Un racconto di Anna Di Marco
Quel venerdì pomeriggio, alla solita ora, i quattro amici Stravaganti non erano ancora arrivati al bar.
Il barista li aspettava dietro il bancone, con tutti gli ingredienti pronti per preparare il loro famoso cocktail, lo Stravagante. Non potevano mancare. Aveva investito i propri risparmi proprio su quel circolo e confidava nella presenza dei suoi clienti abituali. Se Antonio, Josef, Pietro e Margherita non si fossero presentati al solito tavolino, anche gli altri avventori avrebbero potuto rinunciare al cocktail e andarsene.
Per lui sarebbe stata una perdita economica considerevole.
Non potevano non venire.
Eppure non c’era alcun contratto da rispettare, nessun obbligo formale, nessuna possibilità di chiedere un risarcimento. C’erano soltanto un’abitudine, un’attesa e la speranza che si rinnovasse, come ogni settimana.
Ma che cosa era successo? Perché Anna non aveva dato la libera uscita agli Stravaganti? Era questa la domanda che qualcuno, conoscendo le loro consuetudini, avrebbe potuto porsi.
In realtà, i quattro amici erano in libera uscita. Si erano semplicemente attardati per le vie della città, prima di raggiungere il solito bar.
Camminavano lentamente, osservando ciò che li circondava e ascoltando i suoni della strada.
Leggevano i pensieri della gente nei volti, le promesse delle vetrine, le storie racchiuse nei passi di chi andava e veniva, diretto chissà dove. Quella era la società in cui vivevano. Conoscerla era necessario per imparare ad amarla, rispettarla e, soprattutto, riconoscerne la bellezza.
Vi chiederete: che cosa c’è di bello in un marciapiede sporco, nei volti preoccupati, nella gente arrabbiata, delusa, disperata?
Che cosa c’è di bello in quei ragazzini riuniti in branco, pronti a sfondare una vetrina, a spaccare il finestrino di un’automobile o a maltrattare un anziano, una persona fragile, per pochi spiccioli o per il semplice piacere di farlo?
Negli occhi di chi incontravano, i quattro scorgevano un malessere profondo. Vedevano pseudo giudici che emettevano sentenze lapidarie su tutti e su tutto E intuivano che gli strumenti scelti per liberarsi dal malessere non facevano altro che trascinare quelle persone ancora più a fondo, dentro un pozzo apparentemente senza fine.
Si fermarono davanti alla vetrina di un’agenzia di viaggi.
Le immagini mostravano paradisi lontani, luoghi meravigliosi, angoli del pianeta che sembravano sottratti a ogni sofferenza.
Mongolfiere sospese in cieli azzurri, navi da crociera scintillanti, cascate impetuose e fiumi dove fare rafting, palafitte affacciate su mari cristallini.
Le fotografie promettevano tranquillità, piacere, allegria. Tutto appariva perfetto, come se la felicità fosse una destinazione da raggiungere acquistando un biglietto.
Eppure, negli occhi delle persone che passavano, i quattro continuavano a leggere angoscia, paura, disagio, arroganza, cinismo, invidia.
Era come se la bellezza fosse soffocata da qualcosa di invisibile. Come se, in tanti, si fosse spenta quella scintilla capace di far brillare gli occhi.
Dopo aver osservato, scrutato e meditato su ciò che avevano incontrato, ripresero il cammino verso il bar.
Li aspettavano tutti.
Il barista preparò in un lampo i quattro cocktail Stravaganti e li servì ai suoi amici, assetati non soltanto di una bevanda.
Le difficoltà, i dispiaceri, il dolore, le preoccupazioni, la rabbia e la paura fanno parte della vita.
Ma perché dovrebbero trasformarsi in bruttezza? Perché diventare pietre da scagliare contro qualcuno? Perché sbagliare direzione? Perché imbruttire invece di abbellire? Non bastano già tutte le cose brutte che ci circondano? È forse una forma di masochismo?
Ogni settimana, al loro tavolo, gli Stravaganti discutevano dei grandi temi dell’esistenza. Quella sera, però, sentivano di avere davanti un problema che non poteva restare confinato nelle parole. Bisognava provare a comprenderne le cause, cercare risposte, immaginare possibili soluzioni.
La società era malata.
Immaginiamola come un grande organismo vivente. Le guerre, i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la fame, le discriminazioni, le disuguaglianze, le ingiustizie, gli abusi, i femminicidi e tutto ciò che avvelena quotidianamente la convivenza sono malattie che, poco alla volta, minacciano di trasformarlo in modo radicale, forse irreversibile.
E se quell’organismo finisse per diventare qualcosa di completamente diverso?
Un mondo popolato da umanoidi, oppure un gigantesco parco divertimenti abitato da superumani dotati di intelligenza artificiale.
