Ci sono vite che sembrano pesare meno di altre nell’attenzione del mondo, ci sono villaggi che bruciano senza conquistare le prime pagine, chiese assaltate nel silenzio, famiglie sterminate e fedeli rapiti mentre la comunità internazionale sembra incapace di reagire con la necessaria determinazione. In Nigeria, questa realtà non può più essere relegata ai margini della coscienza collettiva.
Da anni, in diverse regioni della Nigeria, gruppi jihadisti come Boko Haram e lo Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP) seminano terrore, colpendo comunità cristiane, distruggendo luoghi di culto, rapendo sacerdoti e fedeli e imponendo la violenza come strumento di dominio. Per queste organizzazioni, la libertà religiosa è un ostacolo da abbattere e la convivenza tra fedi differenti un nemico da eliminare.
Quando un uomo viene ucciso perché cristiano, quando una chiesa viene incendiata per cancellare la presenza di una comunità, quando una famiglia è costretta a fuggire dalla propria terra per paura di essere massacrata, non siamo di fronte a una semplice questione di ordine pubblico. Siamo di fronte a una violazione fondamentale della dignità umana e, nei casi in cui gli attacchi siano deliberatamente diretti contro i civili, a crimini che devono essere perseguiti con rigore.
Il fanatismo come strumento di terrore
Occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, il jihadismo armato è un fenomeno ideologico e criminale che, in Nigeria, ha prodotto atrocità documentate, Boko Haram e ISWAP hanno perpetrato massacri, attentati, rapimenti e altre forme di violenza contro civili, compresi cristiani e musulmani che rifiutano il loro dominio.
Non si tratta di criminalizzare un’intera religione, né di attribuire a tutti i musulmani le colpe degli estremisti, sarebbe ingiusto e falso, si tratta, al contrario, di non concedere agli assassini il privilegio dell’ambiguità, chi uccide in nome di un fanatismo religioso deve rispondere dei propri crimini, senza attenuanti ideologiche e senza che il richiamo alla complessità politica diventi un alibi.
Il silenzio che favorisce l’impunità
A rendere ancora più drammatica questa tragedia è la difficoltà di ottenere informazioni tempestive e verificabili da molte delle zone colpite, le cifre delle vittime variano, gli attacchi si susseguono e le famiglie sfollate restano spesso senza protezione adeguata, la distanza geografica, la fragilità delle istituzioni e la competizione per l’attenzione mediatica contribuiscono a rendere queste sofferenze meno visibili.
Ma la mancanza di attenzione non diminuisce il valore delle vittime, un cristiano ucciso in un villaggio nigeriano ha la stessa dignità di una persona assassinata in qualsiasi altra parte del mondo, la libertà di professare la propria fede, di frequentare una chiesa o di vivere senza paura non è un privilegio occidentale: è un diritto umano universale.
Per questo è legittimo domandare ai governi, alle organizzazioni internazionali e alle istituzioni religiose perché la protezione delle comunità minacciate non sia sempre accompagnata da risultati sufficienti, servono indagini credibili, arresti, processi, protezione dei villaggi a rischio, assistenza agli sfollati e sostegno concreto alle vittime, le dichiarazioni di solidarietà, da sole, non fermano i criminali.
La responsabilità dello Stato e della comunità internazionale
Il governo nigeriano ha il dovere di proteggere tutti i cittadini, cristiani e musulmani, senza discriminazioni, deve contrastare i gruppi armati, prevenire nuovi massacri e assicurare alla giustizia i responsabili, quando le autorità falliscono, è necessario chiedere conto delle omissioni, verificare le responsabilità e rafforzare i meccanismi di protezione.
Anche la comunità internazionale deve superare la diplomazia delle formule rituali, la cooperazione per la sicurezza, il sostegno umanitario e il monitoraggio indipendente degli attacchi devono diventare priorità concrete, le organizzazioni responsabili di atrocità non possono beneficiare dell’indifferenza né dell’impunità.
Occorre inoltre ricordare che la Nigeria vive conflitti diversi, alimentati da fattori religiosi, territoriali, etnici, economici e criminali. Riconoscere questa complessità non significa minimizzare la persecuzione dei cristiani, significa individuare i responsabili reali, distinguere i moventi e costruire risposte efficaci, anziché accontentarsi di slogan.
Non lasciamo sole le vittime
La tragedia nigeriana ci pone davanti a una domanda morale: quanto deve soffrire una comunità prima che il mondo decida di guardarla davvero?
Non basta commemorare i morti dopo ogni nuovo massacro, non basta esprimere indignazione quando le immagini diventano virali, occorre impedire che altri innocenti vengano uccisi, che altri bambini perdano i genitori, che altri luoghi di culto diventino bersagli e che altre famiglie siano costrette ad abbandonare tutto.
Denunciare i crimini degli estremisti islamisti non è un atto di ostilità verso una religione, è una difesa della vita, della libertà religiosa e della convivenza civile, il rispetto per i musulmani che rifiutano il fanatismo non impone il silenzio davanti ai jihadisti, al contrario, rende ancora più necessario isolare e perseguire chi usa la fede come arma.
La Nigeria non ha bisogno di pietà occasionale, ma di giustizia, i cristiani perseguitati non hanno bisogno soltanto di essere ricordati, ma di essere protetti, e il mondo, se vuole prendere sul serio i diritti umani, deve dimostrare che nessuna vittima è troppo lontana per meritare attenzione e nessun assassino è troppo ideologico per rispondere dei propri crimini.
