Sgarbi. Calunniato, processato, assolto, malato e dimenticato.
La vicenda Sgarbi pone una questione che va oltre Vittorio Sgarbi e riguarda il modo stesso di fare giornalismo d’inchiesta.
Report e Sigfrido Ranucci hanno sollevato interrogativi pesanti sulla provenienza del quadro di Rutilio Manetti, era loro diritto farlo, ma un’inchiesta giornalistica non è un processo e un sospetto non è una colpevolezza.
Il problema nasce quando il sospetto, attraverso immagini, ricostruzioni, testimonianze e ripetizioni, finisce per assumere nell’opinione pubblica il peso di una sentenza, perché seminare dubbi non è un atto neutrale: quando si parla a milioni di persone, il dubbio può diventare una condanna.
Nel frattempo Sgarbi si dimise da sottosegretario nel febbraio 2024, in una vicenda nella quale ebbero un ruolo decisivo le questioni relative all’incompatibilità e alle sue attività extra-istituzionali, sul caso del dipinto, invece, la vicenda giudiziaria ha seguito il proprio percorso: le contestazioni iniziali sono state in parte archiviate e, nel febbraio 2026, Sgarbi è stato assolto anche dall’accusa residua di riciclaggio.
Questo non rende automaticamente “sbagliata” l’inchiesta di Report, ma certamente impone una domanda: quanto spazio viene dato all’accusa e quanto alla smentita dei fatti quando l’accusa non trova conferma in tribunale?
Perché il processo mediatico ha una caratteristica che quello giudiziario non possiede: non ha bisogno di una sentenza definitiva per produrre conseguenze, una reputazione può essere compromessa in una sera, un’assoluzione, invece, difficilmente occupa lo stesso spazio, suscita la stessa attenzione, lascia la stessa traccia.
Non è necessario stabilire che Report abbia causato le successive difficoltà personali di Sgarbi, sarebbe una conclusione che i fatti non consentono di dimostrare, ma è legittimo interrogarsi sul prezzo umano e pubblico di una lunga esposizione al sospetto.
Il giornalismo d’inchiesta è indispensabile, proprio per questo deve essere sottoposto alla stessa domanda che pone agli altri: dove finiscono i fatti e dove comincia la narrazione?
Perché indagare è un dovere del giornalista, condannare, invece, spetta ai giudici, e quando i giudici assolvono, anche il giornalismo dovrebbe avere il coraggio di tornare sui propri passi e chiedersi non soltanto che cosa aveva denunciato, ma anche che cosa, alla fine, è stato davvero dimostrato.
