Un uomo che aveva scelto di esserci
Ci sono morti che il tempo riesce a trasformare in memoria. E ce ne sono altre che il tempo, invece di chiudere, rende ancora più ingombranti. Quella di Luca Attanasio appartiene alla seconda categoria. Il 22 febbraio 2021 Luca moriva nella Repubblica Democratica del Congo insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo. Cinque anni dopo, la verità giudiziaria su quella morte rischia di essere archiviata insieme al fascicolo.
La Procura di Roma ha infatti chiesto l’archiviazione del secondo filone dell’inchiesta, quello aperto contro ignoti e concentrato anche sui sei cittadini congolesi condannati all’ergastolo dalla giustizia di Kinshasa.
Non perché sia stato dimostrato che quelle persone non c’entrassero nulla. Ma perché, secondo gli inquirenti italiani, non esistono elementi probatori sufficienti per sostenere le accuse secondo gli standard richiesti dal nostro ordinamento. È una differenza enorme. E proprio per questo dovrebbe inquietarci. Io Luca l’ho conosciuto in Repubblica Democratica del Congo. Non l’ho conosciuto attraverso una fotografia ufficiale, un comunicato della Farnesina o una commemorazione istituzionale. L’ho conosciuto lavorando in quella parte del mondo.
Ho conosciuto il Congo, i suoi uomini, le sue contraddizioni, la sua straordinaria umanità e anche quella zona grigia nella quale interessi economici, politica, sicurezza, criminalità e geopolitica spesso finiscono per incontrarsi. Luca in quel mondo ci stava dentro con una caratteristica che non era affatto scontata: credeva nel proprio lavoro.
Era un diplomatico, ma soprattutto era un uomo che aveva scelto di esserci. Di ascoltare. Di costruire rapporti. Di rappresentare l’Italia senza trasformare la diplomazia in una semplice liturgia di ricevimenti e fotografie. Per questo la sua morte mi ha colpito anche personalmente. Non soltanto perché è morto un ambasciatore italiano. Ma perché è morto un amico. E quando muore un amico, la parola “archiviazione” assume un peso diverso. Ma la storia di Luca non riguarda soltanto ciò che è accaduto il 22 febbraio 2021. Riguarda anche ciò che è accaduto prima.
Riguarda i segnali che non sono stati ascoltati, i rischi che non sono stati compresi fino in fondo, le responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggere un proprio uomo mandato a rappresentare l’Italia in uno Stato difficile, fragile e complicato come il Congo. Io stesso ho aiutato Luca a portare alla Farnesina l’attenzione sui rischi che si correvano lavorando onestamente in quel Paese. Non si trattava di paure astratte o di allarmi generici. Erano rischi concreti, legati a un contesto nel quale la sicurezza non può essere separata dagli interessi economici, dalle tensioni politiche, dalle milizie, dalla corruzione e dalle interferenze internazionali.
Luca conosceva quel contesto. Lo viveva ogni giorno. E proprio perché lo conosceva, cercava di segnalarlo.
Ma sembrava che Roma non si interessasse davvero alla sicurezza di noi che lavoravamo per l’Italia in quei luoghi. Come se la distanza geografica potesse diventare anche distanza politica. Come se bastasse nominare un rappresentante dello Stato per sentirsi sollevati dal dovere di seguirlo, ascoltarlo e proteggerlo.
Questa è una responsabilità che non può essere cancellata da un’archiviazione.
La Procura ha spiegato perché vuole chiudere il secondo filone: i sei congolesi inizialmente avrebbero confessato, ma davanti ai carabinieri del ROS hanno ritrattato sostenendo che quelle confessioni fossero state estorte con la forza. Senza la collaborazione delle autorità congolesi, gli investigatori italiani non hanno potuto verificare adeguatamente quelle dichiarazioni né sviluppare ulteriormente la pista.
C’è poi un altro elemento che non può essere liquidato con una scrollata di spalle.
Nel fascicolo sono finite anche piste emerse da inchieste giornalistiche e dalle indagini difensive della famiglia, compresa quella relativa a una miniera di pirocloro-niobio nell’area di Lueshe e a possibili interessi russi. Anche su questo fronte, però, la mancata collaborazione congolese avrebbe impedito ulteriori verifiche. E allora eccoci davanti al paradosso. Lo Stato italiano ha una magistratura che non può inventarsi le prove. Fa bene. Un processo non può essere costruito sulle suggestioni, sui sospetti o sulle ricostruzioni giornalistiche.
Ma proprio per questo la domanda politica diventa inevitabile: che cosa accade quando la giustizia di un Paese democratico si trova davanti al muro di gomma di un Paese nel quale gli strumenti investigativi non funzionano, le confessioni vengono ritrattate e la collaborazione giudiziaria praticamente si dissolve?
Accade che la verità giudiziaria rischia di diventare ostaggio della verità che non si riesce a dimostrare. E questa è la parte più amara della vicenda.bPerché in Congo sei uomini sono stati condannati all’ergastolo. In Italia, invece, non ci sono elementi sufficienti per attribuire loro responsabilità. Non è necessariamente una contraddizione giuridica. È però una gigantesca contraddizione investigativa. E il primo filone dell’inchiesta non ha avuto sorte migliore.
La Procura di Roma aveva chiesto il processo per due funzionari del Programma alimentare mondiale, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, accusati di omicidio colposo per avere organizzato la missione. Nel febbraio 2024 il GUP ha dichiarato il non luogo a procedere riconoscendo loro l’immunità diplomatica. Così, pezzo dopo pezzo, il sistema giudiziario si è trovato davanti a porte chiuse. Una porta aperta dall’immunità.