Un mondo efficiente, perfetto, magari persino privo di conflitti, ma nel quale non ci fosse più spazio per le emozioni, i sentimenti, il piacere, il dolore, il pianto e il sorriso.
Già oggi, talvolta, un abbraccio viene sostituito da una faccina sullo schermo, una presenza da un messaggio, uno sguardo da un’immagine.
Dove stiamo andando, se non verso un mondo nel quale l’umano rischia di essere sostituito dall’umanoide?
Antonio rimase per qualche secondo con il bicchiere sospeso a mezz’aria. Poi lo posò lentamente sul tavolo.
Fu in quel momento che un tonfo sordo, seguito dal rumore di vetri infranti, scosse il locale.
Dall’altra parte del bancone, a pochi metri dal loro tavolo, una discussione fino a quel momento contenuta tra il barista e un cliente sulla cinquantina era appena degenerata.
L’uomo aveva scagliato a terra un boccale di birra, mandandolo in frantumi.
«Tu sei un ladro! E questo posto fa schifo! Non ci metterò mai più piede!»
Aveva il volto paonazzo. Dopo aver gridato quelle parole, si voltò bruscamente e uscì dal bar, sbattendo la porta a vetri.
Il barista rimase immobile, con lo straccio in mano e lo sguardo fisso sui cocci. Sul suo volto si leggeva lo smarrimento di chi aveva appena subito un’ingiustizia gratuita.
Al tavolo degli Stravaganti, la discussione si accese immediatamente.
La parola che fino a quel momento aleggiava tra loro, lapidario, assunse improvvisamente un significato diverso. Non era più soltanto un concetto da esaminare. Aveva appena preso forma davanti ai loro occhi.
Ognuno dei quattro, secondo la propria sensibilità e la propria esperienza, si preparò a interpretare quanto era accaduto.
Margherita ruppe il silenzio con la sua consueta acutezza psicologica.
«Sapete chi è davvero lapidario? Chi non ha argomenti. Ci sono persone che ti liquidano con una frase tagliente, un giudizio definitivo che non ammette repliche. Lo fanno per rabbia, per ferire o semplicemente perché hanno una mente rigida come un sasso. Chiudono la conversazione perché non sanno sostenerla.»
Josef sorseggiò il suo cocktail prima di rispondere.
«È vero, Margherita. Ma c’è un’ironia sottile in questa parola. Lapidario è anche lo stile delle iscrizioni incise sulla pietra, quelle destinate a durare nel tempo. Chi parla per slogan o insulti crede di pronunciare sentenze memorabili, ma spesso non fa altro che scagliare pietre verbali. Confonde l’arroganza con la capacità di sintesi.»
Pietro strinse il bicchiere tra le mani. Per lui, quella parola evocava qualcosa di più antico e cupo: la colpa, il giudizio, la condanna.
«A me fa venire i brividi. Essere lapidari significa anche essere pronti a lapidare gli altri, a giudicarli senza pietà. Diventiamo tutti lapidari quando saliamo sul piedistallo dei giusti e cominciamo a scagliare sentenze contro chi ha sbagliato, dimenticandoci delle nostre stesse colpe.»
Antonio ascoltò gli amici, osservando i riflessi della luce nel proprio bicchiere.
Poi sorrise amaramente.
«Allora, forse, il nostro oracolo del bar stasera ci sta dicendo che il vero problema è la rigidità. Che si tratti di un giudizio stupido, di uno sfogo rabbioso o della condanna di un peccato, chi è lapidario ha smesso di ascoltare. Ha trasformato il pensiero in una pietra.»
Per qualche istante, nessuno parlò.
Ognuno si domandò quando fosse stata l’ultima volta in cui aveva pronunciato una sentenza definitiva su qualcuno, senza concedergli il tempo di spiegarsi.
Fu Margherita a rompere nuovamente il silenzio.
«Ecco! Lo avete visto? È esattamente quello che dicevo. Quell’uomo ha emesso una sentenza definitiva su questo posto, ha distrutto un boccale per dare forza al proprio giudizio e se n’è andato senza lasciare al barista neppure il diritto di replica. La rabbia acceca e cancella ogni sfumatura.»
Josef scosse la testa, osservando i frammenti di vetro sul pavimento.
«Per me, invece, quello non è soltanto un arrabbiato. È anche uno stupido. Ha voluto lasciare un segno indelebile della propria frustrazione, distruggendo qualcosa e comportandosi come se avesse pronunciato una verità assoluta. Ha usato il boccale come se fosse una pietra.»
Pietro si voltò verso i due amici.
«E voi lo state già condannando. Non sappiamo che cosa sia successo davvero tra loro. Magari quel cliente è stato ingannato, oppure sta attraversando il giorno peggiore della sua vita. Se lo etichettiamo subito come stupido o violento, non rischiamo di diventare anche noi lapidari? Stiamo scagliando pietre verbali contro una persona della quale non conosciamo nulla.»
