Lo studio del folklore locale, delle sue ritualità, usanze e cerimonie deve essere approfondito alla ricerca di frammenti di tradizioni romane e pre-romane e del loro sincretismo culturale che ha dato vita alla civiltà gallo-romana
In occasione dell’incontro “Le radici dell’Italia Cisalpina” tenutosi a Torino nel gennaio dell’anno scorso, ho conosciuto Claudio Frola, membro della Societas Hesperiana e uno dei fondatori della Sezione Piemontese. Interessato alla sua relazione introduttiva, gli ho rivolto alcune domande per approfondire le tematiche da lui affrontate (m.j.).

Cosa è la Societas Hesperiana e quali finalità si propone, in particolare per il Piemonte?
La Societas Hesperiana è un’associazione religiosa tradizionale romana, intendendo con tale definizione un sodalizio dedito alla riscoperta e alla pratica cultuale della Religione Romana “pagana” pre-cristiana, nonché alla sua divulgazione culturale.
La storia di tale associazione risale al lontano 2009, quando venne fondato il primo nucleo del Sodalizio, vale a dire quello Emiliano, a cui seguì la costituzione di altri gruppi negli anni successivi, tra cui quello Piemontese nel 2010 (nella storia pubblicata su VE facciamo risalire al 2011 come fondazione ufficiale); attualmente sono attivi ed operano nei rispettivi territori tre gruppi regionali: Emilia, Piemonte ed Insubria, ma possiamo contare sull’interesse di simpatizzanti provenienti da gran parte della penisola Italica, anche se principalmente concentrati al Nord.
Tratto caratteristico della Societas è sempre stato quello di armonizzare il tradizionalismo romano e la sua prassi religiosa con le identità locali e regionali dei popoli italici, in particolare con le tradizioni pre-romane dell’area Cisalpina; per tal via la Societas declina la religione tradizionale romana in senso gallo-romano, venetico-romano, etrusco-romano, etc. in base alla storia dei territori dei vari gruppi regionali che la compongono. Ne consegue che lo studio del folklore locale, delle sue ritualità, usanze e cerimonie è importante da approfondire in quanto reca frammenti di quelle tradizioni romane e pre-romane, nonché del loro sincretismo, le quali rappresentano il centro della nostra ricerca spirituale e culturale. Ricordiamo infatti che la Religio romana, non essendo un culto livellatore, esclusivista e tirannico come le monolatrie abramitiche, accettava di buon grado i culti delle popolazioni conquistate (a patto che non fossero in contrasto con la Pax Deorum), assimilandoli nel proprio Pantheon e dando vita a fecondi e fiorenti sincretismi culturali: la civiltà gallo-romana ne è un fulgido esempio.
Tale è lo spirito che caratterizza le proposte della Societas Hesperiana per i rispettivi territori; in particolare per quanto concerne il Piemonte, gruppo che gestisco assieme al sodale Gregorio “Oskelos”, l’intento è quello di ricucire la connessione tra questa terra e le sue origini antiche (segnatamente Galliche, Liguri e Romane) attraverso conferenze, incontri culturali, divulgazione online, escursioni ed esplorazioni in luoghi particolarmente significativi dal punto di vista storico, archeologico e religioso, e naturalmente anche attraverso le celebrazioni rituali scandite dal nostro calendario sacro, che però afferiscono alla cerchia più interna del gruppo. Inoltre, ed particolare per il Piemonte si propone anche di supportare e coadiuvare attività dedite alla conoscenza della lingua e della cultura locale (il piemontese, in tutte le sue varietà).

Come approfondimento sulla sua relazione “Le radici dell’Italia Cisalpina”, come si può inquadrare l’identità cisalpina e riproporla nel tempo attuale, al di là di manipolazioni politiche?
L’identità cisalpina è ben inquadrabile grazie a diversi elementi che ne delineano la specificità.
Abbiamo infatti netti confini geografici con arco alpino e appennino tosco-emiliano a chiudere da Nord a Sud la Pianura Padana, un chiaro confine linguistico con la linea Massa – Senigallia, che separa linguisticamente la Cisalpina dall’Italia centro-meridionale: a Nord, infatti, si parlano lingue locali appartenenti alla famiglia del Romanzo Occidentale, distinto dal Romanzo Orientale parlato nel resto della penisola. Le lingue più diffuse sono quelle facenti parti del ramo gallo-italico, come il Piemontese, che presentano un substrato celtico molto importante che si manifesta soprattutto nella fonetica, una rilevante base Latina che fornisce buona parte del lessico piemontese, e un successivo superstrato germanico apportato dalle invasioni barbariche Tardo-Imperiali ed Alto-Medievali; ovviamente esistono molte altre aree linguistiche, legate a minoranze o comunque non facenti parte del ramo gallo-italico, come il Veneto, le lingue Reto-Romanze (Friulano, Ladino e Romancio) l’ Alemanno parlato dalla comunità Walser, il Francoprovenzale, l’Occitano, l’austro-bavarese diffuso in Sud Tirolo e le minoranze slavofone del Friuli. Ribadiamo però che l’elemento linguistico preponderante del territorio Cisalpino è costituito dalle lingue gallo-italiche, ovvero Piemontese, Lombardo (Orobico e Insubrico), Emiliano, Ligure e Romagnolo.
