Un racconto di Anna Di Marco
Come di consueto, Antonio, Josef e Pietro sorseggiavano il loro cocktail, preparato dal barista in modo perfetto anche questo venerdì pomeriggio. Intorno a loro, anche gli altri avventori avevano formato un cerchio.
Quel pomeriggio il discorso era cominciato proprio da una riflessione sui nuovi avventori virtuali del circolo: persone che potevano leggere, ascoltare e forse cogliere le sfumature di quanto veniva detto durante i vari incontri, pur trovandosi a chilometri di distanza.
Antonio prese la parola.
«Ma signori miei, la tecnologia è una bellissima cosa quando rimane al servizio dell’uomo. Quando lo aiuta, lo sostiene, gli permette di fare cose che prima sembravano impossibili.
Ma la socialità, i rapporti umani, i discorsi stravaganti, la creatività, le emozioni, la magia… quelle non sono cose che possiamo semplicemente scaricare o interrogare.
La vera saggezza, a volte, la troviamo in un vecchio uomo che si è spaccato la schiena tutta la vita. Non perché abbia letto mille libri o interrogato mille macchine, ma perché ha vissuto.
La gioia la troviamo nel sorriso di un vero amico.
L’emozione può trovarsi davanti a un tramonto, quando per qualche minuto non abbiamo bisogno di sapere nulla, di capire nulla, di chiedere nulla.
Ci basta guardare.
E tutte quelle persone che si accorgono di noi, che leggono i nostri discorsi stravaganti, sono persone vere. Non sono frutto della nostra fantasia.
Persone che, grazie alla tecnologia, possono partecipare a questo circolo, leggere ciò che diciamo, lasciare un commento, dialogare con noi, magari dissentire, magari sorridere.
Ed eccola, allora, la tecnologia al servizio dell’uomo.
Una tecnologia che costruisce un ponte tra persone lontane, senza pretendere di diventare una persona al loro posto.
Perché forse il problema non è sapere se una macchina potrà un giorno parlare come un uomo.
La domanda più importante è un’altra:
Sapremo ancora noi parlare come uomini?
Sapremo ancora ascoltare senza cercare immediatamente una risposta?
Sapremo ancora stare in silenzio senza sentirci in obbligo di riempirlo?
L’uomo non è soltanto ciò che sa.
È anche ciò che sente.
È ciò che ricorda, ciò che dimentica, ciò che sogna.
È il dubbio, l’errore, la paura, il desiderio, la nostalgia.
È una stretta di mano, una risata improvvisa, un silenzio condiviso.
È persino quella frase detta male che, proprio perché detta male, ci fa capire che dall’altra parte c’è qualcuno che sta vivendo.
È chi sa cosa significa aspettare qualcuno.
È chi ha gli occhi pieni di stupore davanti a un tramonto.
È chi ride.
È chi piange.»
Pietro rimase qualche secondo in silenzio, facendo girare lentamente il bicchiere tra le dita.
Tutti si fecero più attenti, cercando di capire dove sarebbe andato a finire quel discorso.
Antonio osservò per un istante gli amici e poi riprese.
«Ma forse c’è una domanda ancora più difficile.
Che cos’è la felicità?
Non come definizione.
Non quella che possiamo trovare in un libro.
Ma quella che riconosciamo quando ci passa accanto.
Quando un essere umano ha la possibilità di soddisfare i propri bisogni primari, ha davvero raggiunto la felicità?
Pensateci.
Abbiamo bisogno di mangiare, di avere un luogo dove vivere, di essere al sicuro.
Quando queste necessità sono soddisfatte, dovrebbe cominciare la felicità.
Eppure non sembra funzionare così.
Perché appena abbiamo ciò che ci serve, cominciamo a desiderare ciò che non ci serve.
Una casa più grande.
Un’auto migliore.
Un viaggio.
Un oggetto.
Qualcosa che ancora non abbiamo.
E forse non c’è niente di sbagliato nel desiderare.
Il desiderio, in fondo, è una delle cose che ci muovono.
Senza desiderio non cercheremmo, non costruiremmo, non ameremmo, non partiremo.
Ma allora dove finisce il desiderio e dove comincia l’insoddisfazione?
Quando il desiderio smette di essere una spinta verso la vita e diventa un modo per fuggire da noi stessi?
Questa è forse la domanda.
Perché quando finalmente raggiungiamo ciò che desideravamo, per un po’ siamo felici.
Poi diventa normale.
La casa diventa semplicemente casa.
L’auto diventa semplicemente un’auto.
Il viaggio diventa un ricordo.
L’oggetto che desideravamo per mesi finisce in un cassetto.
E ciò che sembrava poter cambiare la nostra vita diventa parte della nostra vita.
E allora nasce un altro desiderio.
Un’altra attesa.
Un’altra mancanza.
E ricominciamo.
Forse l’uomo vive proprio dentro questa oscillazione continua tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.
Tra il presente e il futuro.
Tra il possesso e il desiderio.
Ma se è così, possiamo davvero chiamare felicità qualcosa che nasce soltanto dalla mancanza?
Se abbiamo bisogno di desiderare qualcosa per sentirci felici, non siamo forse condannati a essere sempre incompleti?
E se invece fossimo completi, cosa desidereremmo?
Forse la felicità è un paradosso.
La desideriamo perché non l’abbiamo.
Ma quando crediamo di averla raggiunta, smettiamo quasi subito di chiamarla felicità.
Diventa semplicemente vita.
