui l’uomo è aristotelicamente terzo rispetto, da un lato al mondo animale, un mondo in cui il corredo genetico determina l’appartenenza all’ambiente di riferimento e questa appartenenza è simbiotica, definita da un perimetro di scelte pre-determinate, strettamente legata al principio di necessità, poiché in natura si vive ripetendo, non c’è una ri-flessione a determinare uno spazio interpretativo, ovvero manca la psiche con tutti i suoi sviluppi ulteriori. Dall’altro, al mondo della divinità, ove regna l’ineffabilità e l’assoluta assenza di vincoli temporali e spaziali, la omni potenza della trasmutazione continua e delle possibilità infinite. Certamente un trans-umanista obietterebbe il proprio ateismo rispetto al divino e rigetterebbe in toto l’antropologia in luogo di una etologia umana, asserzione che ci riporta a un approccio vecchio – chiamato sociobiologia, siamo nel 1975 circa – di scuola anglosassone, che vede l’organizzazione umana alla pari di quella animale.
Nel primo caso la sua visione del divino è filosoficamente ristretta, in quanto utilizzando in luogo del divino il termine “trascendente”, la prospettiva cambia, e in modo molto chiaro: spazio e tempo universali ci appaiono per quello che sono, fenomeni al di fuori della nostra portata e di qualsiasi tecnologia. Fenomeni e forze considerati divini nel mondo antico, che vanno al di la anche della tanto decantata nascita del nuovo Sapiens Tecnologicus, un essere che al massimo attraverso la virtualità può attuare solo una simulazione di quelli, quindi sostituendo l’inautentico al Reale; ragion per cui nella tecnologia tutto è simulazione – e simulacro – dall’acceleratore di particelle alla realtà aumentata, per finire alla vita debiologizzata e integrata nella rete mondiale delle informazioni. L’approccio sociobiologico non si discute neanche, nel mondo umano la ripetizione porta alle forme di alienazione, il dato psichico è imprescindibile e peraltro, si tenga presente, che non conosciamo ancora tutte le aree di costruzione della coscienza:
il nostro universo interno. Nel mondo animale perimetro e ripetizione sono assi fondamentali, per un corretto sviluppo di tutte le forme viventi in ambienti specifici, mammiferi inclusi: per questo motivo etologia e antropologia sono ambiti ben distinti di ricerca. Certamente l’approccio sociobiologico si sposa con la prospettiva trans-umanista, termini come “mente alveare”, costruzione della rete, termitaio e altri ancora desunti dal mondo degli insetti, calza a pennello per la loro idea di integrazione sistemica, stante la riduzione dell’essere umano a modelli protocomportamentisti-meccanicisti dove all’istinto succede nell’immediato una reazione, senza spazio interpretativo, con la differenza che in questo caso l’essere umano non torna a un mitologico stato naturale. La tanto decantata Wilderness del nichilismo ambientalista è una visione nella quale si richiede per la salvezza del pianeta, o una re-integrazione massima nell’ecosistema o l’estinzione completa.
Le due distopie si assomigliano, perché gli animali nell’ecosistema Gaia, sono il contraltare altrettanto folle, degli enti nel mondo tecnologico trans-umano.
Il trans-umanista vuole integrare l’essere umano direttamente nella sua natura artificiale – il sistema tecnico – come se, di fatto, cessando di Essere per divenire Ente tra gli enti prodotti, si risolvesse il problema dell’esternalità del Soggetto rispetto al sistema oggettivo. In parole povere se ci si impianta un sistema complesso di gestione del quotidiano su se stessi, per esempio la domotica, si diventa ne più ne meno che un elemento della stessa domotica, gestito a sua volta dal sistema remoto di controllo, quindi un flusso di informazioni come un altro – visualizzato come un qualsiasi agente tecnologico nodale – e questa naturalmente è cosa ben diversa dallo sviluppo della coscienza nei termini del perfezionamento umano. Resta, sullo sfondo di questa discussione, una domanda: allo stato attuale la tecnologia sarà o non sarà il prossimo universale astratto?
Soprattutto, possiamo definire questa prospettiva auspicabile?
Per rispondere in prima battuta si direbbe di si, ma per affermarsi ha, come nelle precedenti fasi di superamento, necessità di una rottura epistemologica e questa si produce con eventi di portata storica, che non si attuano mai in modo indolore.
Solo passata la boa dell’evento, da non confondere con la singolarità kutzweilliana, il cui “avvento” è, al di là del contenitore luccicante, di natura squisitamente “neocristica”, le nuove forze produttive emergendo in tutta la loro forza, danno vita a nuovi rapporti di produzione e questi a una nuova versione dello “stato reale delle cose”.