Delineato il profilo linguistico e territoriale, è importante accennare brevemente all’identità storica ed etnica della Cisalpina. In merito alle popolazioni pre-romane che abitarono questo territorio, non possiamo ovviamente esimerci dal citare il fondamentale contributo dell’eredità celtica (e celto-ligure), la quale si sviluppò in diverse fasi originatesi addirittura a partire dall’ Età del Bronzo, fasi che qui elenchiamo per sommi capi allo scopo di fornire un quadro generale e coerente di questa complessa etnogenesi:
-Cultura di Canegrate (nella sua diramazione più occidentale) (1200 – 1100 a.C.): irruzione protoceltica dalle Alpi verso la Pianura Padana e diffusione della cremazione dei defunti.
-Costituzione e diffusione dei Protoliguri (900 – 800 a.C.) in Francia e nell’area Nord – occidentale della Cisalpina.
-Cultura di Golasecca (800 – 700 a.C.): legata all’antico popolo celtico dei Leponti (considerati protoinsubri).
-Taurini e Salassi: le più note popolazioni celto – liguri del Piemonte, frutto dell’unione di celti appartenenti alla cultura di Golasecca con tribù Liguri presenti nella pianura padana attorno al 600 a.C.
-Insubri: popolo celtico stanziato in Insubria (Lombardia occidentale) e formatosi a partire dall’unione di Liguri, cultura di Golasecca e cultura di La Tène a partire dal VI Secolo a.C.
-Boi, Senoni, Cenomani: popoli gallici protagonisti (non esclusivi) delle invasioni della pianura padana nel corso del V Secolo a.C., e che occuperanno rispettivamente l’Emilia, la Romagna meridionale con le Marche settentrionali (Ager Gallicus) e l’area del Bresciano.
L’altro elemento culturale fondamentale per lo sviluppo storico dell’identità cisalpina è quello romano, che a partire dal III Secolo a.C. inizia ad affacciarsi sul nostro territorio, con fasi alterne di incontro-scontro con le popolazioni galliche e celto-liguri ivi stanziate.
I rapporti con la Repubblica Romana furono segnati in alcuni casi da accordi pacifici di collaborazione e mutuo supporto (come nei confronti di Taurini, Cenomani e Veneti e in senso lato con le popolazioni situate a Nord del Po), in altri da scontri estremamente violenti che si conclusero anche con stermini e deportazioni di intere tribù ad opera delle legioni romane (come nel caso di Boi, Senoni, Liguri dell’Appennino e in senso lato con le popolazioni situate a Sud del Po). In ogni caso, la romanizzazione della Cisalpina fu profonda, sistematica e si protrasse per oltre 600 anni, influenzando in maniera determinante la lingua, la genetica, la cultura, l’edilizia, le tecniche agricole, la religione, la società, l’arte e l’economia di questa area della penisola Italica : la romanità ha lasciato una traccia indelebile nella storia delle nostre terre, come dimostrano le più disparate fonti letterarie, archeologiche, linguistiche e documentali, con buona pace di certo Leghismo o indipendentismo padano che nel corso degli anni e con grande superficialità (spesso causata dall’assenza di adeguati strumenti culturali e intellettuali) ha ritenuto opportuno inventarsi un Nord Italia esclusivamente celto-germanico, cancellando o liquidando oltre sei secoli di romanizzazione come una mera occupazione militare indesiderata. L’idea concreta di una Cisalpina Gallo-Romanza tuttavia non esaurisce i meriti dei suddetti movimenti culturali e politici, che nonostante tutto, hanno portato avanti forse a livello pionieristico, l’attenzione sulle peculiarità specifiche di un’etno-regione, chiaramente delimitata.
Meritano ancora una menzione i popoli germanici protagonisti delle celebri invasioni “barbariche” nella fase tra il crollo del mondo antico e l’inizio dell’Alto Medioevo, come Goti, Burgundi, ma soprattutto i Longobardi. Questo popolo originario della Scandinavia invase l’Italia nel 568 a.C. scalzando il precedente dominio bizantino e occupando vaste aree della penisola, soprattutto a Nord; i Longobardi furono importanti sia dal punto di vista storico, in quanto rappresentarono un argine alle mire papali, Franche e Bizantine sull’Italia, quanto dal punto di vista dello sviluppo dell’identità Cisalpina, in quanto apportarono un discreto impatto genetico, culturale, politico e linguistico (circa il 7% del lessico piemontese è infatti di origine Longobarda).
Non abbiamo citato altre popolazioni importanti come Veneti, Reti ed Etruschi per ovvi motivi di spazio e di tempo legati a questa intervista.
