Anche quest’anno viene ricordato l’ anniversario della morte dello statista
Il 9 marzo del 1978 fu ritrovato a Roma, il corpo di Aldo Moro, barbaramente giustiziato dalla Brigate Rosse. L’efferato delitto anche quest’anno viene ricordato, con la deposizione di una corona in via Caetani, sotto la lapide dell’on. Aldo Moro in occasione del 47° anniversario dell’uccisione dello statista.
Il ricordo di Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo prosegue nell’Aula di Montecitorio con la cerimonia di celebrazione del “Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo“, alla presenza del Capo dello Stato, con ripresa televisiva diretta. Il 4 maggio 2007, com’è noto, il Parlamento ha votato e approvato una legge con la quale si istituisce il 9 maggio il “Giorno della memoria”
Dal giorno della sua morte in Italia è successo di tutto ed il quadro politico è totalmente mutato, da apparire irriconoscibile, soprattutto nei riferimenti. Quanti giovani hanno potuto conoscere, almeno il contesto politico in cui Moro ha operato?
Con tale premesse e riascoltando qualche evento celebrativo, già in corso o annunciato, ci poniamo una domanda che non vuole apparire retorica.” Moro, fu vera gloria”
È doveroso ricordare Aldo Moro, giustiziato dalle Brigate Rosse, con il rispetto che si deve a una persona che pagò con la vita la propria testimonianza. Quale presidente dell’allora potente Democrazia Cristiana e candidato in pectore alla Presidenza della Repubblica, era in quel momento uno dei riferimenti più significativi del Paese, dopo aver dominato gran parte della vita politica italiana dal 1948 al 1978.
Aldo Moro, rapito dalle brigate Rosse a Roma, nei pressi della sua abitazione il 16 marzo 1978, fu ritrovato cadavere il 9 maggio dello stesso anno su un’auto parcheggiata nel centro di Roma, a metà strada dalla sede del Partito Comunista italiano e da quella della Democrazia Cristiana.
Per i killers c’è la condanna all’ergastolo, mentre la vera questione, quella dei mandanti, è tutt’ora priva di risposte. Anche nelle notizie pubblicate nei giorni scorsi in occasione della morte di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, questi particolari e conseguenti interrogativi, sono riemersi.
Nel corso della prigionia del presidente Moro, avvennero episodi e circostanze di grande importanza, che forse potrebbero, se in futuro portati alla luce, contribuire a spiegarci chi ha armato e coperto i killers e quale aspetto della sua politica si intendeva colpire.
Il partito dello Stato e della fermezza, dopo il 16 marzo del 1978 si è fronteggiato ogni giorno con il partito della trattativa impossibile con i suoi carcerieri, con veti esterni invalicabili. Ma, tra le maglie di tutto ciò emergono fatti inquietanti.
Dalla ricerca, da parte degli investigatori del covo nel quale Moro era effettivamente segregato, interrotta per ordini superiori a pochi metri dal luogo che avrebbe potuto porre fine alla segregazione con la sua liberazione, alla seduta spiritica cui partecipò tra l’altro anche Romano Prodi, il cui esito non fu correttamente interpretato, oltre ad altre avvisaglie discutibilmente trascurate.
La fantapolitica indica i mandanti in modo compiacente ed alternativo tra quelli che allora erano i due poli del mondo.
L’atlantismo e gli Stati Uniti da un lato, asserendo la tesi che considerava la strategia Morotea, foriera di aprire le porte del governo al PCI.
L’Urss e i Comunisti filosovietici che non gradivano la svolta politica morotea che avrebbe dovuto siglare con Enrico Berlinguer, le premesse per il compromesso storico, socialdemocratizzando il partito Comunista italiano, dall’altro.
Sino alla pista libica emersa nuovamente dalla recente lettura di carte segregate.
Moro in effetti è un maestro di pedagogia politica e nella DC diviene una” figura pastorale”, come lo definì Gianni Baget Bozzo.
