Eugenio Bravo: “La piazza luogo di tortura e di rischio della vita”
“La misura è colma. La piazza per i poliziotti non è più un luogo di lavoro né l’ambito in cui esercitare un servizio a tutela dei cittadini, ma è diventata un luogo di tortura dove subire violenze e sofferenze del tutto ingiustificate e ingiustificabili”.
A dichiararlo è Eugenio Bravo, Segretario Generale Provinciale del SIULP di Torino, tracciando un’analisi lucida e spietata sul progressivo e drammatico degrado della gestione dell’ordine pubblico nella nostra città.
“I poliziotti – insiste il Segretario – non sono bersagli mobili e non è più tollerabile un determinismo incomprensibile per cui debbano essere inevitabilmente destinati, per causa ed effetto a farsi male e solo il caso e la grande professionalità dei poliziotti a evitato il peggio. Gli agenti non possono continuare a fare da “bersagli mobili” contro cui lanciare bombe carta, pietre, spranghe e corpi contundenti mirati alla testa, mentre sono costretti ad attendere fermi e immobili ed in numero insufficiente che i violenti antagonisti di Askatasuna, ai quali oggi si sono affiancati anche i cosiddetti “Maranza” che dalle periferie del crimine si scatenano anche nelle piazze per devastare e attaccare le forze dell’ordine, arrivino tutti insieme a ridosso degli scudi dei poliziotti per prenderli a calci e bastonate, potendo reagire solo in casi estremi e quando il numero dei feriti si è già accumulato”.
Bravo ha poi sottolineato come su questo punto occorra chiarezza:
“I Dirigenti e i Funzionari di Pubblica Sicurezza responsabili dei servizi di ordine pubblico devono agire salvaguardando innanzitutto, e senza alcuna remora di fronte agli attacchi violenti, l’incolumità fisica dei propri uomini e delle proprie donne. Il servizio deve essere organizzato sì per contenere la violenza e gli antagonisti, ma anche e soprattutto con la prioritaria garanzia di tutela dell’incolumità dei lavoratori di polizia che non sono vittime sacrificali e devono essere messi in condizione di difendersi dalle aggressioni. Allo stesso tempo, per , questi stessi Dirigenti e gli operatori sul campo devono godere delle giuste e doverose tutele istituzionali. Non è ammissibile che, dopo aver respinto un attacco o sciolto una manifestazione violenta, il giorno successivo si scateni la gogna mediatica o la speculazione del politico di turno o del giornalista dell’occasione, pronti a contestare e processare la risposta delle forze dell’ordine. Di fronte alla violenza cieca non si pu rimanere fermi a subire”.
Eugenio Bravo ha evidenziato altresì come le norme, pur valide sulla carta, rimangano del tutto inapplicabili nella realtà operativa se prive di adeguate coperture finanziarie, strutturali e organizzative:
“L’illusione dello ‘Stato Minimo’ e la crisi del monopolio della forza è il nodo centrale: questo è il fallimento del modello neoliberista per cui, nel nome del ‘ce lo chiede l’Europa’, negli ultimi vent’anni sono stati tagliati in modo scellerato non solo gli organici delle Forze dell’Ordine e delle Procure della Repubblica, ma sono mancati anche gli investimenti necessari per il costante ammodernamento dei mezzi, delle strutture, delle dotazioni e degli strumenti di lavoro individuali di chi rischia la vita su strada”.
Tuttavia, occorre dire, persino la dottrina dello Stato minimo prevede un pilastro irrinunciabile: il monopolio della forza da parte dello Stato per garantire la sicurezza e la difesa dei cittadini:
“Oggi questo pilastro è messo gravemente a rischio. Lo Stato stenta a garantire la sicurezza nelle piazze, nelle strade e nelle periferie, e sembra aver ceduto il monopolio della forza alla violenza impunita di scalmanati, antagonisti, criminali e baby gang”
evidenzia ancora Eugenio Bravo che insiste sugli eccessi consentiti in nome di alibi forniti dalla sociologia:
“Quando ragazzini e giovani adulti scendono in piazza con bastoni e bombe carta, la sociologia ceda il passo all’emergenza sicurezza.”
Per poi produrre un’accorata esortazione:
“La politica deve svegliarsi e dare risposte concrete che vadano oltre la retorica e i tagli della spesa pubblica. Serve un piano straordinario di assunzioni, servono squadre operative dedicate agli arresti in piazza, strutture idonee di custodia per i fermati, ammodernamento dei mezzi, tutele istituzionali, protocolli operativi e strutture idonee che permettano di fermare e arrestare i violenti prima e durante i cortei, e serve la garanzia che chi aggredisce un poliziotto sconti la pena in carcere e con la giusta rieducazione. Se lo Stato rinuncia a difendere chi lo difende, abdica al suo ruolo fondamentale e consegna la società al caos”.
Ma non di meno, è necessario che la Questura di Torino, proprio in virtù dell’esigenza di disporre di organici più consistenti, accresca la propria rilevanza attraverso l’equiparazione, in termini di fascia, alle Questure delle città di Milano e Roma. Tale riconoscimento deve tradursi nell’assegnazione prioritaria di risorse umane, nell’istituzione di aliquote dedicate alla gestione degli arresti in piazza, nel potenziamento del Reparto Mobile e in una dotazione di mezzi ed equipaggiamenti di ultima generazione..
Serve infine che tutto il mondo della politica stia dalla parte della legalità, della sicurezza e delle forze dell’ordine, che rappresentano lo Stato e agiscono nel rispetto delle leggi: quelle stesse leggi che sono decise dalla politica, anche da quella politica che non sembra sempre schierarsi dalla parte giusta dell’ordine e della sicurezza.
