Sette anni dentro la montagna: l’impresa di Colombano Romean rivive a cinque secoli dal contratto del Pertus
All’ingresso del Pertus la luce scompare quasi subito. Davanti si apre un cunicolo stretto, scavato direttamente nella roccia. In alcuni tratti si può procedere in piedi, in altri bisogna abbassarsi e avanzare con cautela, mentre l’acqua scorre sul fondo. L’uscita opposta dista più di quattrocento metri. Non è una grotta naturale e neppure una miniera abbandonata. È il Pertus di Colombano Romean, conosciuto nei documenti anche come Trou de Touilles, un acquedotto realizzato nel Cinquecento nei pressi della Cima Quattro Denti, in Alta Valle di Susa.
Il cunicolo misura 433,24 metri. L’ingresso si trova a poco più di duemila metri di quota, sul versante del Gran Vallone; l’uscita è più in basso, verso Chiomonte. La differenza di livello permette ancora oggi all’acqua di attraversare la montagna. Ma il dato più sorprendente non è la lunghezza del passaggio. È l’epoca in cui venne scavato: tra il 1526 e il 1533. Come fu possibile, cinque secoli fa, perforare centinaia di metri di roccia mantenendo la direzione e una pendenza adatta allo scorrimento dell’acqua? È questa la domanda che rende ancora oggi straordinaria l’impresa di Colombano Romean e che le celebrazioni di “Colombano 500” riportano al centro dell’attenzione con incontri, spettacoli, proiezioni, passeggiate narrative ed escursioni.
Il Pertus non nacque per diventare un monumento. Nacque da una necessità. Gli abitanti di Cels, frazione di Exilles, e delle Ramats, frazione di Chiomonte, vivevano su un versante ben esposto e favorevole alle coltivazioni, ma povero d’acqua. Al di là della cresta rocciosa scorrevano invece le acque provenienti dalla zona di Touilles. L’acqua esisteva, dunque, ma si trovava dalla parte sbagliata della montagna. Occorreva catturarla e convogliarla sul versante opposto. Un primo tentativo di scavo era già stato intrapreso, ma si era arrestato davanti alle difficoltà della roccia.
Fu allora che entrò in scena Colombano Romean. Originario delle Ramats, figlio di Giovanni, aveva lavorato nelle miniere della Provenza, dove aveva acquisito esperienza nel sottosuolo. Quando accettò l’incarico avrebbe avuto tra i cinquanta e i cinquantacinque anni: un’età considerevole per affrontare un lavoro tanto lungo, duro e rischioso. Il 14 ottobre 1526, davanti al notaio chiomontino Jehan Rostollan, venne stipulato il contratto. Romean si impegnava a completare il foro già iniziato oppure, se necessario, ad aprire un nuovo passaggio. Le comunità stabilivano il compenso e le razioni destinate al minatore: cinque fiorini per ogni tesa di acquedotto scavata, oltre a vino e segala.
Non era quindi un’avventura improvvisata, ma un’opera regolata da impegni precisi. Da una parte vi erano due comunità che aspettavano l’acqua. Dall’altra un uomo con la propria esperienza, i propri attrezzi e una montagna davanti a sé. Ogni metro conquistato richiedeva colpi ripetuti, rimozione dei detriti e rifinitura delle pareti. Ma non bastava avanzare. Bisognava procedere nella direzione esatta. Una deviazione avrebbe portato il cunicolo lontano dal punto di uscita; un errore nella pendenza avrebbe impedito all’acqua di scorrere.
Non conosciamo tutti i metodi impiegati da Romean per controllare il tracciato. Sappiamo però che il risultato finale conserva una pendenza funzionale lungo oltre 433 metri. La difficoltà non consisteva soltanto nel rompere la roccia. Consisteva nel comprenderla mentre la si attraversava. Le pareti del Pertus conservano ancora i segni dell’impresa. Sono visibili i colpi degli attrezzi e, a intervalli abbastanza regolari, le nicchie destinate alle lucerne. Quelle piccole cavità ricordano che il lavoro procedeva alla luce debole delle lampade, in uno spazio angusto, umido e lontano dall’esterno. Compaiono anche figure, teste umane e gigli di Francia. Non servivano al funzionamento dell’acquedotto. Sono tracce lasciate da chi lavorò nel buio e volle forse affidare alla pietra un segno della propria presenza.
La tradizione racconta che Colombano abbia scavato completamente da solo e che un cane gli portasse ogni giorno il cibo e gli attrezzi opportunamente affilati. Sono immagini suggestive, ma appartengono soprattutto alla leggenda. Il contratto prevedeva infatti la possibilità che Romean si servisse di uno o più aiutanti, con un aumento delle razioni nel caso fosse intervenuto un secondo lavoratore. Non possiamo quindi affermare che abbia lavorato sempre in assoluta solitudine.
La precisazione non riduce l’impresa. La rende, semmai, più autentica. Colombano non fu un personaggio fantastico dotato di forze sovrumane, ma un minatore esperto che assunse la responsabilità di un cantiere difficilissimo e riuscì a portarlo a termine.
Entro il 1533 il cunicolo era concluso. Dopo anni di lavoro, l’acqua poté attraversare la cresta e raggiungere i terreni di Cels e delle Ramats. La montagna, fino ad allora ostacolo, divenne parte dello stesso sistema che permetteva di trasportare la risorsa. Colombano Romean non aveva costruito un palazzo, una fortezza o un’opera destinata a celebrare il potere di qualcuno. Aveva realizzato un’infrastruttura per la vita quotidiana.
Il Pertus ha attraversato guerre, cambiamenti politici e trasformazioni economiche. Nel Novecento alcuni tratti furono consolidati, ma il condotto continua a svolgere la funzione per la quale venne progettato. È forse questo il vero significato dei cinquecento anni del Pertus.
Le celebrazioni di “Colombano 500” non ricordano soltanto un uomo capace di scavare nella roccia. Ricordano una comunità che seppe investire in un sapere tecnico e affidarsi a chi conosceva il sottosuolo. Cinquecento anni dopo, l’acqua continua a percorrere la strada aperta da Colombano. La montagna non fu abbattuta né sconfitta. Fu osservata, compresa e attraversata. E, nel suo buio, un uomo riuscì a indicare all’acqua la via verso la luce.
Link al sito: “Colombano 500” con il programma degli eventi
https://www.sergiosalomone.eu/
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