E forse è proprio questo che la rende così difficile da afferrare.»
Pietro continuava a far girare lentamente il bicchiere.
Poi parlò.
«Forse il problema non è ciò che possediamo.
È ciò che lasciamo che ci possieda.»
Antonio lo guardò.
Pietro continuò:
«Possiamo avere una casa bellissima senza diventare quella casa.
Possiamo avere un’automobile costosa senza diventare quell’automobile.
Possiamo viaggiare, comprare, accumulare, essere riconosciuti.
Non c’è nulla di male.
Il problema nasce quando cominciamo a usare tutte queste cose per rispondere alla domanda: “Chi sono io?”
Perché allora non stiamo più possedendo qualcosa.
Stiamo chiedendo a qualcosa di possederci.
E forse è lì che perdiamo l’IN.»
Josef sollevò lentamente gli occhi.
«Ancora questo IN…»
Pietro sorrise.
«Sì.
Non so nemmeno se sia possibile definirlo.
Forse è proprio questo il suo senso.
L’IN è quella parte di noi che non ha bisogno di essere mostrata.
Quella che rimane quando togliamo tutto ciò che abbiamo accumulato per raccontare agli altri chi siamo.
Non è il nostro conto in banca.
Non è la nostra casa.
Non è il nostro lavoro.
Non è l’immagine che abbiamo costruito.
È ciò che rimane quando nessuno ci guarda.
Quando non dobbiamo dimostrare niente.
Quando non dobbiamo vincere.
Quando non dobbiamo essere migliori di qualcuno.
Forse l’IN è il luogo interiore nel quale finalmente smettiamo di cercare fuori ciò che abbiamo sempre cercato dentro.
E forse la limpidezza sta proprio nella semplicità.
Non nella povertà.
Non nella rinuncia a tutto.
Ma nella capacità di distinguere ciò che ci serve da ciò che ci distrae.
Perché possiamo avere molte cose senza essere felici.
E possiamo avere pochissimo e sentire, per un istante, che non manca assolutamente nulla.
Forse la felicità non è riempire ogni spazio.
Forse è riuscire, qualche volta, a non avere bisogno di riempirlo.»
Nessuno parlò.
Il silenzio che seguì non sembrò imbarazzante.
Sembrò necessario.
Poi Antonio sollevò il proprio bicchiere.
«Forse abbiamo cercato la felicità nel posto sbagliato.
Forse abbiamo pensato che fosse qualcosa da raggiungere.
Un traguardo.
Un premio.
Una condizione definitiva.
Ma la felicità potrebbe essere molto più fragile.
Potrebbe essere quel momento nel quale desideriamo qualcosa e, per un attimo, sentiamo che la nostra vita ha una direzione.
Potrebbe essere l’attesa.
Potrebbe essere la speranza.
Potrebbe essere la curiosità.
Potrebbe essere il semplice fatto di sapere che qualcosa ci aspetta.
Guardate noi.
Aspettiamo il venerdì.
Durante la settimana sappiamo che arriverà.
Lo aspettiamo.
Ci pensiamo.
E quando finalmente arriva, eccoci qui.
Seduti intorno a questo tavolo.
Con un cocktail davanti.
Con qualcosa da raccontare.
Qualcosa da ascoltare.
Qualcosa su cui dissentire.
Qualcosa su cui ridere.
Poi il venerdì finisce.
E noi torniamo alle nostre vite.
Ma proprio perché finisce, possiamo aspettarne un altro.
Forse il tempo funziona così.
Ci insegna che ogni cosa è preziosa proprio perché non può essere trattenuta.
Un tramonto è bello perché scompare.
Una risata è preziosa perché finisce.
Un incontro è importante perché prima o poi ci separeremo.
Forse anche la felicità ha bisogno del tempo.
Se potessimo fermarla per sempre, forse smetteremmo di riconoscerla.
Diventerebbe soltanto uno stato normale.
E allora forse la felicità non consiste nell’arrivare a un luogo dove non manca più nulla.
Forse consiste nel saper vivere anche con qualcosa che manca.
Nel desiderare senza essere divorati dal desiderio.
Nel possedere senza essere posseduti.
Nel guardare ciò che abbiamo senza dimenticare ciò che siamo.
E forse, soprattutto, nel sapere che non tutto deve essere spiegato.
Ci sono cose che devono semplicemente essere vissute.»
Pietro sollevò il bicchiere.
Josef fece altrettanto.
Il barista li guardò sorridendo.
«Allora, signori, appuntamento a venerdì prossimo?»
Antonio annuì.
«Naturalmente.
Abbiamo ancora molto da desiderare.»
Per qualche istante nessuno aggiunse altro.
Gli avventori del Circolo degli Stravaganti, che fino a quel momento erano rimasti intorno ai tre amici ad ascoltare, cominciarono lentamente ad alzarsi.
Poi, uno alla volta, tornarono alle loro case.
Ognuno riprese la propria vita.
Ma forse nessuno tornò esattamente come era arrivato.
Qualcuno continuò a pensare alla felicità.
Qualcuno al desiderio.
Qualcuno all’IN.
Qualcuno, semplicemente, guardò il cielo.
Ma da qualche parte, nella mente di quegli uomini e di quelle donne che stavano tornando a casa, era già cominciata l’attesa del prossimo venerdì.
E forse la felicità era proprio lì.
Non nel possedere il venerdì.
Ma nel sapere che sarebbe tornato.
Immagine di copertina da Chat GPT
