E purtroppo non torna a settembre
C’è una cosa che in Italia non conosce crisi, inflazione, caro-vacanze o recessione: la maleducazione. Anzi, d’estate sembra godere di una particolare forma di turismo organizzato. Prende la macchina, carica ombrellone, frigorifero,
materassino, casse Bluetooth e famiglia al seguito e parte. Destinazione: la spiaggia. Obiettivo: comportarsi come se il mondo fosse stato affittato per una giornata a uso esclusivo. Il fenomeno è facilmente riconoscibile.
Arriva il turista sulla spiaggia e, nel giro di pochi minuti, stabilisce il proprio confine nazionale: asciugamano, ombrellone, sedia, borsa frigo, giochi dei bambini, racchettoni e possibilmente anche il volume della musica. Tutto intorno è spazio pubblico. Ma lui non lo sa. O, più probabilmente, lo sa benissimo e ritiene che il concetto di “pubblico” significhi semplicemente “di nessuno”.
E allora la bottiglietta di plastica può rimanere nella sabbia. Il fazzoletto può volare via. Il mozzicone può essere spento sotto un centimetro di sabbia. La carta del gelato può essere abbandonata accanto al cestino pieno. Il sacchetto delle patatine può diventare parte integrante dell’ecosistema costiero. Tanto passerà qualcuno a pulire. È questo il punto: qualcun altro. I dati sui rifiuti in spiaggia raccontano una realtà che dovrebbe farci vergognare. Nel monitoraggio 2014-2026 di Legambiente sono stati raccolti e catalogati oltre 50 mila mozziconi, con una media di 77 cicche ogni 100 metri di spiaggia. I mozziconi sono secondi soltanto ai frammenti di plastica tra i rifiuti più trovati. E non è necessario scomodare la crisi climatica, la plastica negli oceani o la biodiversità per capire che c’è qualcosa che non funziona.
Basterebbe guardare per terra.
La spiaggia come soggiorno di casa propria.
Il maleducato balneare non si limita a sporcare. Occupa. Occupa lo spazio, il tempo e la pazienza degli altri. Parla al telefono urlando come se dall’altra parte ci fosse un sordo a cento metri. Trasforma il litorale in uno studio televisivo personale. I bambini giocano a pallone tra gli asciugamani degli altri e se qualcuno protesta arriva la risposta universale:
“Eh, ma sono bambini!”
Certo. E proprio perché sono bambini dovrebbero essere educati dagli adulti. Poi ci sono quelli che ascoltano musica a tutto volume. Non importa che a dieci metri ci sia qualcuno che legge, dorme, conversa o semplicemente desideri ascoltare il mare. Perché il mare, evidentemente, non basta. Serve anche la playlist. E possibilmente una cassa Bluetooth grande quanto un frigorifero. La nuova religione:
“Io faccio quello che mi pare”.
È una forma di individualismo infantile che ormai attraversa ogni stagione e ogni luogo. In vacanza diventa semplicemente più evidente. Lo si vede nei parcheggi: l’auto messa di traverso, due posti occupati perché “tanto torno subito”. Lo si vede nelle file: quello che passa davanti perché ha “solo una cosa da chiedere”. Lo si vede nei bagni pubblici: quello che entra e lascia dietro di sé un campo di battaglia. Lo si vede nei sentieri: bottiglie, fazzoletti, confezioni e resti di picnic. Lo si vede nelle piazze delle località turistiche: sacchetti di immondizia lasciati accanto ai cassonetti, come se la raccolta differenziata fosse una forma di volontariato riservata agli altri. E lo si vede soprattutto nella convinzione che ogni regola sia una fastidiosa limitazione della propria libertà. Libertà di fare cosa?
Di sporcare?
Di disturbare?
Di occupare?
Di fregarsene?
Persino le Regioni devono spiegare agli adulti come si vive.
La cosa più surreale è che le istituzioni sono ormai costrette a pubblicare il manuale del perfetto bagnante. La Sardegna, per esempio, nell’estate 2026 ha dovuto ricordare pubblicamente quattro regole elementari: non portarsi via sabbia, sassi e conchiglie; non calpestare le dune; non abbandonare rifiuti; non campeggiare dove è vietato. Per chi abbandona rifiuti sono previste sanzioni che possono arrivare a 10 mila euro. Diecimila euro. Per spiegare a qualcuno che la bottiglia di plastica non va buttata sulla spiaggia. È una situazione talmente grottesca che quasi viene voglia di proporre, per il prossimo anno, un patentino.
“Patente di cittadinanza balneare. Esame scritto: dove si butta il mozzicone? Esame orale: cosa significa coda? Prova pratica: lasciare una spiaggia esattamente come la si è trovata.”
E magari un rinnovo annuale.
Il problema non è il turismo. È l’educazione.
