La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini
«Orribile assassinio. – Un droghiere sgozzato. Questa mattina assai per tempo tutto il borgo San Donato era sossopra; la gente andava e veniva, curiosa, agitata, ed affluiva davanti la drogheria del signor Bertoglio di rimpetto alla chiesa. I capannelli si ingrossavano sempre più, e non si udiva altro che un intrecciarsi di domande e di esclamazioni: È proprio morto? Chi è stato?… La gola tagliata! Povero signor Giacinto! Per i denari? E sua moglie? Era solo in casa? Chi ha udito? E le guardie? E l’assassino? Povera signora! poveri ragazzi!
Era difficile raccappezzarci in quel cicaleccio dai mille tuoni, nervoso e scucito». Così La Stampa del 27 luglio 1895 dà notizia dell’efferata uccisione del signor Giacinto Bertoglio, di circa quarant’anni, esercente di una ben avviata drogheria in via San Donato 18.
La moglie di Bertoglio è una maestra municipale, benvoluta nel Borgo come il marito, che da alcuni giorni è in vacanza a Superga, con i tre figli. Il marito è rimasto solo a Torino nell’abitazione posta al primo piano sopra il negozio, col quale comunica per mezzo di una scala interna.
Verso le 2:00 del 27 luglio, un vicino di casa, Carlo Merlo, viene destato da grida acutissime di Bertoglio: Massme nen! Massme nen! (Non ammazzarmi! non ammazzarmi!).
Merlo si alza dal letto e chiama più volte Bertoglio, poi insospettito, informa del fatto una pattuglia di Guardie di P. S. che passa nella strada e che si sono avvicinati sentendo il rumore. Si scopre così nell’alloggio del droghiere Bertoglio, il suo cadavere, in camicia da notte, steso sul pavimento in una pozza di sangue, con la gola orribilmente squarciata e una profonda ferita al polso della mano destra. Interviene anche il delegato della Sezione San Donato, che arresta i componenti della famiglia Gola, che ha una macelleria al civico 20 con alloggio sovrastante: sono il padre Luigi, d’anni 51, la madre e i due figli, Enrico, d’anni 18, e Annibale, d’anni 16.
i sospetti più gravi si concentrano sul primogenito Enrico, che viene trovato ferito alla coscia, in piedi ed in istato d’agitazione. Enrico è definito dal cronista: “un giovane dedito al vizio e avido di piaceri”, il quale presto confessa di aver ucciso il vicino di casa Bertoglio, per procurarsi del denaro con cui comprare una bicicletta.
Viene processato il Corte d’Assise a Torino dal 26 al 28 novembre dello stesso anno. Perito d’accusa è il professor Cesare Lombroso che ricorderà questo caso nel suo studio “Il ciclismo nel delitto” («Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», vol. LXXXVI della raccolta, IV serie, vol. CLXX. Roma, 1900). Leggiamo:
penetra di notte nella casa di un vicino per derubarlo del danaro che gli occorreva per comprarsi un biciclo. Essendosi quegli svegliato, egli a colpi di coltello lo uccise con tanto impeto da ferire anche se stesso; poi rientrava nella casa propria, si lavava e cambiava d’abiti, e si univa alle guardie, ai vicini che attratti dalle grida della vittima, penetrarono nella sua casa, compassionando il morto “scannato, egli lor borbottava, come un vitello”. Le traccie però del sangue che esciva dalla propria ferita e si prolungavano fino alla porta di casa ed a quella dell’ucciso lo tradirono: e subito arrestato, confessò di aver premeditato il delitto, avendo affilata da due giorni l’arma micidiale, ed essendosi procurata con destrezza la chiave di casa dell’assassinato. Poco dopo simulò la pazzia, drappeggiandosi da Amleto, e declamando versi e rifiutando il cibo; ma io lo smascherai. Era un bel giovane, benché con sguardo sinistro, cranio voluminoso, 168 c.c., sensibilità tattile e dolorifica ottusa, campo visivo ristretto, qualche vertigine epilettiforme. Ma quello che più era importante è che poteva in lui notarsi una vera doppia personalità psichica.
