E il confronto improponibile tra due imperialismi: Romano/Americano
Il conflitto USA-Iran è la più recente delle “guerre americane” post 1945. Conflitti per il mondo, dapprima all’ombra della “Guerra Fredda” e poi, il tentativo di imporre un paradigma americano a un’area del mondo diversa e sempre più ostile a un’arrogante superiorità a stelle e strisce e al suo capitalismo hollywoodiano.
Vicende del secolo scorso, fino a quest’ultima guerra di Trump Donald Duke dalle illimitate sfaccettature. Uno scontro che vede contrapposte: armi, media, alleanze e culture, lontano dall’essere vinto come strepita il Presidente americano.
La guerra è ancora in corso. Al 23 agosto 2026 i negoziati sono bloccati, Hormuz rimane al centro dello scontro e Washington non ha ottenuto la soluzione finale che cercava; Reuters descrive lo scenario come una situazione nella quale entrambe le parti sono irrigidite sulle proprie posizioni.
Un’analisi del Financial Times arriva alla domanda molto significativa: se il conflitto possa diventare una nuova lezione sui limiti del «modo americano di fare la guerra».
Roma imperiale & Washington. Un confronto impossibile
Effettuando due salti storici all’indietro, è sorta una domanda provocatoria: gli Stati Uniti hanno davvero vinto le guerre che hanno combattuto dopo la Seconda guerra mondiale? La domanda, richiede una distinzione.
Tra le tante belligeranze è capitato che gli americani abbiano vinto sul campo, ma una guerra non finisce quando l’avversario è piegato, finisce quando, una volta terminato, il conflitto si trasforma in un ordine politico e sociale capace di integrarsi con l’ipotetico vincitore.
È questo assioma che ha ispirato il confronto con l’Impero Romano. Pur essendo impossibile, ipoteticamente può risultare interessante. Roma conquistava con le legioni, ma poi cercava di incorporare i vinti nel proprio apparato strutturale attraverso: amministrazione, diritto, commercio, esercito e cittadinanza.
La conquista romana poteva essere spietata, ma la sua forza consisteva anche nella capacità di trasformare i sopraffatti in parte attiva dell’Impero. Non è casuale che, secoli dopo, sul trono di Roma potessero sedere imperatori originari della Spagna, dell’Africa o della Siria.
Gli Stati Uniti hanno attuato operazioni similari dopo il 1945, ma in forma moderna e democratica. Germania, Italia e Giappone erano paesi sconfitti, distrutti e occupati. Ma Washington dopo aver vinto tramite la forza, ha contribuito alla ricostruzione economica, all’autogoverno e all’inserimento degli ex nemici nel nuovo sistema occidentale, poi confluito nella NATO.
Il Piano Marshall destinò oltre 13 miliardi di dollari alla ricostruzione europea e aveva espressamente tra i suoi obiettivi la stabilità politica e lo sviluppo di governi democratici. (National Archives)
Il risultato è stato uno dei più straordinari paradossi della storia contemporanea: molti paesi contro cui gli americani avevano combattuto, alla fine del conflitto sono diventati loro alleati e lo sono tuttora. La vittoria era stata completata dalla creazione del consenso al modello americano.

Ma quel modello è deragliato, glorificando se stesso
Durante la Guerra fredda, soprattutto in America Latina (colpo di Stato in Cile e in Argentina, invasione dell’isola di Grenada…) e in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno sostenuto governi e dittature, colpi di Stato e interventi destinati a contenere il comunismo o a proteggere interessi strategici, usando metodi spicci e tralasciando il modello libero e democratico.
Anche quando tali operazioni hanno raggiunto il loro obiettivo, spesso hanno suscitato sfiducia e ostilità verso Washington. Alleanze con regimi autoritari, tra cui Israele, interventi militari e soprattutto la questione palestinese hanno contribuito a costruire nel mondo islamico un sentimento antiamericano che la superiorità militare non poteva cancellare.
Uno sguardo su Corea, Vietnam, Iraq e Afghanistan.
In Corea gli Stati Uniti hanno impedito la conquista del Sud, ma non sono riusciti a risolvere la divisione della penisola, anche se giungono nuovi segnali tra Donald Trump & Kim Jong-un.
In Vietnam la superiorità tecnologica non è bastata a ottenere una vittoria, né militare né politica. In Iraq le due guerre hanno dimostrato che abbattere un regime può essere molto più facile che ricostruire un nuovo Stato Stabile. Inoltre, la seconda guerra del Golfo poi, che ha portato alla morte di Saddam Hussein, è stata condotta senza mandato ONU e costruita su prove false insieme al governo inglese.
In Afghanistan, vent’anni di presenza internazionale, con costi altissimi di uomini e mezzi si sono conclusi con un disimpegno precipitoso e con il ritorno dei talebani.
È da questi scenari che nasce la questione. Non solo gli Stati Uniti non hanno perso la capacità di vincere le guerre, ma hanno incontrato difficoltà crescenti nell’ingaggiarle e poi, vincere il dopoguerra.
È questa la contraddizione che oggi si è incagliata davanti all’Iran. Una superiorità militare può distruggere infrastrutture, colpire basi e neutralizzare capacità belliche. Può anche innescare un forte squilibrio regionale, fino all’effetto opposto.
La superbia del modello “superiore” americano e l’esportazione della democrazia
Dopo il 1945 gli USA si sono sostituiti al Regno Unito, come superpotenza militare e culturale a livello mondiale e si sono montati la testa.
Questa guerra tra USA e Repubblica Islamica ne è la prova. Il Golfo Persico e il Mar Rosso sono punti geografici nevralgici e tra Emirati Arabi, Iran e i Paesi della Penisola Arabica, il quadrante geopolitico è destabilizzato e la popolazione è ostile alla superbia sionista/americana. Tutto il Medioriente è in fibrillazione.
Ritorna dunque il dettaglio storico dimenticato: una guerra si può vincere con le armi; una pace si deve vincere con il consenso.
Roma lo aveva intuito attraverso l’assimilazione imperiale. L’America lo comprese meglio di Mosca nell’Europa del 1945. Il dilemma è capire perché non abbia saputo ripetersi, diventando espansionista, ostinata nell’ampliare la propria sfera di influenza.
Certo la Guerra Fredda ha scaldato molto animi e intenzioni. Il capitalismo a stelle strisce poi, a lungo termine ha fallito. Il sogno americano oggi è rappresentato da una società diseguale, decadente e corrotta, criticata nel profondo dagli stessi registi hollywoodiani
E tra vecchi e nuovi paradossi americani, forse la domanda più difficile che l’Iran pone oggi a Washington è: quanto vale una potenza militare, se il nemico è più diversificato e più determinato di prima?
L’imperialismo di Donald Trump è già passato per il Venezuela, ha minacciato Panama, e dopo aver reclamato la Groenlandia, ora sta puntando a Cuba, laddove la popolazione stremata dall’embargo ha giurato di resistere fino all’ultimo uomo.
Tutto questo accade mentre altrove il mondo brucia o si riarma.
Carlo Mariano Sartoris

Penso che negli ultimi 80 anni sia cambiato la gioventù che va a combattere, ora non hanno più voglia di morire per Donald o per lo zio Sam come una volta. I giovani Iraniani sono pieni di odio verso gli Amerikani e sono quindi più propensi a morire per la causa. Oggi chi ha l’esercito e le armi è solo un nazista di nome Benjamin…