Crosetto: “Penso che Putin non si fermi all’Ucraina. Per questo Nato e Ue si preparano”.
Parlare di guerra con una potenza nucleare come la Russia significa evocare uno scenario che potrebbe sfuggire a qualsiasi controllo, e pensare di vincerlo con le sole forze europee è un’illusione pericolosa.
Le parole di Guido Crosetto rilasciate il 18 ottobre alla BBC sulla minaccia russa e sulla necessità per l’Europa di prepararsi a un possibile allargamento del conflitto meritano una riflessione che vada oltre le dichiarazioni di circostanza e le contrapposizioni politiche, perché, quando si parla della Russia, non si sta discutendo di un avversario qualsiasi, né di un conflitto convenzionale confinato entro limiti prevedibili, si sta parlando di una potenza militare dotata di un enorme arsenale nucleare, che comprende migliaia di testate, e della possibilità che uno scontro diretto con essa assuma dimensioni catastrofiche.
Le stime internazionali più recenti collocano l’arsenale nucleare russo complessivo nell’ordine delle 5.500 testate, includendo quelle operative, quelle in riserva e quelle in attesa di smantellamento. Non significa che siano tutte immediatamente utilizzabili, ma il dato dà la misura della posta in gioco, una guerra diretta fra la Russia e i Paesi europei non sarebbe una semplice estensione della guerra in Ucraina, si trasformerebbe in una crisi esistenziale per l’intero continente.
Eppure, nel dibattito pubblico, il linguaggio della deterrenza si confonde talvolta con quello della contrapposizione militare, si parla di riarmo, di preparazione al conflitto, di capacità di resistere a Mosca, come se fosse sufficiente aumentare le spese militari per trasformare un confronto potenzialmente devastante in una guerra vincibile, ma la realtà strategica è assai più complessa.
Le forze armate europee dispongono di capacità importanti, di tecnologie avanzate e di eserciti professionali, tuttavia, restano frammentate fra numerosi Stati, con differenti sistemi d’arma, catene di comando, livelli di prontezza e priorità nazionali, persistono inoltre carenze in settori essenziali come la difesa aerea, le munizioni, la logistica, il trasporto strategico e alcune capacità di intelligence e sorveglianza.
La Russia, dal canto suo, ha un apparato militare organizzato intorno a una guerra su vasta scala, una notevole esperienza di combattimento maturata in Ucraina e una capacità nucleare che non ha equivalenti nel continente europeo, fatta eccezione per gli arsenali francese e britannico, che sono comunque molto più piccoli.
Da qui nasce una domanda che la politica dovrebbe affrontare con serietà: sulla base di quali presupposti si potrebbe sostenere che l’Europa, senza il sostegno militare degli Stati Uniti, sia in grado di vincere una guerra diretta contro la Russia?
Non basta invocare l’unità europea, né sommare sulla carta i bilanci della difesa dei singoli Paesi, una capacità militare comune richiede coordinamento effettivo, disponibilità immediata di mezzi, interoperabilità, scorte adeguate, comando integrato e una strategia condivisa, tutto questo non si costruisce con una dichiarazione politica e neppure in pochi mesi, nel contempo ipotizzare una vittoria militare totale sulla Russia significa ignorare il rischio che, di fronte a una sconfitta ritenuta esistenziale, Mosca possa ricorrere alla minaccia o all’impiego di armi nucleari, non è un esito inevitabile, ma è un rischio che nessun governo responsabile può trattare con leggerezza.
Le dichiarazioni di Crosetto pongono una questione reale, l’Europa deve essere in grado di difendersi e non può affidare indefinitamente la propria sicurezza alle decisioni di Washington, ma da questa premessa non discende automaticamente che l’Europa debba prepararsi a combattere una guerra contro la Russia come se fosse un obiettivo realistico e sostenibile.
Anzi, proprio perché il continente deve assumersi maggiori responsabilità, è necessario distinguere con lucidità la difesa dall’illusione di una vittoria assoluta, l’Europa può e deve rafforzare la propria capacità di deterrenza, deve proteggere i suoi cittadini, sostenere gli alleati e impedire che la forza diventi uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie, ma deve anche riconoscere i limiti materiali e strategici delle proprie capacità.
Cinquemilacinquecento testate nucleari non sono una cifra da evocare distrattamente in un dibattito televisivo, sono il simbolo concreto di un rischio che può coinvolgere milioni di persone e compromettere il futuro delle generazioni successive.
La vera responsabilità di un leader non consiste nel dimostrare di saper preparare il proprio Paese alla guerra, consiste nel fare tutto ciò che è necessario per impedire che quella guerra diventi inevitabile.
Perché una guerra diretta contro la Russia non sarebbe una prova di forza come le altre, l’Europa prima di parlare di come combatterla, dovrebbe spiegare con quale strategia intende evitarla.