Concludendo, e riallacciandoci a quanto accennato prima in riferimento alle manipolazioni politiche, l’identità cisalpina, frutto delle influenze e degli sviluppi storici, etnici e culturali che abbiamo esposto, può essere riproposta nel tempo attuale attraverso un rigoroso studio delle fonti storiche onde evitare semplificazioni ideologiche, e ciò significa ad esempio ridare piena dignità alla Romanizzazione come elemento cardine nello sviluppo culturale di questa terra, ma che non deve tuttavia scadere in sterile nozionismo accademico, in quanto l’identità è per noi un qualcosa di vivo, pulsante e attuale (prova ne sia il fatto che essa rappresenta per noi innanzitutto un patrimonio sacrale da tradurre nell’attualità attraverso la pratica magico-rituale).
Sulla questione della Romanità in armonia con le popolazioni locali, ci sono esempi nei resti archeologici?
Certamente, esempi in tal senso sono disseminati lungo gran parte del territorio dell’Alta Italia.
Limitandoci al Piemonte, possiamo citare il regno del re celto-ligure Donno, situato nell’area delle Alpi Cozie, tra la valle di Susa e la Savoia; il re sancì una solida alleanza con Giulio Cesare in persona, il console romano necessitava infatti di attraversare indisturbato i valichi alpini per le sue campagne militari in Gallia, e in cambio i Cozii ottennero vantaggi commerciali e territoriali, mantenendo la loro autonomia. Il patto fu rinnovato in seguito dal figlio di Donno, Cozio, e da Ottaviano Augusto: a memoria di tale alleanza venne infatti eretto tra il 9 e l’8 a.C. lo splendido arco di trionfo a Susa (all’epoca Segusium), con sopra incisi i nomi di tutte le tribù celto-liguri appartenenti al Regno. Ricordiamo che le Alpi Cozie presero il nome proprio in onore di Re Cozio, e questo territorio, pur entrando a far parte dell’ecumene romana, mantenne la propria identità e anche una propria autonomia amministrativa per molto tempo.
Dal punto di vista religioso, sempre in Val di Susa, e precisamente a Bardonecchia, è stata scoperta un’epigrafe con dedica esplicita a “Deo Apollini Beleno” ovvero al Dio Apollo-Belenos, sincretismo tra la celebre divinità classica e il celtico Belenos, frutto dell’ interpretatio con cui i romani equiparavano gli Dèi stranieri a quelli del loro Pantheon; in questo caso, evidentemente i Romani avevano intuito la somiglianza tra le due Divinità in quanto legate al Sole, alla luce come manifestazione dell’illuminazione spirituale, al fuoco, alle acque termali e alla guarigione, e l’epigrafe reca testimonianza di questo culto gallo-romano praticato nel territorio del Piemonte antico. Si potrebbero fare numerosi altri esempi, ma abbiamo ritenuto opportuno citare alcuni dei più rilevanti a titolo informativo.
In sintesi, quanto affermato finora, unito ai dati archeologici rinvenuti in numerose necropoli romane del Piemonte, dimostra l’avvenuta pacificazione e integrazione tra i coloni latini e le popolazioni preromane locali.

Quali sono gli errori e i rischi che si corrono nel riproporre nei tempi attuali la pratica della Religione Romana?
A nostro avviso, i rischi maggiori sono legati ad un approccio “neopagano” alla tradizione romana, che può prendere due direzioni principali:
1.Mancanza di serietà e rigore storico, con individualismo più o meno pronunciato nell’approcciarsi a tematiche serie e da non prendere sottogamba, come la pratica rituale (c’è il rischio di “bruciarsi” se si affrontano queste pratiche con superficialità e faciloneria, non si scherza con entità immensamente più potenti dell’essere umano, come gli Dèi, o anche con enti intermedi come i Genii del Luogo, custodi della Natura): è un approccio che potremmo definire “New Age”, che pesca dal “supermercato” delle diverse vie spirituali ciò che più si addice al piccolo ego dell’individuo, spesso anche accompagnato da visioni del mondo e ideologie fortemente progressiste e anti-tradizionali.
2.In altri casi, pur in presenza di studio, attinenza alle fonti, rigore e serietà nell’approccio al Sacro, si insiste su una visione “al passo coi tempi” della tradizione romana, ovvero declinandola come una delle tante offerte religiose all’interno dello Stato laico e “democratico”, alle cui istituzioni profane bisogna andare a chiedere il permesso di esistere e di essere riconosciuti.
Noi riteniamo invece che la tradizione romana, come tutte le autentiche Tradizioni sacre, debba coincidere con una precisa “visione del mondo” che non può scendere a patti con la realtà massificata e soffocante dell’Occidente globalizzato, di cui fa anche parte il moderno Stato italiano, vettore di un mondo profondamente desacralizzato e materialista, con tutte le brutture che da esso discendono. Ne consegue che per noi l’autentico tradizionalista romano, facendo riferimento ad un mondo religioso, etico, ideale e anche estetico in netta antitesi con l’empia modernità, debba sviluppare una dignità e una “tenuta interiore” tali da non concederle nulla.
