Trump toglie sanzioni a Putin, Bruxelles le aumenta, l’intesa tra i due prepara un autunno difficile per l’Ucraina e per l’Europa
Washington cerca una via d’uscita dalla guerra, l’Europa rilancia le sanzioni. Ma mentre Trump prova a riaprire il dialogo con Mosca, Bruxelles sembra incapace di immaginare un futuro diverso dal conflitto.
La questione non è più se Kiev rischi di perdere il sostegno americano, quel sostegno, nella forma e nell’intensità del passato, è già venuto meno. La vera domanda è se l’Europa voglia prendere atto della nuova realtà e lavorare per la pace oppure continuare a inseguire una strategia che non ha prodotto la svolta sperata.
L’intesa tra Donald Trump e Vladimir Putin rappresenta un’opportunità da non liquidare con pregiudizi, parlare con Mosca non significa giustificare l’invasione russa, ma riconoscere che nessuna soluzione duratura può prescindere da un negoziato con chi ha la capacità concreta di continuare la guerra.
La diplomazia non è una resa, è lo strumento con cui si cerca di trasformare un confronto militare in un compromesso politico.
La cecità di Bruxelles sta nel confondere la pressione con una strategia di pace.
Nuove sanzioni possono imporre costi alla Russia, ma non bastano, da sole, a fermare il conflitto, dopo anni di combattimenti, l’Europa dovrebbe chiedersi quale sia l’obiettivo finale delle restrizioni, quali risultati possano realisticamente ottenere e quando sia possibile aprire una trattativa.
Senza una prospettiva diplomatica, il rischio è rendere permanente una politica emergenziale, mentre l’Ucraina continua a pagare il prezzo più alto.
Trump sembra aver compreso che la pressione economica non esaurisce gli strumenti della politica internazionale, un’intesa con Putin può creare lo spazio per un cessate il fuoco, negoziati sulle questioni territoriali e garanzie di sicurezza. Non è detto che riesca, né che basti un accordo tra due presidenti a risolvere nodi tanto complessi, ma è una possibilità concreta da verificare, non un cedimento da condannare in anticipo.
L’Europa, invece di ostacolare ogni apertura, dovrebbe contribuire a renderla credibile, tutelando la sovranità ucraina e la sicurezza del continente.
Anche Kiev deve partecipare alle decisioni sul proprio futuro, una pace imposta senza garanzie rischierebbe di essere soltanto la premessa di una nuova guerra.
La scelta è tra continuare a investire quasi esclusivamente sulla contrapposizione e provare a costruire un ordine più stabile attraverso il negoziato, se l’intesa Putin-Trump riuscirà a ridurre i combattimenti e a creare condizioni verificabili per la pace, sarà Bruxelles a dover spiegare perché abbia preferito alzare ancora il muro delle sanzioni anziché contribuire ad aprire una porta diplomatica.
La pace non si costruisce escludendo il nemico dal tavolo, ma trovando un accordo che renda la guerra meno conveniente della sua conclusione.
È questa la scommessa di Trump, e l’Europa farebbe bene a valutarla sui risultati, anziché respingerla per riflesso politico.