Era infatti figlio di un beccaio [macellaio] e beccaio egli stesso, eppure uccidere un pollo, una vespa, gli faceva pena: fra gli amici, era il pacificatore universale, pareva tanto altruista che solo la lettura dell’episodio della peste dei Promessi Sposi lo faceva piangere e restare muto delle ore. Eppure non provò alcun rimorso per l’assassinio commesso. «Perché», diceva egli, «tutto era giustificato dal grande scopo di diventare il primo biciclista del mondo», dopoché vedeva difficile diventarne il primo tragico come aveva prima sognato. «Col biciclo avrebbe potuto fuggire dalla casa del padre che odiava e divenire ricco e famoso: cosa è in confronto a questo la vita di un uomo?».
Bisogna però notare: che la madre era isterica e pazza morale; uno zio paterno epilettico suicida, una cugina materna epilettica, e che egli ebbe turbe isteroepilettiche da giovanissimo, il che ne spiega la doppia personalità, l’altruismo eccessivo da un lato, e l’eccessivo egoismo dall’altro – doppia bilancia che traboccò nel delitto per causa della vanità morbosa acuita evidentemente dalla moda del biciclo.
Termina così la descrizione lombrosiana del giovane assassino Enrico Gola, il quale giustifica appieno l’affermazione di Lombroso che apre la descrizione di questo personaggio: “la passione per la bicicletta conduce fino al delitto di sangue”.
Con sentenza del 28 novembre 1896, Enrico Gola è condannato alla pena di anni venticinque, mesi due e giorni quindici di reclusione ed alla sorveglianza speciale della pubblica sicurezza per due anni.
Questa sentenza viene però cassata dalla Suprema Corte di Roma, la quale ritiene che questa pena sia illegale. Il 25 maggio 1896 Gola compare di nuovo alla Corte d’Assise di Torino, senza intervento di giurati, unicamente per la discussione e per l’applicazione della pena.
Viene condannato a 25 anni di reclusione, alla vigilanza speciale della pubblica sicurezza con una riduzione di due mesi. A quanto pare, Gola sconta tutta la pena.
Al gennaio del 1922 si torna a parlare di lui per un furto in una abitazione di corso Fiume: è definito disoccupato e senza fissa dimora. A novembre dello stesso anno è implicato nel furto di una costosa motocicletta. Nel 1924 viene arrestato per contravvenzione alla sorveglianza speciale della Pubblica Sicurezza. Nel 1925 è processato per furti di materiale tipografico alla ditta “Nebiolo” dove lavora all’ufficio commissioni e viene condannato a 4 anni e 3 mesi. Nel 1942 è arrestato per il furto di olio e di burro nella dispensa del ristorante Genio dove lavorava come cantiniere.
Nell’ottobre 1943 è sorpreso a rubare nel deposito della Amministrazione militare germanica dieci chili di zucchero.
L’ultima notizia che lo riguarda compare il 18 marzo 1947: si è asfissiato col gas nella sua abitazione di corso Vercelli 31 ed è stato ritrovato dai familiari che non lo vedevano da due giorni.
La vicenda del droghiere Bertoglio e del suo giovane assassino Enrico Gola non è soltanto un episodio di cronaca nera ottocentesca, ma un frammento emblematico della Torino di fine secolo, sospesa tra modernità e miseria, tra nuove mode e vecchie fragilità sociali. La bicicletta, simbolo di progresso e libertà, diventa in questa storia il pretesto di un delitto efferato, mentre la figura di Gola incarna la contraddizione di un’epoca: altruista e sensibile da un lato, egoista e violento dall’altro, segnato da un destino familiare e personale che lo condurrà a una vita di reati e marginalità.
La sua parabola, che si chiude nel 1947 con un suicidio solitario, restituisce l’immagine di un uomo incapace di emanciparsi dal proprio lato oscuro, e di una città che, dietro la facciata borghese, nascondeva drammi profondi e irrisolti.
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