Una seconda dalla mancanza di collaborazione internazionale. Una terza dalla fragilità delle confessioni. E una quarta dall’impossibilità di trasformare alcune piste investigative in prove utilizzabili in giudizio. Ma prima ancora delle porte chiuse nei tribunali, ci sono state quelle che forse non sono mai state aperte negli uffici del governo.
La porta dell’ascolto.
La porta della prevenzione.
La porta della responsabilità.
Perché un governo non può limitarsi a mandare i propri rappresentanti nei luoghi più difficili del mondo e poi ricordarsi di loro soltanto quando muoiono. Non può chiedere coraggio, presenza e dedizione e offrire in cambio soltanto comunicati, cerimonie e parole di circostanza. Luca era un uomo dello Stato. Ma lo Stato, prima della sua morte, ha saputo essere davvero all’altezza del suo lavoro? Ha ascoltato i suoi allarmi? Ha valutato fino in fondo i rischi del contesto nel quale operava? Ha predisposto misure di sicurezza adeguate? Ha capito che lavorare con onestà in Congo poteva significare entrare in conflitto con interessi potenti e pericolosi?
Sono domande scomode. Ma sono domande necessarie. Perché la responsabilità politica non coincide con la responsabilità penale. Un ministro può non essere imputato e tuttavia avere il dovere di spiegare. Un’amministrazione può non avere commesso un reato e tuttavia avere sbagliato valutazione, sottovalutato un rischio, ignorato un segnale. E quando quel segnale riguarda la sicurezza di un uomo mandato all’estero per rappresentare l’Italia, non basta dire che nessuno poteva prevedere. A volte prevedere significa proprio ascoltare chi è sul posto. Alla fine resta il morto.
Luca.
E con lui Vittorio Iacovacci.
Resta la famiglia.
Restano le figlie di Luca, che stanno crescendo senza il loro padre.
E resta suo padre, Salvatore, con una caparbietà che merita rispetto e che dovrebbe mettere in imbarazzo chiunque abbia già deciso di voltare pagina. Un padre che non si dà per vinto. Che continua a cercare risposte. Che non accetta che la morte di suo figlio venga consegnata alla burocrazia di un fascicolo chiuso. La sua ostinazione non è soltanto dolore privato. È una forma di responsabilità civile. Perché quando le istituzioni arretrano, spesso sono le famiglie a tenere aperta la strada della verità. E resta una domanda che non appartiene soltanto ai magistrati.
Chi ha ucciso Luca Attanasio?
Non è una domanda morbosa. È una domanda dello Stato.
Perché Luca non era un turista che si era avventurato nel posto sbagliato. Era l’ambasciatore della Repubblica Italiana nella Repubblica Democratica del Congo. Era lì per rappresentare l’Italia.
E quando un rappresentante dello Stato viene assassinato durante una missione ufficiale, lo Stato dovrebbe sentire il bisogno di sapere non soltanto chi ha premuto il grilletto, ma chi ha organizzato, ordinato, favorito o reso possibile quell’agguato.
Dovrebbe anche chiedersi se abbia fatto tutto ciò che era necessario per evitare che quell’agguato potesse accadere. Qui sta il punto politico.
L’archiviazione richiesta dalla Procura non significa che la magistratura abbia deciso che non c’è un mistero. Significa che, allo stato degli atti, non ci sono prove sufficienti per trasformare quel mistero in un’accusa sostenibile davanti a un giudice. Ma una cosa è l’archiviazione giudiziaria. Un’altra è la rinuncia dello Stato alla ricerca della verità. E un’altra ancora è la rimozione delle responsabilità politiche e amministrative che hanno preceduto quella morte. Sono tre cose che non dovremmo mai confondere. Faccio fatica ad accettare che la storia finisca con un timbro su un fascicolo. E faccio fatica ad accettare che finisca anche senza una riflessione seria su come lo Stato abbia gestito la sicurezza di un proprio rappresentante.
Io Luca l’ho conosciuto in Repubblica Democratica del Congo. So quanto amasse quel Paese. So quanto credesse nel valore dei rapporti umani. E so che la sua idea di diplomazia non era quella dell’uomo chiuso dentro un ufficio a Kinshasa. Luca era uno di quelli che cercavano di capire l’Africa entrando nelle sue contraddizioni, non osservandola dalla distanza rassicurante di un continente visto attraverso i rapporti diplomatici. Forse è anche per questo che la sua morte continua a fare così male. Perché Luca non era soltanto un diplomatico caduto nell’adempimento del proprio dovere.
Era uno di noi. E io non vorrei che la sua storia finisse semplicemente con una formula burocratica: “non sono emersi elementi sufficienti”. Quella può essere la conclusione di un procedimento giudiziario. E non può essere la conclusione della responsabilità di un governo che avrebbe dovuto capire meglio il Paese nel quale Luca lavorava, ascoltare di più chi segnalava i rischi e proteggere meglio chi rappresentava l’Italia. Perché quando la verità giudiziaria si ferma davanti a un muro di silenzio, la politica, la diplomazia e le istituzioni dovrebbero almeno continuare a chiedersi che cosa ci sia dall’altra parte di quel muro. Dovrebbero chiedersi anche perché, prima di quel muro, nessuno abbia costruito una protezione abbastanza solida.
Per Luca.
Per Vittorio.
Per le loro famiglie.
E, soprattutto, per l’Italia.
Perché archiviare un fascicolo può essere necessario.
Archiviare una domanda, invece, sarebbe un errore imperdonabile.
Alberto Scafella
