L’alterità profondamente umana nell’ultimo libro di Massimo Centini
articolo di Katia Bernacci
Creature deformi, esseri soprannaturali, minacce nascoste ai confini del mondo conosciuto. Ci sono figure che da sempre popolano l’immaginario umano, assumendo forme diverse a seconda delle epoche e delle culture. Ma i mostri non sono soltanto protagonisti di leggende e racconti fantastici, rappresentano anche le paure, i timori, il pensiero delle società che li ha inventati. Il nuovo libro dell’antropologo torinese Massimo Centini scandaglia i timori umani attraverso la storia, passando per draghi, vampiri, uomini selvatici, streghe, zombie e altre figure inquietanti, e cercando la mappa del pensiero umano.
Anzitutto, la caratteristica principale per essere etichettato come “mostro” sembrerebbe essere l’alterità, qualcosa che non si conosce. Ma la comprensione di cosa sia davvero quello che chiamiamo “mostro” si rivela essere difficile, spesso sfuggente. Nella storia dell’umanità, il mostro non è soltanto una creatura terrificante o fantastica, ma rappresenta tutto ciò che appare fuori dall’ordine naturale, sociale o morale. Il termine stesso deriva dal latino monstrum, parola legata al verbo monere (ammonire, avvertire), e indicava originariamente un segno straordinario inviato dagli dèi, un prodigio capace di comunicare un messaggio o un presagio. Nella Eneide di Virgilio, il termine viene usato per descrivere fenomeni prodigiosi come nell’episodio di Polifemo o piante che sanguinano.
Nel corso dei secoli, il concetto di mostro si è trasformato: dalle creature mitologiche del mondo antico agli esseri deformi descritti nei bestiari medievali, dalle streghe e dai “diversi” perseguitati in età moderna fino ai mostri della letteratura, del cinema e della cultura contemporanea. Studiare la storia dei mostri significa quindi esplorare non soltanto l’immaginario fantastico, ma anche il modo in cui le società hanno definito la normalità e costruito l’alterità. Dietro ogni mostro, infatti, si nasconde sempre qualcosa di profondamente umano.
“In fondo il mostro ha il suo regno nell’inconscio e nello spazio onirico, in cui trova la sua dimensione più idonea per parlarci delle nostre paure ancestrali, ma anche per allegorizzare istanza mai risolte tra i disagi della quotidianità”, scrive Centini, aprendo la sua ricerca anche alle profondità della mente umana e ampliandola poi al mondo moderno, sostenendo che si segnala un atteggiamento demonizzante che ha molto in comune con quello della parapsicologia e nei confronti degli UFO. Gli studiosi seri non sono invasati, sostiene l’autore, ma hanno spesso solide preparazioni accademiche e sono i maggiori oppositori per chi vede mostri o alieni ovunque.
Nel testo si parla anche di storie curiose, come quella dell’orco. Nella tradizione latina, Orcus era una divinità infera associata al mondo dei morti e alla punizione delle anime colpevoli. Il suo nome finì per designare anche gli Inferi stessi. In seguito, nella traduzione medievale e volgare, orcus diede origine all’italiano orco, che però assunse caratteristiche molto diverse: divenne il mostro antropofago delle fiabe e delle leggende popolari, ma solo a partire dall’età medievale.
In Platone, il termine orco compare soprattutto in riferimento al mondo ultraterreno. Nel mito escatologico del Gorgia e soprattutto nel mito di Er della Repubblica, le anime vengono giudicate dopo la morte e inviate a premi o punizioni. L’oltretomba non è descritto come un luogo abitato da mostri, ma come uno spazio di giustizia dove le colpe umane ricevono una retribuzione.
Non mancano anche casi più moderni, come il capitolo dedicato ai “bambini selvaggi”, argomento che ha fatto molto discutere inizialmente tra Settecento e Ottocento, quanto il dibattito iniziò a prendere in esame i confini con l’alterità, con la natura, con l’umanità; e poi ancora alla fine del XX secolo. Il caso forse più celebre di questo periodo è quello di Genie (pseudonimo di Susan Wiley), trovata in California il 4 novembre 1970 all’età di tredici anni. Aveva vissuto per oltre un decennio in condizioni di estremo isolamento sociale, senza esposizione normale al linguaggio e con contatti umani quasi inesistenti. Il suo caso ebbe un’enorme risonanza scientifica perché psicologi e linguisti lo considerarono un’opportunità unica per studiare l’acquisizione del linguaggio e verificare la cosiddetta ipotesi del periodo critico, cioè l’idea che esista una finestra temporale entro la quale gli esseri umani possono apprendere una lingua in modo naturale. Nonostante i progressi cognitivi e sociali ottenuti dopo il ritrovamento, Genie non riuscì mai a sviluppare pienamente una competenza linguistica normale.
Dal punto di vista storico-culturale, casi come quello di Genie sono particolarmente interessanti perché mostrano come il concetto di “bambino selvatico” si sia trasformato. Se tra XVII e XIX secolo i bambini selvatici erano spesso considerati figure liminali tra umano e animale, nel Novecento essi divennero soprattutto oggetto di studio per le scienze umane, la psicologia e la linguistica. Il “mostro” non era più il bambino stesso, ma le condizioni di esclusione sociale che ne avevano alterato lo sviluppo.
Tra i casi più inquietanti affrontati dall’autore compare anche quello di Clairvius Narcisse, il contadino haitiano dichiarato morto e ricomparso quasi vent’anni dopo, divenuto il simbolo per eccellenza dello zombi caraibico. La sua storia mostra come il mostruoso non abiti soltanto l’immaginazione o il mito, ma possa emergere anche dall’incontro tra credenze religiose, pratiche culturali e interpretazioni scientifiche.
In breve, Clairvius Narcisse è probabilmente il caso più celebre legato alla tradizione haitiana dei revenants. Era un contadino di Haiti che venne dichiarato morto nel 1962 e sepolto, ma che ricomparve nel 1980, venendo riconosciuto dai familiari e dagli abitanti del villaggio. Secondo il suo racconto, era rimasto cosciente ma paralizzato durante la dichiarazione di morte e la sepoltura, per poi essere dissotterrato e costretto a lavorare come schiavo in una piantagione.
La sua vicenda attirò l’attenzione di antropologi, medici e studiosi delle religioni afro-caraibiche. L’etnobotanico Wade Davis ipotizzò che Narcisse fosse stato sottoposto a una sostanza contenente tetrodotossina, una neurotossina capace di indurre uno stato simile alla morte apparente, seguita dall’uso di altre droghe allucinogene. Questa interpretazione, tuttavia, è stata ampiamente discussa e non ha trovato un consenso definitivo nella comunità scientifica.
Tra cronaca e leggenda, tra testimonianze e invenzioni letterarie, Massimo Centini costruisce un ponte ideale con il passato, conducendo il lettore lungo un percorso che intreccia i racconti ascoltati da bambini con la letteratura, la storia, il mito.
“I mostri nella storia. Creature impossibili tra mito e scienza”, Diarkos edizioni 2026, è uno di quei libri da assaporare nei momenti di quiete, magari sprofondati in un comodo divano, lasciando che le sue pagine risveglino ricordi, suggestioni e immaginari che sembravano dimenticati. Un viaggio che invita il lettore a riscoprire le paure, le meraviglie e le creature che hanno popolato l’infanzia e, insieme, le grandi narrazioni dell’umanità.
