Un’ipotesi di lavoro per uscire dalla retorica europeista
I lettori avranno notato da tempo la nostra pochissima simpatia per l’Unione Europea, un’istituzione debole e decadente, ipertrofica nei suoi organismi e nella sua burocrazia, molto permeabile agli interessi economici e finanziari dei grandi signori del mondo, e oggi per di più sovreccitata da un’ideologia bellica senza senso e rifiutata dai suoi stessi popoli.
Prevediamo l’obiezione dei suoi difensori: non c’è alternativa, dal momento che le singole nazioni dell’UE, nella loro limitatezza, non sono in grado di fronteggiare le sfide globali di un mondo dominato dai grandi numeri. Tralasciamo le altre solite argomentazioni: l’Unione ci ha dato decenni di pace, difende i nostri grandi valori liberal-democratici, ha creato benessere per tutti, è un baluardo contro ogni tentazione autoritaria, e così via. Tutte belle cose, ma su cui si potrebbe anche discutere.
L’idea che questa Europa sia da riformare profondamente è ormai condivisa, oltre che dai suoi popoli, anche da moltissimi esponenti della politica e dell’economia che non ne fanno mistero nelle loro esternazioni. Ma la domanda che dobbiamo porci è: si può realmente costruire una nuova Europa? Oppure: questa Europa poteva essere costruita diversamente sin dalla sua nascita alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso?
Lasciamo da parte alcune azzardate narrazioni secondo cui essa fu pensata e voluta da un’élite occulta di illuminati che, da sempre, perseguivano uno strumento politico di dominio continentale, e atteniamoci a un’ipotesi teorica, ma non troppo astratta, elaborata da chi ha le competenze giuridico-economiche, ma anche la capacità di visione, per formulare un disegno razionale e alternativo di Europa.
Nel 1999 due economisti svizzeri, Bruno Frey e Reiner Eichenberger, il primo docente di Politica economica all’Università di Basilea, il secondo ordinario di Teoria finanziaria e Politica economica all’Università di Friburgo, hanno proposto una singolare ipotesi chiamata GFSC, acronimo che sta per Giurisdizioni Funzionali Sovrapposte in Concorrenza (The new democratic federalism for Europe – Functional, overlapping and competing jurisdiction. Amsterdam, 1999).
Il nucleo di questa proposta consiste nella possibilità per i paesi europei di uscire dalla gabbia politico-burocratica dell’Unione e concludere fra di loro una serie di trattati in quelle aree in cui essi hanno già funzionato bene e in quelle altre che si presume possano funzionare altrettanto bene. Le nazioni che non troveranno attraenti questi nuovi trattati semplicemente non li sottoscriveranno; il risultato sarà una rete di trattati sovrapposti fra paesi la cui adesione sarà del tutto volontaria. Questi trattati non si baseranno su un’idea vaga di Europa, né su di una pesante struttura politico-amministrativa come quella attuale, ma piuttosto sull’efficienza funzionale.
Una nuova cooperazione europea potrebbe, cioè, costituirsi secondo queste linee, anche perché l’UE in parte è già organizzata secondo unità funzionali. Secondo Frey e Eichenberger, per esemplificare, è estremamente probabile che gli attuali membri dell’UE parteciperanno a una zona di libero scambio, dato che essa negli anni si è dimostrata molto produttiva; anche l’attuale deficit democratico europeo personificato dalla Commissione verrebbe contrastato e l’apparato burocratico di Bruxelles, la cui crescita non conosce limiti, sarebbe sostituito da istituzioni più flessibili.
L’essenza dell’Europa è la diversità e la varietà, piuttosto che lo statalismo e la burocrazia, e una riforma come quella ipotizzata dai due economisti esalterebbe le prime due peculiarità in quanto permetterebbe a ogni singolo paese di aderire al sistema secondo le proprie caratteristiche e aspirazioni, e permetterebbe anche di aprirlo a paesi europei che lo desiderassero. Ciò consentirebbe di sfumare le distinzioni e le diversità politico-economico-sociali fra le nazioni: ad esempio la Turchia, da tempo in attesa di inclusione europea, potrebbe essere parte dell’UE per certi aspetti e non per certi altri, una possibilità che peraltro rifletterebbe esattamente la realtà attuale.
Chi si riconosce nell’idea liberale – un’idea che rifugge da ogni schematismo, da ogni astrattezza, da ogni omologazione, da ogni costrizione e anche da ogni estensione di poteri pubblici già esistenti – non può non essere interessato a una prospettiva come quella proposta da Frey e Eichenberger, soprattutto oggi che l’Unione Europea sembra affetta da una bulimia di potere che la porta a un continuo allargamento delle sue competenze, oltre a quelle già esistenti, anche ad ambiti assai discutibili sotto il profilo giuridico disegnato dai Trattati costitutivi, come la politica estera e quella militare.
Ma il lavoro dei due economisti dimostra pure che è realmente possibile pensare a un’”altra Europa” in termini concreti e operativi, ben lontani dalle vaghe aspirazioni e dalle altrettanto vaghe affermazioni dei politici.
E ancora, concludendo, si può addirittura dimostrare che esiste qualcos’altro al di là della retorica di un’Europa vista come il migliore dei mondi possibili.
© 2025 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF