“Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. […] La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo è già tracciata.” Pier Paolo Pasolini
Le dottrine economiche neoliberiste che hanno sostituito il liberismo classico fondato sulla produzione e la libera circolazione di beni, si sono imposte nelle democrazie occidentali dalla fine degli anni ‘70, al punto tale che anche le democrazie, da sociali e rappresentative, sono state ridefinite democrazie neoliberiste e neoliberaliste. I primi leader politici che avviarono il neoliberismo in Occidente furono la glaciale ‘lady di ferro’ Margaret Thatcher nel Regno Unito, e l’ex attore Ronald Reagan, Presidente degli Stati Uniti d’America.
Nel giro di breve tempo lo ‘Stato sociale’ o ‘Stato del benessere’ a vocazione di tutela e garanzia dei cittadini si trasformò in ‘Stato neoliberale’, per il quale, la predominanza del libero mercato, della concorrenza, delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni e della deregolamentazioni normative assunsero l’importanza di compiti primari in sostituzione del benessere e dei bisogni primari dei cittadini.
In Italia, definita la ‘Repubblica dei partiti’ per la forte presenza di partiti molto radicati nei territori e nella società, l’intervento dello Stato nell’economia e nella gestione di grandi quote di industrie (Iri,Eni), aveva garantito fino ad allora la massima occupazione, la tutela salariale e la tutela costituzionale del lavoro e del welfare. Questo assetto istituzionale economico e democratico di tutela crollò per cause endogene nel 1992 con la fine della Prima Repubblica causata dall’inchiesta Mani Pulite, e per cause esogene quali la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il Trattato di Maastricht nel 1993, costitutivo della Unione Europea.
Il primato politico della sovranità popolare e del dibattito parlamentare venne sostituito dal primato dell’economia che rispondeva solo alle regole di mercato poste da organismi tecnocratici e transnazionali. Sebbene l’Italia non sia mai diventata a trazione totalmente neoliberista come quella anglosassone, dagli anni ‘90 in avanti molte aziende e istituti bancari pubblici o a partecipazione statale sono stati ceduti a privati per ridurre, a loro dire, il debito pubblico, provocando però l’aumento dei costi di fornitura dei servizi e una minore efficienza e qualità. In realtà si trasformava in senso neoliberastica tutto l’assetto statale e sociale italiano.
Anche il welfare e la spesa sociale cominciarono, così come ancora oggi, a subire tagli e ‘razionalizzazioni’, e i primi settori a patirne furono la sanità e l’istruzione. Il sostegno sociale alle classi più disagiate, già allora si stimavano 10 milioni di italiani poveri (povertà assoluta e povertà relativa) cominciò a rallentare, diminuire e a disperdersi tra la burocrazia del nuovo Stato italiano e del patto di stabilità imposto dall’UE.
Il mondo del lavoro che sperimentò la democratica flessibilità portò alla precarizzazione di milioni di lavoratori e alla stagnazione dei salari, il tutto con buona pace dei sindacati che si defilarono dalla loro tutela, assumendo sempre più evidentemente convenienti ruoli di interlocutori politici dei partiti.
Limitando sempre più progressivamente l’intervento pubblico nell’economia, riducendo la spesa sociale, favorendo le privatizzazioni e la logica della supremazia del mercato sulle scelte politiche, determinò un cambio radicalmente dello status del cittadino: da sovrano a semplice consumatore, consumato dalle politiche liberalizzatrici dei mercati nazionale ed internazionale. Falsa fu la narrativa secondo la quale la liberalizzazione dei mercati avrebbe permesso la distribuzione della ricchezza a tutti, perché le diseguaglianze tra le classi sociali si accentuarono, sempre più ricchi i ricchi, sempre più poveri i poveri, e la classe media – la piccola e media borghesia- scomparve nei meandri della classe dei poveri relativi, quelli che hanno uno stipendio base per una famiglia di quattro persone, per intenderci.
Insomma nell’arco di qualche decennio la democrazia liberale, che aveva consentito la conquista di diritti civili e sociali, divenne democrazia neoliberista (market democracy): obiettivo dello Stato non era più la ricerca del benessere dei cittadini ma garantire lo sviluppo e il corretto funzionamento del mercato nell’interesse delle banche, delle lobby e delle società finanziarie internazionali, che con i loro tecnocrati dettarono le nuove politiche economiche, che politici inetti, corrotti e asserviti adottavano poi per il paese. I partiti politici, divenuti agenzie di gestione degli interessi dei mercati finanziari globali, abbandonarono il proprio elettorale, creando una profonda scissione tra il mondo politico e civile. Malcontento e sfiducia montarono tra i cittadini, e tutt’oggi ne è l’espressione l’astensionismo al voto che supera il 40% degli aventi diritto.
Nel 2000 il politologo britannico Colin Crouch coniò il termine ‘postdemocrazia’ “per descrivere una società che possiede tutte le caratteristiche formali di una democrazia (elezioni libere, costituzioni, libertà di parola), ma in cui la politica e l’agenda pubblica sono modellate principalmente da un’élite ristretta, composta da grandi interessi commerciali e consulenti politici. In questo modello, i cittadini svolgono un ruolo passivo, quasi spettatoriale.”
La postdemocrazia venne definita come una naturale conseguenza dell’affermarsi sul piano filosofico e culturale della postmodernità, celebre termine coniato dal filosofo francese Jean Francois Lyotard per descrivere l’attuale epoca storica di caduta dei grandi ideali e dei grandi disegni storici capaci di “salvare e spiegare l’intera umanità”.
