Due territori simili nella forma, ma opposti nella sostanza: uno segna la fuga dalla miseria, l’altro il ricordo di un benessere perduto
Ci sono luoghi che, pur lontanissimi tra loro, condividono una stessa condizione geografica: essere frammenti di Stato incastonati in un altro territorio. Enclave, exclave, isole amministrative sospese tra due mondi. Eppure, dietro questa somiglianza formale, si nascondono storie che non potrebbero essere più diverse.
Enclave ed exclave: una questione di sguardi
La differenza è sottile ma decisiva:
- l’enclave è definita dal territorio che la circonda;
- l’exclave è definita dallo Stato che la possiede.
Campione d’Italia è un’exclave italiana in territorio svizzero. Ceuta è un’enclave spagnola in Africa. Ma una exclave per il Marocco. Due punti sulla mappa, due mondi lontani.
Ceuta: la frontiera che brucia
Oggi Ceuta è davanti agli occhi del mondo per un fenomeno che molti hanno definito riprovevole: migliaia di persone spinte verso un miraggio di libertà, verso la Spagna, verso l’Europa. Un miraggio alimentato da promesse criminali, governi irresponsabili, illusioni di benessere e disperazione pura.
La domanda che resta sospesa è sempre la stessa: chi porta il peso dei morti? Chi ha aperto la porta? Chi ha spinto la folla? Chi ha illuso, chi ha taciuto, chi ha guadagnato?
Ceuta è la fotografia di un mondo dove la geografia diventa destino, dove un confine non è una linea ma una ferita.
Campione d’Italia: l’enclave del benessere
Campione, invece, non c’entra nulla con tutto questo. Negli anni ’70 e ’80 era un piccolo paradiso economico: il casinò attirava italiani “al gioco”, ma anche allo shopping a prezzi più convenienti. Era l’epoca in cui gli italiani cominciavano a vedere i frutti del proprio lavoro, e spendere nel divertimento sembrava quasi un dovere sociale, un modo per sentirsi felici.
Campione era un’enclave di prosperità, non di disperazione. Un luogo dove la frontiera non divideva, ma invitava.
Due luoghi simili nella forma, opposti nella sostanza
Ceuta e Campione d’Italia condividono solo la particolarità del loro stato amministrativo. Per il resto, sono due poli opposti:
- uno è teatro di esodi, speranze infrante, tragedie;
- l’altro è stato simbolo di benessere, gioco, consumo, leggerezza.
La geografia è la stessa, il destino no. E forse è proprio questo che colpisce: come due territori “isolati” possano raccontare due modi diversi di stare al mondo. Ceuta ci ricorda la fragilità delle promesse. Campione ci ricorda l’illusione del benessere. Entrambi, a modo loro, parlano di miraggi.
Perché negli anni ’70 e ’80 conveniva comprare a Campione d’Italia
Negli anni ’70 e ’80 Campione d’Italia non era solo il regno del casinò: era anche un punto di acquisti conveniente grazie al suo status doganale speciale, legato fiscalmente alla Svizzera pur restando territorio italiano. I controlli non riguardavano i movimenti delle persone, ma le merci: tabacchi, alcolici, carburanti, orologi, gioielli, apparecchi elettronici e contanti erano le categorie più osservate dalle dogane.
Molti italiani, attratti dai prezzi più bassi del mercato svizzero, acquistavano a Campione orologi, Hi‑Fi, televisori e macchine fotografiche, beni che in Italia costavano sensibilmente di più. Le autorità non chiedevano “dove vai?”, ma “che cosa stai portando con te?”, per evitare che prodotti comprati a condizioni fiscali vantaggiose rientrassero nel territorio italiano senza dazi.
Per chi andava solo a giocare e tornava a Como a mani vuote, il problema non esisteva. Ma per chi usciva con una borsa piena di acquisti, Campione diventava un piccolo crocevia dove il confine non era una barriera, bensì un’opportunità economica.