Attenzione: sarebbe troppo facile trasformare questa storia nella solita guerra contro “i turisti”. Il problema non sono i turisti. Il problema sono i maleducati. E i maleducati sono dappertutto. Sono italiani e stranieri. Giovani e anziani. Ricchi e poveri. Residenti e villeggianti. Perché la maleducazione non ha passaporto. Ha soltanto una caratteristica comune: la convinzione che il proprio comportamento sia sempre giustificabile. Il maleducato non pensa mai di essere maleducato. Pensa che siano maleducati gli altri. E qui si apre il grande teatro nazionale.
Il capolavoro finale: l’indignazione a sorpresa.
E se tutto questo non bastasse, arriva il capolavoro finale della civiltà italiana: l’indignazione a sorpresa. La scena è sempre la stessa, ormai un classico nazionale. Chi ha trasformato la spiaggia in un campo di battaglia, occupando, sporcando, urlando, ignorando ogni regola, è lo stesso che, leggendo un articolo sul degrado, commenta: “Che schifo, non c’è più rispetto!”. Ed è lì che il Paese trova la sua forma più pura: l’indignazione autoprodotta. Il piromane che denuncia gli incendi. Il parcheggiatore creativo che invoca ordine nel traffico. Il lanciatore di mozziconi che firma petizioni contro l’inquinamento. Il DJ da spiaggia che si lamenta del rumore. Il campeggiatore abusivo che invoca il decoro urbano.
Il bagnante che occupa tre metri di sabbia e poi si indigna per “la troppa gente”. Un capolavoro: la maleducazione che si cambia d’abito appena finisce di fare danni e si presenta come coscienza civile. È lo stesso meccanismo del ladro che, dopo aver svuotato il portafoglio altrui, si lamenta dell’insicurezza dei quartieri. O del vandalo che, spray alla mano, invoca più telecamere contro il degrado urbano. O ancora del guidatore che parcheggia in doppia fila e poi invoca “più rispetto per le regole”. Una sorta di teatro nazionale permanente in cui ognuno recita due ruoli: prima quello del problema, poi quello del commentatore indignato del problema.
L’arroganza come accessorio da vacanza.
Poi c’è l’arroganza. Quella è ancora peggio. Perché la maleducazione può essere ignoranza. L’arroganza invece spesso è consapevole.
È il “chi sei tu per dirmelo?”.
È il “io faccio come mi pare”.
È il “sai chi sono io?”.
E magari non sei nessuno.
Ma questo non impedisce a nessuno di comportarsi come se fosse il proprietario del litorale. Il paradosso è che siamo diventati un Paese ossessionato dal decoro, dalla sicurezza e dalle ordinanze, ma abbiamo dimenticato una cosa molto più semplice: il rispetto reciproco. Nel 2026 il Ministero dell’Interno ha stanziato milioni per “Spiagge Sicure”, coinvolgendo decine di comuni costieri e finanziando controlli e prevenzione. Bene. Ma viene spontanea una domanda: possibile che dobbiamo spendere soldi pubblici per ricordare agli adulti di comportarsi da adulti? Forse dovremmo smettere di parlare soltanto di grandi emergenze. La civiltà non comincia dalle grandi dichiarazioni. Comincia dalle piccole cose.
Dal mozzicone raccolto invece di abbandonato. Dal volume abbassato. Dalla fila rispettata. Dal parcheggio lasciato libero. Dalla sabbia che rimane sulla spiaggia e non finisce nel bagagliaio. Dal bagno pubblico lasciato come lo abbiamo trovato. Dal cameriere trattato come una persona e non come un servo. Sono piccole cose. Ma sono esattamente quelle che distinguono una comunità da una folla. E forse il vero problema dell’estate italiana non è che siamo diventati più sporchi. È che siamo diventati più convinti di avere sempre ragione. Abbiamo trasformato la libertà in licenza. I diritti in pretese. Il relax in invasione dello spazio altrui. La vacanza in una sospensione della buona educazione. Poi, a settembre, torneremo tutti a lamentarci dell’inciviltà. Tranne che di noi stessi.
Perché il vero miracolo italiano è questo: riusciamo a indignarci per la maleducazione mentre la pratichiamo.
E allora forse quest’estate sarebbe sufficiente una sola regola. Il mondo non è casa nostra. E soprattutto, quando siamo in casa degli altri, non dovremmo comportarci da padroni. Nemmeno quando la casa è una spiaggia. Nemmeno quando siamo in vacanza. Anzi, soprattutto allora. E magari, all’ingresso di ogni spiaggia, basterebbe uno specchio. Non per guardarsi. Ma per accettare, almeno per un istante, la possibilità remota di essere parte del problema. Anche se, molto probabilmente, qualcuno finirebbe per dire che lo specchio è rotto.
Alberto Scafella
