Anna Madia in Studio
«Il ritratto è stato una sorta di dichiarazione d’amore verso le persone care del mio mondo»
Il ritrattista più famoso di tutti i tempi è Leonardo da Vinci. Deve la notorietà a La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, che l’artista iniziò a dipingere nel 1503 e terminò nel 1506. Verosimilmente lavorò al dipinto a intermittenza. Il suo fascino è rimasto intatto per oltre cinque secoli, probabilmente alimentato da misteri e interpretazioni.

Tra gli artisti che si sono cimentati con il ritratto pensiamo a Rembrandt van Rijn e a Diego Velasquez, il primo ha saputo emozionare facendo interagire la luce con l’ombra, il secondo ha usato magistralmente il colore e la luce. Con un balzo di qualche secolo arriviamo a Giovanni Boldini, uno dei pittori più richiesti della sua epoca, il quale ritrasse numerose “divine”, termine con il quale definì le centinaia di muse che posarono nel suo atelier. Ricordiamo alcuni ritratti eseguiti: quello di Emiliana Concha de Ossa, Lina Cavalieri, la principessa Radziwill, Donna Franca Florio e la marchesa Casati.
In conclusione, del ritratto si sono occupati, oltre ai pochi citati, tantissimi artisti.
Tra i pittori che hanno un curriculum importante nel campo del ritratto vi è Anna Madia, laureata in Pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino la quale, dopo aver vinto nel 2010 un seminario triennale presso il Ginkgo Contemporary Art Center di Troyes nella Champagne, si è stabilita e lavora in Francia. Chiediamo: perché inizialmente ti sei dedicata al ritratto, soprattutto femminile?

Ho cominciato a ritrarre le persone care già da bambina: nei miei ricordi il primo disegno realizzato dal vero rappresentava mia sorella appena nata nella culla e avevo circa sette anni. Ho ancora le immagini della stanza da letto, della culla e della posizione di mia sorella addormentata con il braccino vicino al viso. Purtroppo questo disegno non esiste più ma il ricordo è vivo. Il ritratto è stato una sorta di dichiarazione d’amore verso le persone care del mio mondo.
Con il passare degli anni e dopo gli studi all’Accademia Albertina di Torino ho cominciato a indagare principalmente l’universo femminile: forse un modo per conoscermi dentro, per affrontare le diverse fasi del mio divenire donna. Anche l radici sono fondamentali nella mia ricerca e l’omaggio alle donne della mia famiglia è stato fondamentale nella mia pittura.
Le “silhouette” allungate e le pose serpentine di Giovanni Boldini riguardano soprattutto le donne mentre il pastello del 1886 che ritrae Giuseppe Verdi, dall’alto cilindro e dalla sciarpa bianca annodata al collo, è quello che si potrebbe definire un ritratto romantico realista. Quattordici anni prima Silvestro Lega arriva al capezzale di Giuseppe Mazzini che è appena spirato e dipinge una delle icone del Risorgimento italiano in un’immagine di straordinaria intensità.
Ti è capitato di ritrarre delle figure, magari non famose, ma che abbiano rappresentato qualcosa d’importante per te?
Nell’ultima mostra personale in Giappone che ho intitolato “Segreto” ho presentato una nuova serie di dipinti ispirati al personaggio femminile Callirrhoè o Kora. Nel mito fondatore della pittura è proprio questa giovane donna greca a realizzare il primo ritratto realista dell’umanità (ne parla Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale). Callirrhoè ebbe l’idea di disegnare con un pezzo di carbone il contorno dell’ombra proiettata sul muro del profilo del suo amante, che stava per partire in guerra. L’ombra e l’assenza hanno dato vita al primo ritratto e per i greci è stata anche l’origine della pittura. Questa storia a me molto cara per diverse ragioni mi ha spinto a rappresentare e a rendere omaggio a questa donna, diventata ai miei occhi una statua greca simbolo anche dei miei studi accademici.
Chiudi gli occhi e prova a rammentare alcuni autoritratti: scegline uno, tra gli oltre quaranta di Van Gogh e un altro, tra i cinquanta circa di Frida Kahlo. Cerca nella memoria l’autoritratto di Artemisia Gentileschi che ha per tema “l’allegoria della pittura” e quello di Felix Nussbaum con “passaporto ebreo”. Ti chiedo ancora di ricordare uno degli autoritratti di Caravaggio, Davide con la testa di Golia, dove si raffigura nella testa mozzata del gigante. Ognuno di questi artisti ha ritratto se stesso per motivi personali. C’è chi l’ha fatto per solitudine, per ricerca artistica o per necessità; chi invece ha voluto aprire una finestra sul suo mondo interiore, colmo di sofferenza e introspezione. In conclusione, per quasi tutti, ritrarsi non è soltanto una rappresentazione di sé.
Che cosa ti spinge a guardarti allo specchio e ritrarti?
I primi autoritratti hanno marcato delle tappe fondamentali della mia vita così come degli stati transitori: un matrimonio, un lutto, la maternità e attualmente la scelta di essere pittrice.
A volte è stata una vera e propria terapia per esorcizzare momenti difficili o emozioni debordanti.

