Se vi affidate ai frammenti di informazione che arrivano dai media tradizionali, la sensazione è quella di un caos indecifrabile: un giorno si parla di droni sulla Galilea, il giorno dopo di missili, e la mattina seguente ci si sveglia con la notizia bomba di un accordo di pace imminente.
Non è un problema di quantità di notizie, ma di qualità dell’informazione. Senza un quadro organico, non si capisce che la diplomazia segreta e la guerra aperta sono due facce della stessa medaglia. Tocca a noi, in fondo, rimettere insieme i pezzi e cercare di capire.
Nelle ultime ore, le cancellerie di tutto il mondo hanno trattenuto il respiro di fronte all’annuncio di un Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran, mediato da Qatar e Pakistan e pronto per essere firmato ufficialmente a Ginevra. Un accordo che prevede un cessate il fuoco su tutti i fronti, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz al commercio mondiale e lo sblocco di miliardi di asset iraniani. Ma qual è il vero retroscena? E come si collega questo nuovo capitolo con il disegno di Bibi Netanyahu?
Per mesi, l’opinione pubblica è stata nutrita con la retorica del diritto alla difesa e della necessità di estirpare il male. L’Architetto di questa narrazione, il Primo Ministro israeliano Netanyahu, ha calcato per anni i palchi internazionali mostrando mappe in bianco e nero: da un lato il Bianco, cioè il bene assoluto e la civiltà, dall’altro il Nero, l’asse del terrore. Il pretesto iniziale, nato dalla condanna immediata dei fatti di ottobre, doveva servire a un obiettivo dichiarato: distruggere Hamas.
La realtà organica che oggi emerge, però, ci dice che la vernice bianca di Bibi si è scrostata. Sotto quel bianco è rimasto solo il nero pece di un disastro umanitario scioccante e, soprattutto, di un fallimento strategico: Hamas è ancora lì. Per non ammettere il fallimento del suo master plan e per garantire la propria sopravvivenza politica, l’Architetto ha dovuto allargare programmaticamente il fronte, esportando il conflitto in Libano e cercando lo scontro diretto con l’Iran. La sua scommessa era semplice: trascinare gli Stati Uniti in una guerra infinita e totale in Medio Oriente.
Il Memorandum di Ginevra è la dimostrazione plastica che il gioco d’azzardo di Netanyahu ha superato la linea rossa, persino per i suoi storici alleati. La Casa Bianca si è resa conto che la strategia dell’allargamento perpetuo del fronte stava portando l’economia globale al collasso senza produrre alcuna reale stabilità. Mentre l’Architetto a Tel Aviv continuava a spingere sull’acceleratore della guerra, Washington e Teheran stavano in realtà parlando dietro le quinte. Il saggio della strada, ovvero la diplomazia asimmetrica che sa muoversi al ritmo della realtà e non dei dogmi, ha capito che l’unico modo per fermare l’incendio era disinnescare la miccia principale.
Ed è qui che l’intera regione mediorientale dovrebbe fermarsi a guardare e imparare dall’esperienza e dalla storia dell’Europa. I popoli europei, a distanza di decenni dalla prima e dalla seconda guerra mondiale, periodi in cui si ammazzavano, si uccidevano a vicenda e producevano solo distruzione reciproca, oggi si vedono uniti. Vivono in un mondo aperto, dove le persone e i beni possono circolare liberamente. Perché non si può fare una cosa simile anche là?
Perché non si applicano gli stessi identici principi che hanno regolato la rinascita europea, lasciando andare una volta per tutte ogni concetto di esclusività e di superiorità? La parità e la partecipazione devono diventare la base. È il momento di andare oltre i vecchi deliri nazionalisti, oltre il progetto del Grande Israele, per aprire un capitolo completamente nuovo: quello di un Grande Vicino Oriente, un Medio Oriente Pacifico, una terra di sviluppo e di pace per tutti i popoli che la abitano.
Oggi si apre questo bivio del tutto inedito e terribilmente fragile. Da un lato c’è un pezzo di carta a Ginevra che promette una via d’uscita basata sulla cooperazione; dall’altro c’è un Architetto arroccato che vede crollare il suo castello di carte e che farà di tutto per non mollare la presa. La partita a scacchi geopolitica non è affatto finita, anzi, entra nella sua fase più pericolosa. Quando un leader che ha basato tutto il suo potere sulla logica della guerra totale viene privato del suo pretesto principale, l’equilibrio salta definitivamente. Prepariamoci, perché nell’ultima condizione tra di noi ci saranno schianti.
Franco TRAD

