Nessun elettore è proprietà privata di un partito
In Italia la politica ha trovato un modo singolare per affrontare le sconfitte: invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, insulta chi
vota diversamente. La tesi è semplice: quando un partito perde il consenso, definire gli elettori ignoranti, manipolati o persino “feccia” è un modo per evitare di capire perché lo abbia perso.
Un tempo i partiti cercavano di convincere gli italiani. Oggi, sempre più spesso, preferiscono giudicarli: se votano dalla parte giusta, sono cittadini consapevoli; se scelgono l’altra, diventano manipolati, populisti, retrogradi o persino “feccia”.
Il principio è semplice: l’elettore è intelligente quando vota noi e diventa scemo quando vota gli altri.
La politica italiana sembra così trasformarsi in una gara nazionale dell’insulto. In entrambi i casi, il cittadino non viene considerato una persona capace di scegliere, ma ridotto a un’etichetta.
Le recenti dichiarazioni di Stefano Bonaccini sugli elettori di destra appartengono a questa logica. Quando milioni di italiani votano Fratelli d’Italia, Lega o Forza Italia, è più comodo considerarli incapaci di capire che chiedersi perché la sinistra non sia più riuscita a convincerli.
Forse, però, il riferimento era agli operai che per decenni hanno votato a sinistra e oggi sostengono la destra. È qui il vero cortocircuito: l’operaio viene celebrato finché resta nello schieramento tradizionale; quando lo abbandona, diventa improvvisamente manipolato o incapace di comprendere i propri interessi.
La sinistra lo chiama “popolo” finché la sostiene. Quando perde quel consenso, rischia di trattarlo come qualcuno da correggere o rieducare.
Lo stesso meccanismo vale per ogni categoria sociale. Il professionista che vota a destra è consapevole; se sostiene l’altra parte, diventa un problema. Il cittadino che modifica il proprio voto non viene riconosciuto come libero, ma come qualcuno da spiegare o rieducare.
Questa logica produce una democrazia a intermittenza: il voto viene rispettato soltanto quando conferma le proprie convinzioni. Il programma politico, in fondo, potrebbe ridursi a una frase: “Noi siamo quelli intelligenti. Gli altri sono gli idioti.”
Ma gli italiani continuano a votare e, qualche volta, scelgono proprio chi li considera incapaci o li definisce “feccia”. La politica dovrebbe allora porsi una domanda elementare e scomoda: se il Paese è davvero così stupido, perché continua a non votare come diciamo noi?
La democrazia non è un esame universitario e la scheda elettorale non contiene una casella per il quoziente intellettivo. Un operaio può votare a destra e un professore universitario a sinistra, oppure il contrario. Nessuno deve chiedere il permesso al partito sostenuto in passato.
Il problema di parole come “ignoranti” o “feccia” non riguarda soltanto la loro aggressività. Dietro ogni scelta diversa dalla propria si presume un difetto personale: il dissenso viene trasformato in una patologia e il voto avverso in una colpa.
Criticare idee, programmi, dirigenti e comportamenti è legittimo e necessario. Trasformare invece gli elettori in una categoria umana inferiore significa sottrarsi al confronto, ignorare le ragioni del consenso ottenuto dagli avversari e attribuire ogni sconfitta all’inadeguatezza di chi vota.
Se un partito perde il sostegno di ampie parti del mondo del lavoro e, invece di chiedersi perché, sostiene che quei lavoratori siano diventati incapaci, forse il problema non è il loro giudizio. Forse è l’incapacità di ascoltarli.
Nessun elettore è proprietà privata di un partito. Non esistono un voto ereditario, una fedeltà obbligatoria o un certificato di appartenenza politica. Per questo la politica dovrebbe fare una cosa ormai quasi rivoluzionaria: prendere sul serio chi vota diversamente, anche quando ritiene che sbagli.
Capire le ragioni di una scelta non significa approvarla. Significa riconoscere che il cittadino è libero, responsabile e capace di valutare. Un partito che non prova a comprendere le ragioni del dissenso rischia di restare prigioniero della propria superiorità mentre gli altri continuano, molto democraticamente, a votargli contro.
Forse non sono gli italiani a essere diventati stupidi. Forse è semplicemente finita la loro pazienza.
Alla fine, il problema non sono gli elettori, ma le etichette con cui la politica cerca di liberarsi dalla fatica di comprenderli.