Margherita si sporse in avanti, piantando i gomiti sul tavolo.
«No, Pietro, scusami, ma questo è buonismo da quattro soldi! C’è un limite alla comprensione. Quell’uomo ha aggredito verbalmente un lavoratore e ha distrutto una proprietà altrui. Se, per non essere lapidaria, devo giustificare la violenza inventandomi una giornata storta, allora aboliamo il concetto stesso di responsabilità. Quella che ho visto è stata un’azione violenta e irresponsabile. Chiamare le cose con il loro nome non significa scagliare pietre. Significa avere il coraggio di riconoscere il male.»
Pietro non si scompose, ma la sua voce si fece più profonda.
«Giudicare il male, Margherita? O soddisfare il bisogno di sentirti migliore di lui? Tu ti senti al sicuro sulla tua sedia perché non hai spaccato quel boccale. Ma quante volte hai liquidato una persona con un giudizio definitivo soltanto perché aveva urtato la tua sensibilità? La tua condanna immediata rischia di assomigliare alla sua rabbia. Tu usi le parole come lui ha usato quel vetro. Il peccatore lapidario è anche chi si proclama giudice senza provare a comprendere la miseria umana.»
Josef si inserì tra i due, cercando di riportare la discussione su un piano più ampio.
«State parlando di due cose diverse. Margherita difende la responsabilità individuale e il rispetto delle regole. Pietro difende la complessità dell’animo umano. Ma il paradosso è che, mentre discutete di quanto sia sbagliato essere lapidari, vi state lapidando a vicenda. Margherita ha scolpito nella pietra l’immagine di un uomo brutale; Pietro ha scolpito nella pietra quella di una donna incapace di empatia. Siete diventati rigidi proprio mentre cercavate di difendere le vostre idee. Non è ironico?»
Antonio si lasciò sfuggire una breve risata, più per stemperare la tensione che per divertimento.
«Josef ha ragione. Vi state incastrando da soli. Ma pensateci: il barista, in tutto questo, non ha detto una parola. È rimasto in silenzio. Forse il modo per non diventare lapidari di fronte alla stupidità o alla rabbia non è necessariamente giustificare, come dice Pietro, né condannare, come sostiene Margherita. Forse, qualche volta, bisogna semplicemente fermarsi. Accettare che la pietra è stata lanciata senza sentirsi obbligati a lanciarne un’altra.»
Margherita guardò Antonio, poi Pietro.
L’aria era ancora carica di tensione, ma la rabbia cominciava a lasciare spazio a una riflessione più profonda.
Nessuno aveva vinto. Eppure, per la prima volta, le loro certezze sembravano meno solide.
Il rumore della scopa che raccoglieva i cocci accompagnò il silenzio.
Poco dopo, il barista si avvicinò al loro tavolo con un vassoio e un panno pulito. Aveva il volto stanco, segnato dalle rughe di chi trascorre troppe ore in piedi, ma un’espressione sorprendentemente calma.
Posò alcune ciotoline di stuzzichini sul tavolo, guardò i quattro amici e accennò un sorriso amaro.
«Scusate per il disordine di prima. Spero che quel rumore non vi abbia rovinato la serata.»
Margherita non riuscì a trattenersi.
«Ma che cosa è successo? Quell’uomo è stato terribile. Come ha potuto reagire in quel modo?»
Il barista si fermò. Guardò verso la porta da cui il cliente era appena uscito e sospirò.
«Quell’uomo si chiama Sergio. Viene qui quasi ogni sera. Oggi è il 15 ottobre e, tre anni fa, proprio in questa data, sua figlia è morta in un incidente stradale. Ogni anno, quando arriva questo giorno, Sergio viene qui, si siede nell’angolo, beve troppo e finisce per cercare un pretesto per esplodere. Qualunque pretesto. Stasera ha cominciato ad accusarmi di avergli fatto pagare un conto sbagliato, di volerlo derubare.»
Al tavolo calò il silenzio.
Margherita abbassò lo sguardo. Sentì affiorare una fitta di vergogna per la durezza con cui aveva giudicato quell’uomo.
Pietro guardò Josef, senza dire nulla. La rivelazione sembrava confermare le sue parole, ma non c’era alcuna soddisfazione nel constatare di aver avuto ragione.
«E tu perché non hai reagito?» domandò Josef, sinceramente colpito.
Il barista scosse lentamente la testa.
«Perché, se gli avessi urlato contro, avrei visto soltanto un uomo violento. Se avessi chiamato la polizia, avrei visto soltanto un problema da risolvere. Ma io conosco la sua storia. Sergio non è arrabbiato con me, né con questo bar. È arrabbiato con il mondo, con Dio, con il destino che gli ha portato via una figlia. Quel boccale che ha spaccato, in realtà, era una pietra che avrebbe voluto scagliare contro il cielo.»
