Articolo di Katia Bernacci, fotografia di Marino Olivieri ph
Tra le ombre e i colori, tra le pieghe dei metalli e delle pietre scolpite, le opere d’arte nascondono significati nascosti…
Nel corso dei secoli, pittori, scultori e architetti hanno disseminato le loro opere di simboli, allegorie e riferimenti occulti.
Non si tratta solo di decorazione, ma di veri e propri codici visivi, spesso legati a tradizioni esoteriche, religiose o filosofiche. È come se ci fosse una sorta di universo parallelo, dove le opere d’arte si manifestano in tutte le loro potenzialità, contribuendo a dare significato alla vita e anche al pensiero di coloro che ne sono attirati, chiaramente per un motivo.
È quello che sostiene Alessio Atzeni, docente di arte ed esperto di tradizioni esoteriche, nonché artista, nel suo libro “I segreti nascosti nelle opere d’arte”, edito dalla casa editrice Diarkos di Santarcangelo di Romagna. Davvero dobbiamo pensare che le opere dell’ingegno e dell’intuito contengano codici e scritti da decifrare, che corrispondono al significato stesso della vita e del mondo?
Questo presuppone, tra l’altro, che gli artisti siano privilegiati rispetto agli altri esseri umani, e che abbiano la possibilità di accedere a informazioni che ad altri sono negate, o forse percepiscono queste informazioni in modo innato, già alla nascita.
In ogni caso Atzeni sembra convinto che le informazioni celate possano essere comprese, anche grazie all’istinto. Giordano Bruno sosteneva: “Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”, forse quel giorno è ancora lontano nel tempo, ma la storia è disseminata di opere d’arte che, come briciole di pane nella fiaba di Pollicino, saranno in grado di fornire una chiave per svelare i segreti che l’uomo non conosce.
Qualche esempio? Nel cuore del Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, si cela una scritta che ha fatto tremare storici e appassionati d’arte: “Cerca Trova”. Due parole, dipinte su uno stendardo verde, che Giorgio Vasari inserì nel suo affresco della Battaglia di Marciano in Val di Chiana. Apparentemente insignificanti, hanno allo stesso tempo dato adito a pensare che nascondessero davvero qualcosa. Per alcuni, è solo un dettaglio, un motto bellico gridato dai ribelli, per altri, è un messaggio in codice, un invito a cercare ciò che è nascosto. E cosa potrebbe mai celarsi dietro quell’affresco se non il fantasma di un capolavoro perduto?
La Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, dipinta sessant’anni prima proprio su quella parete, e poi svanita nel nulla. Lo storico dell’arte Maurizio Seracini ha dedicato decenni a questa caccia. Con radar, termocamere e analisi chimiche, ha cercato tracce del genio leonardesco dietro la superficie vasariana. E proprio lì, dove campeggia la scritta “Cerca Trova”, ha trovato pigmenti compatibili con quelli usati da Leonardo. Ma il mistero resta, nessuna conferma, nessuna immagine, solo indizi. Vasari, uomo colto e devoto all’arte, avrebbe davvero osato coprire Leonardo senza lasciare traccia? O ha nascosto l’opera con rispetto, lasciando un segnale per chi avesse occhi per vedere?
Gli artisti del Rinascimento, influenzati dalla filosofia neoplatonica, dall’alchimia e dalla retorica umanista, spesso inserivano nelle loro opere messaggi nascosti, enigmi morali o simboli da decifrare. Giuseppe Arcimboldo (1526–1593) è noto per i suoi celebri ritratti composti da frutta, verdura, libri o animali che sono veri e propri enigmi visivi. Ogni elemento ha un significato simbolico e il volto cambia lettura a seconda dell’interpretazione. Hans Holbein il Giovane, nell’opera Gli Ambasciatori (1533), ha inserito l’anamorfosi del teschio in primo piano, visibile solo da un’angolazione precisa, anche questo caso si parla di una comunicazione multilivello, adatta a essere compresa solo dall’osservatore attento.
Molte domande le ha sollevate anche il Salvator Mundi, un dipinto a olio su tavola attribuito a Leonardo da Vinci, realizzato tra il 1505 e il 1515 circa. Raffigura Cristo frontalmente, con la mano destra alzata in segno di benedizione e la sinistra che regge un globo trasparente, simbolo del mondo. Questa iconografia è tradizionale e risale al Medioevo. Nota come “Cristo Pantocratore” o “Salvator Mundi”, ha lo scopo di rappresentare la divinità di Gesù come sovrano universale. Alcuni studiosi e osservatori hanno notato elementi che evocano l’immaginario magico o esoterico, come il globo di cristallo, che somiglia a una sfera magica, il misticismo nello sguardo, la posizione delle mani come un mudra, gesto simbolico usato nelle pratiche spirituali orientali. Leonardo era noto per il suo interesse verso l’alchimia, la geometria sacra e le scienze occulte, il che ha spinto alcuni a vedere nel dipinto un messaggio nascosto.
E quindi, potrebbe questo quadro rappresentare non il Cristo ma uno dei re magi, sacerdoti o astrologi, profondi conoscitori della magia dell’antica Persia o mesopotamici?
Il libro “Il segreto nascosto nelle opere d’arte” porta numerosi esempi e stupisce per la ricerca accurata e particolare dell’autore, che non si limita a elencare una serie di fatti che in questo modo risulterebbero asettici, ma li analizza, cercando risposte tramite la propria esperienza di vita, e mettendo in guardia il lettore: “il maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo”.
