Cento sere in piazza non sono un incidente di percorso, non sono una parentesi folkloristica della politica balcanica, e soprattutto non possono essere liquidate come il rumore di una minoranza rumorosa.
A Tirana, da oltre cento giorni, cittadini albanesi tornano in strada. All’inizio c’era un progetto turistico sulla costa, contestato per il suo impatto ambientale e per le conseguenze sull’accesso pubblico al litorale. Poi la protesta ha cambiato natura: dal singolo progetto è diventata una contestazione più ampia del governo di Edi Rama.
È questo il punto che il potere dovrebbe capire.
Quando una protesta dura una sera, la si può archiviare come una manifestazione, quando dura una settimana, si può ancora aspettare che si esaurisca, quando supera i cento giorni, il problema non è più soltanto chi protesta.
Il problema è perché il conflitto non riesca a trovare una risposta politica.
Rama sostiene che l’investimento rappresenti modernizzazione e sviluppo, i manifestanti sostengono invece che dietro la retorica dello sviluppo ci siano interessi capaci di comprimere ambiente, territorio e accesso pubblico alla costa. Il progetto è inoltre collegato a un’iniziativa della famiglia di Jared Kushner, circostanza che ha ulteriormente alimentato le polemiche.
Su una cosa, però, non dovrebbe esserci ambiguità, una democrazia non si misura soltanto dalla capacità di approvare grandi progetti, si misura dalla capacità di ascoltare il dissenso senza trattarlo come un fastidio da rimuovere.
E qui arriva la parte più inquietante.
Le manifestazioni sono progressivamente degenerate anche in episodi di tensione e scontri con la polizia. A settembre, quando il Parlamento è tornato a riunirsi dopo la pausa estiva, i manifestanti hanno tentato di superare i cordoni delle forze dell’ordine; la polizia è intervenuta e ci sono stati fermi.
La violenza non rende automaticamente giusta una protesta, ma neppure gli scontri cancellano le domande che l’hanno generata.
Il potere ha una responsabilità maggiore di chi protesta, deve dimostrare, spiegare, rendere trasparenti le decisioni.
E l’opposizione, dal canto suo, non può pensare che ogni malcontento sia automaticamente una delega politica, una piazza non sostituisce un programma, un’elezione o le istituzioni.
Questa è la vera partita che si gioca oggi in Albania.
Non soltanto un progetto sulla costa, non soltanto Edi Rama, non soltanto una manifestazione.
Si decide se il dissenso possa essere ascoltato prima di trasformarsi in rabbia; se lo sviluppo debba significare necessariamente cementificazione; se gli interessi privati possano convivere con il bene pubblico; e soprattutto se le istituzioni siano abbastanza solide da reggere una contestazione lunga, rumorosa e scomoda.
Dopo cento giorni, continuare a guardare la piazza come un inconveniente significa non aver capito la piazza.
La domanda ormai non è quanto a lungo continueranno a protestare.
La domanda è quanto a lungo il potere potrà permettersi di non dare risposte convincenti.
