Portare violenza e paura fin dentro una scuola elementare è intollerabile
Da Roma a Torino, incappucciati e lanci di oggetti (anche “mazzacani”) contro gli agenti e Nicola Porro sostiene giustamente che vanno manganellati e arrestati. Non ero a conoscenza che gli agenti di polizia non potessero usare i manganelli. l raid degli incappucciati nelle scuole di Torino è ingiustificabile. Anche se sei giovane, devi sapere che ci sono conseguenze. Questi pseudo studenti stanno distruggendo scuole, porte sfondate, estintori svuotati, aule e arredi danneggiati, scontri con le Forze dell’Ordine.
Un Carabiniere è rimasto ferito dal lancio di una pietra e un 17enne è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e denunciato per danneggiamento aggravato. Ma quanto accaduto alla primaria Ricardi di Netro supera ogni limite: una quarantina di giovani con il volto coperto da maschere e passamontagna, alcuni con spranghe, sono entrati nella scuola elementare, percorrendo i corridoi e devastando aule e spazi. Bambini e insegnanti, spaventati, sono stati costretti a fuggire.
Portare violenza e paura fin dentro una scuola elementare, coinvolgendo bambini che con tutto questo non hanno assolutamente nulla a che fare, è intollerabile.
In un mondo normale, io farei come in Francia: bisogna permettere alla polizia di fermarli e, se oppongono resistenza, di manganellarli. E poi ti sbatte in carcere. Perché anche a quell’età bisogna sapere che ad ogni azione corrisponde una reazione. E delle conseguenze. Qualcuno di questi manifestanti fa notare alla polizia che sta cercando di arginare questi violenti, che una persona sarebbe scoppiata in lacrime. “Avete fatto piangere una persona”. Ma poverina. Ora, sia chiaro: la polizia deve sempre intervenire nel rispetto della legge e con una forza proporzionata.
“Questo non è in discussione. Ma c’è qualcosa di irresistibilmente comico nella contraddizione tra l’immaginario barricadero di certi collettivi e la lamentela finale. Perché se scegli di andare a cercare lo scontro, magari con il volto coperto, non puoi poi stupirti che dall’altra parte ci siano agenti incaricati di mantenere l’ordine pubblico, che quindi usano idranti e perché no anche manganelli. Non funziona che tu possa giocare al rivoluzionario e pretendere che la polizia faccia da comparsa”.
Intanto i giornali si soffermano sulle dichiarazioni di Ilaria Salis che parla degli studenti come la miglior gioventù, che si comportano meglio dei parlamentari che votano per mandare armi all’Ucraina. Ma cosa volete che dica una come la Salis. Qualche altro commento fa la solita distinzione tra manifestanti pacifici e quelli violenti. “Chi sostiene le manifestazioni dovrebbe essere il primo a isolare chi le trasforma in un’occasione per aggredire e distruggere”.
E’ stancante sentire la solita becera distinzione. Una certa sinistra continua invece a coccolare la piazza quando il bersaglio è il governo Meloni, celebrando blocchi e proteste senza sentire il bisogno di fissare quel confine. Secondo gli investigatori, gli assalti sarebbero stati preordinati. Altro che protesta sfuggita di mano: se ci si organizza, ci si copre il volto, si portano le spranghe e si entra nelle scuole per distruggere, siamo davanti a violenza deliberata. Adesso servono nomi, responsabilità e conseguenze.
Tutti coloro che hanno partecipato devono essere identificati e chi ha provocato danni deve risponderne, anche economicamente. Perché pensare di poter mettere a ferro e fuoco una scuola nascondendosi dietro un passamontagna e poi tornarsene tranquillamente a casa non può diventare la normalità. A proposito, coprirsi il volto in un corteo è reato dal 1975 e dal 2019 costa da due a tre anni di arresto. Sulla carta. Ma questo è soltanto facoltativo. Basterebbe accerchiare il gruppo dei mascherati e prenderli tutti.
Chi entra in un corteo con la faccia coperta ne esce in manette. Le proposte di legge sono già depositate in Parlamento. Tuttavia, non possiamo sorvolare sui cosiddetti “cattivi maestri”, su chi ha la responsabilità morale delle violenze dell’odio dei manifestanti. Le responsabilità vanno ricercate nella leadership progressista, che va dagli intellettuali da salotto alla classe docente delle università, delle scuole superiori, le redazioni giornalistiche, il sindacato (Cgil), per finire ai parlamentari della sinistra, che non prendono mai le distanze in modo netto e incondizionato dalle frange più estreme e violente.