Portatore di grandi intuizioni, ma quando bisogna passare all’attuazione, Moro è debole. Persegue la governabilità dello stato democratico, ma non brilla né come Guardasigilli, né come Ministro della Pubblica Istruzione, tantomeno come Presidente del Consiglio. Nell’azione temporeggia e rinvia. Lo chiamano il dottor Divago, un professore e un mediatore.
Piovono gli aneddoti, tutti per evidenziare gli stessi aspetti. Parlando con il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Paolo VI° che lo conosceva dai tempi della Fuci disse “Il cogito c’è, Non c’è l’azione”.
La stessa storia della Democrazia cristiana attesta che era troppo incline ai rinvii e troppo sordo ai problemi dell’economia e dell’Italia che produce.
Anche il segretario del Partito Socialista italiano, Pietro Nenni, nel suo diario scrisse che Moro non è mai, Si o No. Analogo riscontro si ebbe nei suoi rapporti con la comunità Europea ove con i suoi ragionamenti contorti e interminabili, mandava in crisi le interpreti parlamentari e i politici d’oltralpe abituati al pragmatismo ed alla chiarezza.
Notissime le reazioni di Henry Kissinger che ha sempre sostenuto di annoiarsi al suo cospetto e non capire i lunghi monologhi del nostro statista.
Le lodi sono infine date a Moro in considerazione all’appello alla solidarietà ed al dialogo. “Che cosa avverrebbe se questo Paese dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova da un’opposizione condotta sino in fondo”? Nelle critiche a Moro non si deve infatti dimenticare quest’interrogativo che torna oggi di viva attualità.
Così, dalla testimonianza di Giovanni Spadolini emerge come con la sua fine tragica e repentina, “entrò in crisi la politica dell’emergenza che Moro aveva testimoniato con la vita”. L’equilibrio difficile tra pluralismo e unità d’intenti.
È giunto il momento che la retorica del ricordo lasci il passo all’analisi approfondita del suo pensiero, ed ai fatti e circostanze che avrebbero potuto influire sulla sua uscita di scena. Altri aspetti potrebbero aprire un varco sulle motivazioni del barbaro assassinio.
Al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, nel 1974, dopo il golpe cileno, trapelò, anche nell’ambito della sua famiglia, la voce delle paure paventate da parte di Aldo Moro. Si narra perfino che in quell’occasione Moro disertò, adducendo motivi di salute, la conferenza Stampa di chiusura, in quanto molto turbato.
Altri invece sostengono che, non conoscendo l’inglese, sarebbe stato pressoché impossibile che fosse riuscito, da solo, a prendere impegni rilevanti o subire avvertimenti.
Ma in quei giorni a Washington si trovava anche Licio Gelli, allora potente dignitario Massonico, oltre che capo indiscusso della P2.
Tra i misteri torna così la pista massonica, con tutti i cunicoli delle Obbedienze, depositaria di tanti segreti ed ispiratrice di ben altri complotti, venuti alla luce nei decenni successivi, per la maggior parte invero di natura corruttiva od estorsiva.
L’altro aspetto in quietante riguarda il ruolo delle Brigate Rosse. Dopo aver fatto il “lavoro sporco” si sono avviate sulla scia della dissoluzione; attenuazione delle azioni criminose, covi scoperti e brigatisti arrestati.
Dopo anni di galera, ripensamenti e assoluzioni, molti brigatisti, assassini irriducibili o pentiti, sono sempre stati assistiti da sodalizi o istituzioni gravitanti nell’orbita del vecchio PCI, con il ritorno alle origini (i compagni che sbagliano!).
Si tratta di una casualità? Ci pare proprio di no.
Alcuni dei protagonisti di allora, ancora in vita, in Italia ed oltre oceano, continuano a tacere. Purtroppo.
E lasciassero almeno parlare le carte! Nei prossimi giorni dovrebbero essere pubblicati gli atti giudiziari dei processi, con documenti e interrogatori.
Ritorniamo a proporre al lettore la Vexata quaestio. Cos’è rimasto oggi dell’ispirazione politica di Moro?
Ai posteri!
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