Chi difende i delinquenti ne diventa complice morale
Diciamoci la verità: alcune persone scendono in piazza non per manifestare o discutere, ma per distruggere, incendiare e aggredire. Strade devastate, vetrine infrante, auto danneggiate e scontri con le forze dell’ordine trasformano i quartieri in teatri di guerriglia
urbana. Ancora più grave è vedere giovani, anche minorenni, scambiare la violenza per partecipazione politica.
Questi violenti non sono necessariamente ribelli o protagonisti di una nuova stagione politica: spesso hanno soltanto l’obiettivo di creare paura e caos. Ancora più grave è il comportamento di chi, invece di condannarli, minimizza i fatti e costruisce alibi.
La spiegazione più ricorrente è che si sia trattato di pochi infiltrati. Gli infiltrati possono esistere e le loro responsabilità devono essere accertate, ma usare questa parola per assolvere tutti gli altri è disonestà intellettuale.
Gli infiltrati non possono diventare il paravento dietro cui nascondere la volontà di chi scende in piazza con l’intenzione di spaccare, incendiare e aggredire.
Se un gruppo di violenti si infiltra in una manifestazione pacifica, va identificato e perseguito. Ma quando vengono lanciati oggetti contro gli agenti, distrutti beni e messi a rischio i cittadini, servono responsabilità individuali e condanne politiche senza ambiguità. Chi ha commesso reati deve risponderne, indipendentemente dalla propria appartenenza ideologica.
Chi giustifica consapevolmente aggressioni e devastazioni si assume una grave responsabilità morale e politica. Non difende lademocrazia: insegna che la legge vale soltanto per gli avversari e che i diritti possono essere difesi calpestando quelli altrui.
Il coinvolgimento di minorenni dovrebbe interrogare anzitutto gli adulti. La protesta e il dissenso, anche radicale, sono diritti, ma non trasformano la devastazione in un comportamento legittimo. La libertà comporta responsabilità: nessun ideale concede una licenza speciale per violare la legge.
Troppo spesso la condanna della violenza dipende dall’identità di chi la esercita. Se il responsabile appartiene al campo avversario, si invocano fermezza e legalità; se proviene
dalla propria area, compaiono attenuanti e spiegazioni. È una doppia morale che alimenta l’impunità culturale.
La legge deve essere uguale per tutti. Un agente aggredito non è meno vittima perché indossa una divisa, così come un commerciante danneggiato non merita meno solidarietà perché non condivide le idee dei manifestanti. Le forze dell’ordine devono essere tutelate nel rispetto della legge; i responsabili devono essere giudicati sulla base delle prove; i manifestanti pacifici devono poter esercitare i propri diritti senza essere confusi con chi cerca lo scontro.
Una città non è un bersaglio. Un’automobile non è un simbolo da incendiare. Una vetrina non è un nemico. Un agente di polizia non è un obiettivo sul quale scaricare la propria rabbia.
Chi vuole cambiare la società ha a disposizione parole, idee, associazioni, partiti, voto e diritto di manifestare. Può contestare una legge o opporsi democraticamente a un governo, ma non può pretendere che le proprie convinzioni giustifichino la violenza.
Chiamare inevitabile un’aggressione non è comprensione; negare la responsabilità di chi devasta non è analisi; trasformare un delinquente in un eroe non è solidarietà. È complicità morale mascherata da ideologia.
Il danno non riguarda soltanto le strade da ripulire o le vetrine da riparare: è anche culturale, perché alimenta l’idea che le regole possano essere sospese in nome di una causa superiore, lasciando cittadini impauriti, agenti feriti e giovani convinti che la violenza sia l’unico linguaggio capace di farsi ascoltare.
Che vergogna vedere le città devastate. Ma che vergogna, altrettanto grande, vedere chi dovrebbe educare al rispetto delle regole trasformarsi nell’avvocato difensore di chi le calpesta.
La libertà di manifestare è sacra. La pretesa di distruggere tutto in suo nome è soltanto prepotenza. Chi sceglie la devastazione non sta difendendo una causa: sta sostituendo la forza alle idee e il caos al confronto democratico.
Alberto Scafella