Sai che mi sono occupato di editoria, e che i tuoi dipinti sono stati inseriti in alcune copertine. Cito il titolo dei quadri: Allo specchio del 2004, Chrisiane e Sweety entrambi del 2005, Figura 1 del 2007. Nel 2014, infine, Il respiro a metà. Scelsi quest’opera perché si prestava all’argomento trattato nel romanzo e perché mi piacque più di altre che avevano caratteristiche simili. In quel viso negato da un centrino colsi l’atmosfera che in parte regnava nel romanzo. Altri volti nei tuoi dipinti sono stati coperti, totalmente o in parte: da lunghi capelli, una maschera, una treccia sugli occhi, una crestina calata sugli occhi. Perché?

Il dissimulare lo sguardo mi ha permesso di immergermi in un tipo di ritratto interiore, libero dalla fisiognomica. Il dialogo diretto con lo spettatore è in un certo senso velato e quasi annullato dando quindi più chiavi di lettura e di interpretazione. Il tema del sonno e lo stato liminale mi hanno permesso di varcare questa nuova soglia e di cercare nuove possibilità comunicative. Gli elementi ricorrenti nei miei dipinti sono legati ai ricordi della mia infanzia e adolescenza in Italia (la treccia, il centrino, la lana dei materassi…) e come già detto, la donna e le radici familiari mi permettono di parlare del mio passato, del presente e del futuro. Il ciclo della vita è per esempio rappresentato dal simbolo del letto con la sua lana di pecora: la culla, il letto d’amore e il letto di morte.
Nel caso di Van Gogh e di Frida Kahlo i loro autoritratti potrebbero raffigurare la loro autobiografia raccontata per immagini? Anche i tuoi autoritratti non sono pochi; pensi di aver narrato la tua storia con quei dipinti?
Sì, assolutamente! Mi piacerebbe vederli tutti raggruppati… ma non ho ancora finito quindi chi vivrà vedrà.
L’ultimo autoritratto realizzato nel 2023 s’intitola Le peintre aveugle. Nelle ricerche su Callirrhoè mi sono imbattuta nel libro del filosofo francese Jacques Derrida La verità in pittura. Il filosofo dimostra che il pittore, nel suo atto creativo è in un certo senso cieco: non copia una realtà data ma fa emergere la traccia e l’enigma del visibile. Callirrhoè nel disegnare il contorno dell’ombra del suo amante non può guardarlo direttamente e lui, per proiettare la sua ombra di profilo sul muro, non può a suo volta guardare Callirrhoè…
Nel 2023, in collaborazione con la gioielliera Maison Rubus e con la stilista giapponese Minä Perhonen, hai esposto a Kyoto; mentre nel 2027 esporrai le tue opere per la terza volta in una mostra personale a Tokyo. Che tipo di problemi, se ci sono stati, hai avuto a causa delle differenze culturali tra Europa e Giappone?
In realtà non ci sono stati problemi. Questa esperienza mi ha arricchito moltissimo: la gentilezza e il rispetto mi hanno permesso di lavorare in ottime condizioni, di maturare e di dare il meglio.
Il “savoir faire” è molto importante per il Giappone, ecco un piccolo aneddoto: il pubblico chiede a volte di poter visionare l’opera davanti e… dietro.
Quanto sono importanti la letteratura, in particolare la fiaba, e le opere teatrali nella tua pittura?
L’importanza delle fiabe nella mia pittura è legata all’importanza delle metafore e degli archetipi nella crescita personale. Cito a esempio la fiaba La fanciulla senza mani che è un percorso di iniziazione dell’essere donna: Clarissa Pinkola Estés ne parla nel suo magnifico libro Donne che corrono con i lupi. Ho dedicato nel 2012 una ventina di dipinti a questo personaggio.
Il teatro è entrato invece nella mia vita per motivi personali e negli anni, assimilando inconsciamente i suoi codici, ho alimentato le composizioni pittoriche con una “mise en scène” teatrale: costumi, luci, gesti.

