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La grande mostra d’autunno ha fatto conoscere una modella e fotografa iconica, in tempo di pace e di guerra
Nel corso del suo decennale di attività, Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino ha dedicato a Lee Miller, figura complessa e poliedrica della fotografia del Novecento, la mostra d’autunno Lee Miller. Opere 1930-1955, a cura del direttore artistico Walter Guadagnini. Oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives, molte delle quali inedite, hanno proposto un itinerario a unire l’aspetto pubblico e quello privato della produzione fotografica di una iconica testimone visiva del Novecento.
Il percorso espositivo ha messo in luce l’intensità e la varietà della produzione di Lee Miller in un arco temporale che va dagli anni Trenta agli anni Cinquanta del Novecento, delineando una parabola professionale che attraversa con originalità l’arte, il giornalismo, la moda e la storia.

Lee Miller nasce il 23 aprile 1907, a Poughkeepsie, nello Stato di New York (U.S.A.). Approda a Parigi alla fine degli Anni Venti, decisa a diventare fotografa. La svolta per lei arriva con l’ingresso nello studio di Man Ray; lei ha 22 anni, lui la accoglie come assistente e le sarà al contempo maestro, collaboratore e figura centrale nella sua formazione, al tempo dell’avanguardia e del surrealismo. La storia d’amore fra i due è un naturale corollario fra due geniali artisti e due anime affini.
Celebre è il racconto che lei stessa fa del loro incontro, in un bar vicino allo studio di Man Ray, al quale si lei presenta dicendo “Buongiorno, mi chiamo Lee Miller e sono la sua nuova assistente”; alla risposta del maestro, che le ricorda di non avere alcuna assistente, lei replica “Beh, da adesso ne ha una”. In quel periodo realizza opere come “Impasse des Deux Anges”, “Exploding hand” e “Coiffure”, tutte presentate in mostra, fino a lavorare autonomamente nell’ambito della fotografia di moda e a recitare in un film di culto come “Le sang d’un poète” di Jean Cocteau.
In mezzo c’è l’attività come modella, fra Parigi e New York: in molti scatti è lei stessa a ritrarsi, a giocare con il corpo.
L’esperienza accanto al fotografo americano le consente di entrare in contatto con l’ambiente surrealista e stringere relazioni artistiche e intellettuali con nomi come Pablo Picasso, Max Ernst e Paul Éluard, e con artiste come Eileen Agar, Leonora Carrington e Dorothea Tanning.
Secondo una definizione di André Bréton, la bellezza surrealista è esplosiva, erotica e magica, e Lee Miller incarna questi concetti, nel suo corpo e nelle immagini che riprende.
In quegli anni la fotografa realizza alcune delle immagini più emblematiche della fotografia surrealista, fra il 1929 e il 1932, e contribuisce alla sperimentazione di tecniche nuove come la solarizzazione, sviluppata insieme a Man Ray. La mostra torinese ha restituito al pubblico anche questa fase pionieristica.
Quando la sua carriera sembra avviata in questa direzione tra arte, moda e cinema, Lee Miller abbandona tutto e torna negli Stati Uniti, dove rimane per tre anni, aprendo uno studio fotografico nel quale ritrae diverse personalità del cinema e della high society statunitense e rafforza la sua presenza nel campo della fotografia di moda, collaborando anzitutto con “Vogue”. Tutto questo non le basta ancora: incontra il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, se ne innamora, lo sposa e si sposta insieme a lui nel 1934 in Egitto: in questa parentesi africana realizza paesaggi fotografici enigmatici, capaci di unire visione onirica e documentazione del reale. Nelle sue visioni architettoniche, luce e ombra cadono sulle rovine e l’immaginario trasfigura la realtà, con una foto, grazie a una apparizione enigmatica.
Una nuova esperienza ci regala altre fotografie epocali (tra quelle in mostra, la più nota di tutte, che pare avere ispirato anche René Magritte, è “Portrait of space”); partecipa a una sorta di cellula surrealista egiziana, che lei metterà in contatto con amici europei e, dopo appena tre anni, sorge una nuova inquietudine. Lee Miller torna in Europa nel 1937, reincontra i suoi sodali surrealisti, tra cui le amiche Nusch Éluard, fotografata sorridente di fianco a un’automobile in un bellissimo ritratto, Ady Fidelin, nuova compagna di Man Ray, l’artista Dora Maar, compagna al tempo di Pablo Picasso, e conosce Roland Penrose, a sua volta artista e collezionista, che diventerà di lì a poco il suo secondo marito. Alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, si trasferisce con lui in Inghilterra, iniziando una nuova stagione di vita e di fotografia.
Il secondo conflitto mondiale segna uno snodo nella sua attività. Nel corso della guerra, la fotografa collabora produce servizi che vanno ben oltre la moda. Nei suoi reportage dalla Londra bombardata dai raid tedeschi emerge un’inedita commistione tra eleganza e dramma quotidiano. Nel periodo finale del conflitto il suo lavoro assume una portata storica: segue l’avanzata alleata, documenta la liberazione dei campi di concentramento e la caduta della Germania nazista. I suoi scatti mostrano ufficiali suicidi, città distrutte, rovine fumanti: immagini dure, che trovano spazio sulle pagine di Vogue e rimangono tra le testimonianze visive più forti del Novecento.
Visitando la mostra, ho trovato iconiche una statua fra le rovine di Francoforte e un pianoforte sotto le bombe a Londra. David E. Schernom la fotografa nuda nel bagno di Adolf Hitler, un atto di pulizia al termine di un conflitto atroce.
La mostra torinese ha incluso questa fase cruciale, evidenziando come la fotografia possa farsi documento, memoria e atto di denuncia. L’esperienza bellica lascia in lei un segno profondo.
Dopo la guerra, si ritira con il marito Roland Penrose nella campagna del Sussex. Abbandona progressivamente l’attività fotografica, ma continua a fotografare in ambito domestico e familiare; anche negli scatti privati si coglie l’ironia e l’intelligenza visiva che hanno caratterizzato il suo lavoro, a testimonianza di una personalità in dialogo con il proprio tempo.
Il susseguirsi delle immagini aiuta a comprendere i mutamenti dello sguardo dell’autrice, tra sperimentazione formale, racconto del presente e riflessione sulla condizione umana.
Ad accompagnare la mostra vi è stato il catalogo edito da Dario Cimorelli Editore.
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