Il contrabbando dei tabacchi e la cultura del fumo negli anni ’70 e ’80
Negli anni ’70 e ’80 il tabacco era uno dei prodotti più contrabbandati dalla Svizzera verso l’Italia. Il fenomeno era talmente diffuso che i contrabbandieri, spesso uomini di montagna che percorrevano sentieri impervi per evitare i controlli, venivano chiamati “spalloni”. Campione d’Italia, con il suo regime doganale particolare, era uno dei punti dove il tabacco circolava a prezzi più bassi, e questo alimentava un mercato parallelo che coinvolgeva anche ambienti di lavoro e vita quotidiana.
Erano anni in cui si fumava ovunque e in quantità enormi: uomini e donne, giovani e adulti, spinti da pubblicità martellanti, da modelli culturali e da un’idea di fumo come gesto di piacere, di status o di risposta allo stress. Le sigarette italiane e straniere erano reclamizzate come simboli di libertà, eleganza, modernità. Le più costose erano anche le più contrabbandate.
Solo dagli anni ’90 la popolazione ha iniziato a prendere coscienza dei danni del fumo, grazie alle prime campagne sanitarie, alle restrizioni nei luoghi pubblici e all’introduzione delle diciture sui pacchetti — “Il fumo fa male”, accompagnata talvolta da immagini brutali come il teschio. Da allora, lentamente, il vizio ha iniziato a diminuire.
Ma il bilancio è pesante: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il fumo causa ogni anno milioni di morti nel mondo, ed è ancora oggi una delle principali cause evitabili di malattie cardiovascolari, tumori e patologie respiratorie.
Conclusione
Campione d’Italia non ha vissuto grazie al commercio, ma grazie al suo Casinò, vero motore economico del borgo. Negli anni d’oro impiegava oltre cento dipendenti e attirava giocatori, turisti e denaro, sostenendo l’intera comunità. Ma il gioco, come spesso accade, non dura per sempre.
Nel 2018 la Procura di Como chiese il fallimento della casa da gioco, schiacciata da un’esposizione debitoria di circa 5 milioni di franchi svizzeri. Il 27 luglio arrivò la sentenza: il Casinò chiuse immediatamente. Due mesi dopo anche il Comune, socio unico della struttura, fu dichiarato in dissesto finanziario e affidato a un commissario prefettizio. In poco più di un anno, il personale municipale passò da 100 a 15 dipendenti, segnando uno dei momenti più bui della storia del borgo.
Il Casinò ha riaperto solo il 26 gennaio 2022, con un organico ridotto e un allestimento più sobrio rispetto al passato. Nel frattempo, dal 1º gennaio 2020, Campione è entrata nell’area doganale dell’Unione Europea: l’unico accesso stradale è diventato un vero e proprio posto di frontiera, presidiato dalle guardie svizzere e dalla Guardia di Finanza italiana. I cittadini hanno dovuto convertire targhe, patenti e documenti, tornando pienamente al regime italiano.
Campione ha così vissuto un doppio passaggio: la fine di un modello economico e la trasformazione della sua identità doganale. Un borgo che ha perso tutto, ha atteso, e lentamente ha ricominciato.
Un ultimo pensiero
Le immagini che arrivano da Ceuta non dovrebbero ripetersi. Le televisioni mostrano i 5.000 rimasti dei 50.000 arrivati, rispediti indietro o dispersi nella città, in cerca di cibo, di un riparo, di un domani. Sono volti che raccontano una domanda semplice e terribile: chi ha creato tutto questo? Chi ha giocato con la vita delle persone? Per quale motivo? Per un guadagno? Per una ragione politica? Per dare uno scossone a un governo?
Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: non si può usare la speranza come leva, né la disperazione come strumento. Ceuta ci ricorda che ogni decisione che muove masse umane porta conseguenze reali, e che chi le provoca dovrebbe riflettere profondamente sul peso delle proprie azioni.