Ho visto alcune tue opere di paesaggio: Magic Moon, Winter Sea, Paysage doré (Hommage à Corot). Nel primo rappresenti la luna con un viso dai tratti infantili, nel secondo un veliero naviga fra le stelle, nel terzo pennellate fucsia sono sospese in cielo. Perché in ognuno di questi dipinti, che in qualche modo richiamano la pittura di antichi maestri, hai inserito un particolare inaspettato?
Sono sempre stata attratta dal mondo dei tarocchi e dalla loro simbologia, dalle immagini del misterioso codice illustrato Voynich e dai giochi di carte come il Dixit.
Mescolando il tutto è nata tempo fa la serie Le Jeu de la Chimére e alcuni dei piccoli dipinti da te citati fanno parte di questo piccolo insieme di enigmi personali dipinti a olio su legno.
Mi pare che in Dans le bois de Watteau I e Dans le bois de Watteau II le figure umane convivano con il paesaggio. Lo fanno, però, in modo differente: nel primo quadro un bimbo, di spalle, osserva una tela che ritrae un bosco, nel secondo invece il bosco fa da sfondo alla fanciulla che, pur di fronte, cela gli occhi con una treccia di capelli. Che cosa rappresenta la natura quando la associ alla figura umana?
Inizialmente la natura è stata quasi un accessorio, un decoro; in seguito è diventata una porta d’ingresso tra il sogno e la realtà. Non mi sono mai permessa di dipingere un paesaggio senza conoscerlo veramente.
Adesso ho invece la necessità di indagare la natura e di viverla fisicamente. Gli ultimi dipinti rappresentano frutti, fiori e alberi e vanno di pari passo con il mio pensiero ecologico e la necessità di un “noi” e non solamente di un “me”.
Questo è un nuovo inizio che nutrirà ancora e ancora il mio fare “ritratti”.


In questa intervista all’artista Anna Madia, oltre al ricco articolo di Francesco, mi ha colpita vedere la foto del romanzo corale al quale ho partecipato: Il Firmamento in un fazzoletto, dove la potente visione interconnessa di Anna trova una sintesi perfetta nella splendida immagine di copertina. Un magnetico volto di donna coperto da un centrino all’uncinetto che diventa metafora di una pluralità che unisce la terra e il cielo. Evoca i legami invisibili della comunità, i fili che collegano le storie del libro e la trama stessa della natura, capace di contenere l’immensità del cosmo (il firmamento) nell’intimità di un frammento quotidiano (il fazzoletto). Con la sua sensibilità, la pittrice è riuscita a dare una veste visiva a una pluralità di voci letterarie. Ha dimostrato che la sua ricerca del “noi” non è solo una tematica ecologica, ma una vera e propria pratica di condivisione artistica ed umana. Un’arte che respira, accoglie e unisce. Complimenti vivissimi Anna, aspettiamo di ammirare le prossime opere.
Articolo molto interessante.
Se davvero dipingendo noi stessi potessimo esorcizzare il dolore sarebbe una grande cura
Intervista magistrale. Domande che evidenziano una grande cultura.
Beatrice
Anna Madia evidenzia qui la continua necessità dell’arte di cercare oltre l’apparenza, caratteristica comune in tutte le arti ed immediatamente percettibile nella sua pittura. Sapientemente guidata dalle domande a lei rivolte, ci consegna un ritratto che ci parla di lei nella sua meravigliosa complessità e della vita che l’attraversa.
Interessantissima intervista !
I ritratti, i dipinti, così presentati hanno davvero qualcosa di fiabesco.
Voglio vonoscere meglio
Intervista interessante e magistralmente gestita da Francesco Russo: la pittrice Anna Madia confida come le sue prime opere siano state ispirate da emozioni e affetti personali. Con l’ evolversi dei tempi e la maturazione professionale le sue opere hanno tratto ispirazione anche dal teatro e dalla natura, rappresentata in modo poetico ma sempre legata al suo ” sentire” intimo, al suo veleggiare tra sogno e realtà. Opere dunque da vedere e interpretare!
Il ritratto ma anche le altre espressioni pittoriche sono una indagine per conoscere la realtà e se stessi.
Anna Madia è una grande artista e Francesco Rodolfo Russo ha realizzato una bellissima intervista.
Una pittura così concepita ha una capacità di conoscenza intuitiva , ma non per questo meno profonda, esprime bene il percorso di un anima.
L’intervistatore dimostra una grande sintonia. Bravo.
Intervista molto bella a cominciare dall’ottimo preambolo di Francesco per finire dalle domande poste dal medesimo. Ci ha fatto scoprire una pittrice molto valida di cui, pur essendo un profano, ho apprezzato oltre alla tecnica le atmosfere suggestive e profonde.
Le Opere di Anna Madia hanno la capacità di far fermare il tempo e di far svanire il caos intorno a noi.
È impossibile distrarsi dall’ammirazione dei suoi lavori.
Molto Interessante bravissimi
Un’intervista molto interessante, che mette in luce la complessa personalità della pittrice.