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XX Settembre: il motto degli Uzeda, “ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli affari nostri”, è quel che resta dei giorni gloriosi del Risorgimento?
Una doppia ics. Segno di ripetuta cancellazione? L’icona stilizzata del cavallo-di-Frisia (visti i maltempi belligeranti)? La firma dell’Alielon Musk, assai ossessionato dalla lettera crociata? O la sigla del Celeste Imperatore mandarino?…
No, il XX Settembre.
Certo il mese in questione non ha mancato poi di largire al Belpaesello dello Stivaletto e all’intero Globo terracqueo tragiche delizie, dall’8 del ’43, col proclama radiofonico badogliano dell’Armistizio di Cassibile e la repentina fuitina savoiarda, all’11 2001 delle Torri Gemelle, l’attentato islamista meglio riuscito (e magari da qualcuno non ostacolato, se non favorito, secondo i complottisti duri e puri, cui il sottoscritto scrivente si onora di appartenere da prima che essi esistessero), che ci ha cambiato – in peggio – la vitaccia, imprigionandoci nell’occulta cappa asfissiante del controllo securitario onnipresente; la data che commemora la bersagliera Breccia di Porta Pia che al Pio pontefice poco piacque (eufemismo) nel 1870 dovrebbe però suscitarci un sussulto speciale.
Roma Capitale: fu davvero missione compiuta.
Ma che resta dei giorni famosi che condussero alla liberazione del “volgo disperso che nome non ha” (citando l’Adelchi del Manzoni), o popolino bovino vaccinato, e all’indipendenza dagli oppressori stranieri?
Probabilmente gli eroici protagonisti di quella collettiva epopea romantica, dal settecentesco precursore Giovan Battista “Balilla” Perasso allo stesso Cavour, da Garibaldi a Bixio, da Mazzini a Pisacane, dall’inneggiante Mameli al disilluso Carducci (“avverso al mondo, avversi a me gli eventi”), inorridirebbero, rivoltandosi a trottola nei loro anneriti sepolcri foscoliani! Arriverebbero al punto di resuscitare, ridestandosi dal meritato sonno eterno – dov’è silenzio e tenebra la gloria che passò (Il Cinque Maggio) –, giusto per strigliarci!
Rinascimento, Risorgimento e Resistenza, con le Erre Iniziali Maiuscole, potrebbero costituire una linea-di-naturale-continuità-storica del travagliato itinerario unitario della Penisola, che – non solo per il tanto decantato o deprecato Manifesto di Ventotene – si coronerebbe nell’Ue, che adesso è snobbata addirittura dai quattro gatti pescatori surgelati islandesi (e molti se ne rallegrano festanti!…).
È palese, la barcamenante platinata von der Leyen negli annali sarà ricordata per i fastidiosi tappi delle bottigliette di plastica (sembrano chiuse, mentre ti allagano la borsa…) piuttosto che per la perspicacia di leadership; il costoso baraccone-carrozzone di Bruxelles-Strasburgo risulta indubbiamente iperburocratico, lento e inefficace, azzoppato dai veti dei membri recalcitranti: andrebbe riformato per essere perfezionato, semplificato ed implementato, non per polverizzarlo nei miopi egoismi di staterelli che somigliano alle fragili polis dell’Ellade classica, democratiche nanette d’argilla schiacciate fra i ferrei giganti dispotici macedoni e persiani. L’Aquilotto di Washington, l’Orsone di Mosca e il Dragone di Pechino ci stritolerebbero (ci stritoleranno: destino inesorabile?).
Nell’aurea era dei demenziali asociali social, disinformati dalla stupidità umana naturale, asservita alla prevaricante intelligenza-artificiale scientemente programmata, ognuno si occupa esclusivamente dei guicciardiniani ca…si suoi e ci si smarrisce (ascoltando la famosa strofa spericolata di Vasco Rossi), lasciandosi influenzare dalla subdola o strombazzata propaganda “sovranista” ultradestrorsa, riccamente foraggiata, che mira a dis-gre-ga-re il Vetusto Con-ti-nen-te incontinente, già fram-men-ta-rio: nostalgici della Cortina sovietica e del Patto di Varsavia, caldeggiano forse la riannessione dell’Europa Orientale alla Federazione Russa di Ras-Putin, aggressivo zarino del Cremlino, vassallo della Cina (che ci sta invadendo con le vetture elettriche che i vari avariati Elkagnelli & Co. non han saputo o voluto fabbricare, perché fossilizzati sugli inquinanti paleolitici motori a combustione interna). Una prospettiva realmente affascinante…
Patriottismo e nazionalismo non si identificano. Si contraddicono reciprocamente, anzi. Gli immani catastrofici conflitti del 1914-1918 e 1939-1945 (dal Piave a Salò), oltre alle secolari guerre dinastiche, lo dimostrano. (E il 20 in numeri latini richiama anche un bis della Decima MAS, a proposito di chi, nel momento fatidico, scelse di rimanere fedele all’“alleato germanico”, collaborando con instancabile zelo alla Endlösung himmleriana, invece di obbedire al Maresciallo del Monarca “brindisino” o di infrattarsi sulle colline fenogliane per combattere al fianco degli anglo-americani.)
Ecco che prevale il motto di Gaspare Uzeda, storpiatura – enunciata a parole o appena pensata – dell’auspicio di Massimo d’Azeglio: “Ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli affari nostri” (dai Viceré di De Roberto). Esemplare la ridicola revoca del trattato di Schenghen con la Spagna, con l’assurda scusa del rischio di infiltrazioni migratorie clandestine da Ceuta (a nuoto dalle Colonne d’Ercole?!?), che si è rivelata una notevole seccatura esclusivamente per noi turisti al rientro dalle vacanze iberiche: deplorevole ritorno al Medioevo delle dogane e dei balzelli.
Un annullamento sconfinato…