La leadership del PD sceglie di cavalcare il malcontento, strizzando l’occhio alle proteste e lasciando che la piazza venga strumentalizzata per fini elettorali. Da mesi assistiamo a una costante mobilitazione di piazza che, con la pretestuosa copertura dei diritti sociali, dello studio o dei diritti civili, finisce sistematicamente per trasformarsi in uno strumento di scontro politico e ideologico. E’ stancante ancora sentire parlare di protesta degli studenti. Pietre contro la polizia a Torino. Bombe carta contro il ministero dell’Istruzione a Roma. È una vera e propria guerriglia, smettiamola di chiamarla protesta.
La parola “studenti”, ieri, è stata usata come un passamontagna. A Torino tra i cosiddetti manifestanti, c’era uno con la fionda, un altro con le pietre in tasca. Ecco il paradosso. Sfilano contro le scuole che cadono a pezzi e le scuole le fanno a pezzi loro. Come si spiega? Con una parola: possesso. Per questi ragazzi la scuola non è un bene comune. È un territorio. L’occupazione, da cinquant’anni, è un atto di proprietà: si sbarrano i cancelli, si decide chi entra e chi resta fuori. “La scuola è nostra”, ripetono. Della roba propria si fa quello che si vuole. Solo che il conto lo pagano i Comuni e le Province, cioè le famiglie dei compagni rimasti fuori.
È la proprietà senza responsabilità. A Torino, in Corso Inghilterra, ci sono le foto. Un gruppo di professori si mette a braccetto in testa, dietro lo striscione “Assemblea Torino”, tra i ragazzi e gli agenti. Più tardi, dopo le pietre di piazza Castello, tornano a frapporsi. Scudi umani. Scrive Roberto Riccardi in un lungo post su Fb, “Cercavano il martirio. Bastava una sola foto: il professore con la testa rotta da un manganello, da far girare in tutta Europa entro sera. La polizia
non ha abboccato. Ha incassato le pietre e ha tenuto la linea. Il martire è rimasto con un palmo di naso. E con la cattedra”.
I professori si sono messi in mezzo, come se fosse una partita da arbitrare tra chi lancia una pietra e chi indossa una divisa. Cosa bisogna fare con questi professori? Bisogna capire. Scrive Riccardi, “Dal Sessantotto in poi la sinistra ha fatto della scuola la sua prima sezione di partito. Chi a sedici anni occupava il liceo, a sessanta siede in cattedra. Nel ragazzo col cappuccio non vede un teppista. Vede la propria giovinezza. È la psicologia del reduce: la propria leggenda non si processa. Si giustifica, si “contestualizza”. Il passamontagna diventa un dettaglio, la pietra un episodio isolato, l’agente un provocatore”.
Così il professore smette di essere un adulto davanti a un minorenne. Diventa un compagno più anziano. E un ragazzo che ha davanti soltanto compagni cresce senza mai incontrare un limite”. Gli organizzatori parlano di 400mila studenti in piazza. Lo sciopero della scuola convocato per lo stesso giorno, stando ai dati provvisori del ministero, si è fermato all’1,08 per cento. Novantanove su cento non hanno scioperato. È la vera maggioranza della scuola italiana. Quella rimasta fuori da ogni fotografia. A che cosa è servita, allora, questa giornata? Basta guardare le foto per capire che la scuola era il pretesto. Nei cortei sventolano bandiere palestinesi.
L’incappucciato con la fionda di piazza Castello ha la kefiah sul volto. Che c’entra Gaza con i controsoffitti che crollano? Niente. Ma la kefiah è diventata la divisa di una generazione senza una causa propria, che ne prende in prestito una lontana. Non occorre conoscere la storia del Medio Oriente: basta indossarla per sentirsi dalla parte giusta. Da Bruxelles la presidente del Consiglio ha chiesto alle opposizioni una parola chiara di condanna. La sinistra ha un problema antico con la violenza dei propri figli. La chiama rabbia, disagio, energia. Mai con il suo nome: delinquenza.
Quando prova a condannarla, ci aggiunge un “ma”. La senatrice del M5S Barbara Floridia condanna “ovviamente” le violenze, ma il governo non deve nascondersi dietro singoli casi. Il “ma” è la porta di servizio da cui la condanna esce appena entrata. Negli anni Settanta si diceva “compagni che sbagliano”. Cambiano le parole, resta la parentela. I ragazzi, intanto, la loro lezione l’hanno già imparata. Che il passamontagna protegge, che il professore copre, che la sinistra giustifica.
È l’unica materia in cui i cattivi maestri promuovono tutti.