Si interruppe per un istante, poi riprese a parlare.
«Io raccolgo i vetri, sopporto l’insulto e cerco di non aggiungere altra rabbia alla sua. Non sempre il silenzio è la risposta giusta, ma qualche volta è l’unico modo che abbiamo per non lanciare una pietra a nostra volta.»
Fece un piccolo cenno con la testa, riprese il vassoio e tornò al bancone.
I quattro amici rimasero immobili.
La realtà aveva appena incrinato tutte le loro teorie, mostrando quanto la verità fosse più complessa e dolorosa di qualsiasi etichetta.
Non significava che Sergio avesse fatto bene a distruggere il boccale. Il suo dolore non cancellava la responsabilità del gesto. Ma quel gesto, adesso, aveva un significato diverso.
Comprendere non voleva dire assolvere. Giudicare un comportamento non significava conoscere una persona. E tra queste due verità si apriva uno spazio difficile da abitare: quello in cui la responsabilità poteva convivere con la compassione.
Antonio riprese il bicchiere.
«Forse è questo il punto. Non possiamo guarire da soli tutta la società. Non possiamo fermare tutte le guerre, eliminare tutte le ingiustizie o cancellare ogni sofferenza. Ma possiamo decidere che cosa aggiungere al mondo ogni volta che ne facciamo parte.»
Pietro rimase per qualche istante a guardare il proprio bicchiere.
«Ma forse è proprio così che nasce una scintilla.»
Poi sollevò gli occhi verso gli amici.
«È questo il disperato tentativo di trasformare la propria impotenza in potere? Se il dolore fa già abbastanza male, perché aggiungerci altra bruttezza?»
Nessuno rispose.
Si guardarono negli occhi, come se ognuno aspettasse dagli altri una risposta che nessuno era in grado di dare.
Forse, quando il dolore non trova una strada per uscire, cerca qualcuno o qualcosa su cui riversarsi.
Forse distruggere è più facile che costruire. Per distruggere basta un attimo; per costruire servono pazienza, coraggio e, soprattutto, la capacità di credere che qualcosa possa ancora diventare bello.
Forse chi spezza una vetrina non sta soltanto rompendo un vetro.
Forse, senza rendersene conto, sta cercando di rompere qualcosa dentro di sé. Cerca di dimostrare a se stesso e agli altri di avere ancora un potere, proprio quando, nel profondo, sente di non averne più alcuno.
Ma il vetro va in frantumi e il dolore rimane. I quattro bicchieri si toccarono. Per qualche istante nessuno parlò.
Piano piano, gli avventori cominciarono ad alzarsi dai tavoli. Uno dopo l’altro salutarono il barista e gli Stravaganti, poi si avviarono verso casa.
Il locale tornò lentamente al silenzio.
Anche Antonio, Josef, Pietro e Margherita si prepararono ad andare. Prima di uscire, si scambiarono uno sguardo.
Nessuno aveva trovato una risposta definitiva. Forse non esisteva una spiegazione capace di comprendere ogni dolore, né una soluzione semplice per un problema così grande.
Ma forse la scintilla di cui parlavano era proprio lì: nella possibilità di scegliere che cosa fare della propria sofferenza.
Si può trasformarla in rabbia, violenza, indifferenza.
Oppure si può provare a trasformarla in qualcosa di diverso: un gesto gentile, un’idea, un abbraccio, una parola. Qualcosa che costruisca invece di distruggere.
Non sempre ci riusciremo.
Siamo esseri umani: fragili, imperfetti, pieni di contraddizioni. Ma forse essere umani significa proprio questo, conservare la possibilità di scegliere da quale parte stare, anche quando sarebbe più facile cedere alla rabbia.
La bellezza non cancella il dolore. Un sorriso non fa sparire la sofferenza, così come un gesto gentile non può riparare tutte le ingiustizie.
Eppure, a volte, può impedire che quella sofferenza diventi altra sofferenza.
Antonio guardò gli amici.
«Forse è questa la scintilla che stiamo cercando.»
Josef sorrise.
«Quella che ci impedisce di diventare umanoidi?»
Pietro sollevò il bicchiere per un ultimo brindisi.
«No. Quella che ci ricorda di essere ancora umani.»
Margherita sorrise e avvicinò il proprio bicchiere a quello degli altri.
Poi uscirono dal bar.
La strada era la stessa di poco prima: i marciapiedi sporchi, le vetrine illuminate, le automobili che passavano, la gente che tornava a casa.
Eppure, qualcosa sembrava diverso. Forse la società era davvero malata.
Ma finché fosse rimasta accesa anche una sola scintilla, forse non tutto sarebbe andato perduto.
