Le flotte industriali al supermarket degli oceani depredano le comunità costiere
Non solo petroliere russe all’occhio dell’attenzione, anche le immense flotte di pescherecci cinesi sono bastimenti che bazzicano di straforo tra le acque del mondo.
Questo servizio è stato ispirato da un reportage del magazine Focus, che descriveva come la Cina, insaziabile consumatrice di prelibatezze marine, avesse predisposto un’immensa flotta di pescherecci per cercare la materia prima dove non è stata ancora depredata del tutto. Un servizio d’impatto che ispirava a saperne di più.
Infatti, ne è risultato che la Cina, è oggi uno dei principali attori della fame mondiale di risorse marine. Nel 2023, secondo i dati FAOSTAT, la richiesta di prodotti ittici ha raggiunto circa 41,7 kg per abitante all’anno.
È un valore elevato, ma dietro il dato pro capite si nasconde una misura scioccante: moltiplicato per una nazione di oltre un miliardo di persone, significa una domanda enorme, soddisfatta in parte dall’acquacoltura, di cui la Cina è il maggior produttore mondiale, ma anche da una flotta industriale capace di spingersi in un supermercato Oceanico anche molto distante dalle proprie coste.
L’inchiesta di Focus, riportava che i cinesi, ghiotti di prodotti ittici, hanno contribuito a saccheggiare le risorse del Mar Cinese Orientale & Meridionale, e zone limitrofe, rendendo le aree di pesca ormai improduttive. La scelta avveduta sarebbe stata quella di consumare meno, invece, flotte di navigli sono andati a cercare altrove.
Gli oceani non sono un infinito supermercato
Da tempo, immense flotte da pesca pechinesi solcano il Pacifico, l’Oceano Indiano, l’Atlantico meridionale e le acque prossime all’Africa e all’America Latina. Secondo il Centre for Eastern Studies, i pescherecci d’altura cinesi, nel 2023 erano circa 17.000 mentre i dati ufficiali dichiaravano 2.551 navi da pesca. Una differenza che rivela anche un problema di trasparenza.
Una flotta che non conosce confini
Solo al largo dell’Argentina, durante la stagione del calamaro, si concentrano circa duecento pescherecci cinesi. Operano in prossimità della zona esclusiva nazionale, oltre la quale la pesca non è di fatto illegale, ma può esercitare una pressione difficilmente controllabile sugli ecosistemi. Nel Pacifico orientale, le attività delle flotte industriali affliggono i Paesi che si affacciano sulle aree di alimentazione e migrazione delle specie marine, comprese quelle vicine alle Galápagos.
Lungo le coste dell’Africa occidentale, dal Senegal alla Mauritania e al Ghana, la questione assume una misura ancora più drammatica. I grandi pescherecci inibiscono le barche dei pescatori locali, mentre il sovrasfruttamento riduce la disponibilità di pesce destinato alle popolazioni costiere. In alcuni casi sono state provate violazioni delle norme nazionali, tecniche distruttive e circuiti commerciali illegali.
La voracità della pesca non è riconducibile solo alla Cina. Tuttavia, la sproporzione fra la potenza industriale delle flotte e la capacità di controllo di molti Stati costieri crea condizioni di sfruttamento senza regole. Il pesce viene catturato lontano, lavorato e venduto attraverso catene internazionali, mentre la maggior parte dei costi ambientali e sociali resta nei territori che lo hanno perduto.
La natura non può produrre all’infinito
Sarebbe però limitativo attribuire ogni responsabilità alla Cina. La sua dimensione demografica e industriale rende più visibili gli effetti del suo modello, ma la cosa ai consumi appartiene a un’economia globale che premia volumi, velocità e profitti, senza più valutare la distruzione degli ecosistemi. Il problema non riguarda soltanto il pesce: riguarda la capacità collettiva di trasformare foreste, suoli, acque e mari in merci, mortificando i gli armonici processi che consentono la vita. In questo saccheggio le risorse del mare, un tempo abbondanti, sono l’ultima frontiera.
L’appuntamento che riassume questa follia è l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità esaurisce le risorse che il pianeta può rigenerare nell’intero anno. Nel 2026 è caduto il 30 luglio. Secondo il Global Footprint Network, consumiamo risorse e servizi naturali a un ritmo equivalente a circa 1,73 pianeti Terra. La data dipende anche dagli aggiornamenti metodologici, ma il messaggio resta inequivocabile.
Non è soltanto una questione di ingordigia cinese, dunque, ma di un’umanità che continua a chiedere al Pianeta più di quanto riesca a restituire. Gli oceani, e non solo loro, non ce la fanno più.
L’umanità è di fronte alla scelta: siamo in troppi e dobbiamo farci posto, limitando il consumismo a cui siamo stati abituati dal mercato e dalla nostra vanità. È impellente un cambio di passo, lo sappiamo, eppure si fa finta di niente. Venerdì e Sabato sera: Gamberoni allo zenzero & Spigola al vapore sono d’obbligo anche sui piatti occidentali.
Fonti e verifiche
- Our World in Data – Fish and seafood consumption per capita.
- OSW, 27 maggio 2026 – The Great Wall of Lights.
- Atlantic Council, 6 ottobre 2025.
- Global Footprint Network, 30 luglio 2026.
Carlo Mariano Sartoris
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