Un ruolo fondamentale in questo ‘ammodernamento’ politico, sociale e culturale lo svolse anche ‘l’inevitabile progresso’ portato dalla Tecnica e dalla tecnologia, che attraverso la parallela esistenza digitale a quella biologica, ha già realizzato il controllo massivo delle persone, prima ancora che se ne rendessero conto, per inibirne le reazioni e la ribellione ai cambiamenti imposti.
All’èlite tecnocratica, rappresentata anche dalle Corporation tecnologiche, oggi si contrappone la massa, sempre più impoverita ma anche sempre più ignorante e spaventata. Le persone non sono più di fatto portatori di diritti e interessi ma semplici consumatori di prodotti tecnologici aventi lo scopo di deprivarli di anima e volontà. Ai veri bisogni si sostituiscono puerili falsi bisogni ad hoc creati per mantenere l’umanità all’interno della Matrix .
Creare dipendenza dalle tecnologie, attraverso il Web (World Wide Web, “ragnatela grande come il mondo”) e adesso anche attraverso l’A.I. è il primo amo che venne gettato per conquistare e asservire la mente dell’umanità. Di poi, seguendo una programmazione ben dettagliata e lungimirante, con l’ausilio dei professionisti delle scienze psicologiche e sociali, e con l’apporto determinante dei media mainstream iniziò la manipolazione della mente delle persone, attraverso narrative distopiche della realtà dirette a modificare la corretta percezione della stessa, allo scopo di subornare la volontà delle persone alle politiche progressiste e omicidarie portate avanti dai tecnocrati. Differentemente dalle dittature del ‘900 che cercavano l’adesione attraverso la repressione esplicita, le attuali pseudo democrazie cercano il consenso manipolando le menti a livello psicologico e anche animico.
Si mantiene l’illusione di possedere i diritti di libertà (espressione, movimento, salute, scelte politiche etc.), duramente conquistati nel secolo scorso, ma in realtà si indottrina all’asservimento al sistema economico neoliberista, che considera l’uomo né più né meno che una batteria dalla quale estrarre l’energia vitale per il mantenimento del mondo artificiale (film Matrix). Si crea il falso diritto a desiderare ed ottenere tutto ciò che si desidera, spacciando il consumismo indiscriminato come conquista sociale ed economica. Si creano nuove categorie di false emozioni e sentimenti per ottundere la coscienza dell’essere umano, e impedirgli di pensare la realtà in modo critico e personale. In nome del democratico laicismo si elimina il senso spirituale della vita e la religiosità viene smarrita e dimenticata, con la complicità della Chiesa cattolica. L’identità digitale coniuga con una stretta mortale l’identità biologica a quella artificiale consentendo l’intromissione satanica di un senso della Vita esclusivamente materiale ed opportunistico. Per questo viene incentivato l’egoismo, la competizione e l’isolamento, spacciati come realizzazione personale e successo professionale.
La ‘cancel culture’ si occupa di far dimenticare e ripudiare le tradizioni, l’ideologia woke cerca di inibire il senso identitario e lo fa attaccando la famiglia naturale e i bambini che vorrebbero tutti androgini, e il ‘politicamente corretto’ indica come pensare nuovi pensieri che trasudano di buonismo ipocrita e di freddo disconoscimento della natura umana. Il ‘dividi et impera’ realizzato dai partiti, dai media e dai social fa si che il conflitto si svolga sul piano orizzontale e non verticale. Sono i cittadini che confliggono tra di loro, a causa della polarizzazione delle idee. Ma i più, la massa informe, si accontenterà del ‘panem et circense’, e come la plebe romana rinuncerà ai propri diritti politici e civili per un po’ di grano a buon mercato e i divertimenti organizzati nei circhi e nei teatri.
“Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. […] La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo è già tracciata.” Dette queste parole, nel 1975, Pier Paolo Pasolini venne assassinato.
E quando le rane saranno completamente bollite, secondo la metafora sociale attribuita al linguista Noam Chomsky, la società sarà stata completamente sottomessa, e senza incontrare alcuna resistenza, anche l’idea formale di democrazia scomparirà, morirà, come la rana bollita in pentola. Ma una rana che muore bollita nell’acqua calda in cui si è crogiolata è stupida? Si, molto stupida!
“Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’Idiozia ed esalta l’ignoranza. Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I ‘media’ ne sono l’esempio perfetto. Non informano: eccitano. Non spiegano: semplificano. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri. Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.” U. Eco.
È altrettanto vero che siamo ancora in tempo per evitare questo malefico percorso di annichilimento dell’umanità. Basta invertire collettivamente il senso di marcia, anche adesso, e scegliere la pillola rossa anziché quella blu.
È necessario rifondare la coscienza individuale e collettiva su nuovi paradigmi che richiamino i vecchi valori morali ed etici innestati dai nuovi valori nati con la nuova umanità, che in nuce attende di essere riconosciuta.
La ribellione degli uomini che apparirà come un atto rivoluzionario terreno porterà con sé un’autentica spiritualità, lungi dal somigliare alla religione o alla new age, sarà quella dell’Uomo posto nuovamente al centro dell’Universo, specchio del Divino in costante divenire.
N.B. Questo articolo è stato confezionato con RSS (Ricerca, Studio e Scrittura) dell’autrice senza alcun ausilio della A.I.