Sono altresì convinto che questo passaggio porterà a una socializzazione necessaria stante il collasso finanziario del sistema capitalista, ma non credo, riprendendo le perplessità iniziali, che questo dato, in assenza di classe e relativa presa di coscienza sia gestito in chiave progressiva. Ritengo molto più probabile che ciò che resta delle strutture tecniche di controllo dello Stato, avendo raggiunto una pesante integrazione con il complesso tecnologico, vadano a costituire tout court il general intellect marxiano o la famosa classe generale hegeliana. Come nel caso del salario quindi, l’abolizione dello stato reale presente, non avviene come esito di una progressiva liberazione dalle catene dell’esistente, ma dalla totale integrazione del sociale e delle sue residue forme, nella filiera tecnologica militare e amministrativa integrata a uso bellico, realizzando per paradosso in modo molto più efficiente, un vecchio sogno dei nazionalismi del primo novecento.
Un sistema sicuramente socializzante ad alta pianificazione, con un controllo stringente sulle risorse da impiegare e di conseguenza sui bisogni umani, lungi però dall’essere socialista nelle aspirazioni di emancipazione proprie dell’essere umano.
Trovo, d’accordo con George Orwell[1], questo quadro distopico più realistico rispetto a quello di un Kurzweil o di un trans-umanista qualsiasi, perché nel sognare un sistema di perfetta integrazione trascurano completamente l’equazione logistica – impiego di energia e materie prime – che lo sottende e che a un certo punto porta i costi materiali a far esplodere letteralmente qualsiasi loro immaginario punto di singolarità tecnologica.
La fantascienza cinematografica è certamente migliorata negli effetti speciali, ma sono migliorati di molto i film e relativamente poco l’esistenza delle persone, perché per quel che si è visto e che era già presente in nuce negli almanacchi scientifici della prima parte del secolo scorso, abbiamo più problemi oggi di ieri, pur non essendo in grado di percepirne molti allo stato attuale, soprattutto perché scientemente offuscati dal sistema di comunicazione universale, la famosa lanterna magica.
Per citarne uno: quanto influisce la costruzione di un sistema ambientale di trasmissione dati a onde wireless integrato e continuo, telefonia, digitale televisivo, domotica e quant’altro, sul corpo umano e sui suoi delicati equilibri biologici. Infatti, nonostante l’opinione ottimistica di Kurzweill e degli altri fedeli del trans-umano, l’elettromagnetismo ha le sue leggi e il corpo umano anche, oltre un certo limite di tolleranza regna una completa incompatibilità.
Mi si perdonerà il pessimismo, ma la crisi di un universale astratto è sempre collegata all’esplosione del pensiero magico, per troppo tempo abbiamo abusato della comodità di questo approccio, che riferisce esattamente alla ricerca di chiavi di conoscenza che permettano risultati efficienti immediati. Quando si parla di bacchetta magica, parliamo proprio di questo, di soluzioni semplici e istantanee, massimamente efficaci sganciate da qualsiasi analisi o conoscenza dei processi in corso; semplici procedure di accensione o spegnimento dei fenomeni. Capitalismo, socialismo, democrazia, non sono, ahi noi, più concettualita operative, quantomeno nell’accezione in cui li abbiamo conosciuti, la trasmutazione è in atto e alla fine potremmo trovarci di nuovo al loro cospetto, solo per scoprire pagandone il fio, che il segno come accaduto a tutto il resto ha divorziato dal significato.
La struttura prossima ventura, dovrà incorporare necessariamente, molti elementi di lunga durata della vecchia struttura. Ri-organizzare l’agire umano in forma efficiente rappresenta una vera sfida, nel prossimo sistema devono coerentemente entrare il sacro e le sue forme, cui difficilmente l’uomo rinuncia, soprattutto dopo eventi traumatici; il sociale come impegno verso l’uomo e le sue necessità; la tecnologia da impiegare nel rispetto dell’integrità dell’Essere affinché non sia ridotto a mero Ente; una finanza e una economia di programmazione, nonché la gestione meticolosa dell’ecosistema e delle risorse in esso contenute.
Questa naturalmente è una speranza, ma sull’onda delle emergenze a venire potrebbe andare molto peggio di così. Di certo non possiamo sapere a quali forme l’universale astratto futuro darà vita, poiché il futuro incorpora sempre un certo grado di incertezza, possiamo però escludere, con grande scorno di molti, che abbiano le fattezze della cultura liberale e se è probabilmente vero che avremo meno cose, non sono però convinto che saremo così felici di non averle come qualcuno afferma.
Per tutti gli altri, gli “entusiasti”del futuro come Kurzweill e i suoi fedeli discepoli politici, vale invece un’aforisma del drammaturgo e scrittore francese Jean Racine: “Pazzo chi confida nel futuro: c’è chi ride il venerdì, e piangerà la domenica”.
[1] Pseudonimo dello scrittore inglese Erik Blair.
Fine seconda e ultima parte
