Entrambi erano cittadini italiani uccisi all’estero
La morte di Giulio Regeni e quella di Luca Attanasio riguardano due vicende diverse, maturate in contesti politici e giudiziari distinti. Non è quindi possibile sovrapporre automaticamente responsabilità, dinamiche e strumenti d’indagine. Esiste tuttavia un elemento
comune: entrambi erano cittadini italiani uccisi all’estero, e in entrambi i casi la ricerca della verità ha incontrato ostacoli rilevanti.
La domanda che ne deriva riguarda la diversa intensità dell’impegno istituzionale e giudiziario: perché, di fronte a due morti italiane, il percorso verso l’accertamento delle responsabilità sembra procedere a velocità così differenti?
Per il caso Regeni, dopo più di dieci anni, è arrivata una sentenza. Il 28 settembre la Corte d’Assise di Roma ha condannato tre agenti egiziani a dieci anni per l’uccisione del ricercatore e ha assolto un quarto imputato. Si tratta di una verità processuale, maturata attraverso un procedimento complesso e celebrato anche in assenza degli imputati. Non coincide necessariamente con una ricostruzione definitiva di tutti gli aspetti della vicenda, ma rappresenta comunque un punto fermo sul piano giudiziario.
Il caso di Luca Attanasio presenta invece un esito molto diverso. Attanasio non era soltanto un cittadino italiano all’estero. Era l’ambasciatore della Repubblica Italiana nella Repubblica Democratica del Congo e rappresentava formalmente lo Stato italiano. Fu ucciso durante uno spostamento legato alla sua attività diplomatica, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci. Questa circostanza attribuisce alla vicenda una rilevanza istituzionale specifica.
L’uccisione di un ambasciatore riguarda infatti non solo la sorte individuale della vittima, ma anche la sicurezza e l’autorevolezza della rappresentanza dello Stato. Per questa ragione, l’accertamento delle responsabilità dovrebbe richiedere un impegno particolarmente rigoroso.
E proprio qui si apre una zona d’ombra che non riguarda soltanto ciò che è avvenuto sul terreno, ma anche ciò che avrebbe dovuto essere predisposto prima che l’ambasciatore vi mettesse piede. La sicurezza di una missione diplomatica in un’area ad alto rischio non è un dettaglio amministrativo, né una variabile affidata alla buona sorte. Coinvolge valutazioni, informazioni, protocolli e apparati dello Stato, compresi quelli chiamati a proteggere i suoi rappresentanti più esposti.
Nel caso Attanasio, resta dunque una domanda che non può essere liquidata come una semplice questione tecnica: le misure di sicurezza predisposte per l’ambasciatore erano adeguate al rischio conosciuto? E, soprattutto, chi aveva la responsabilità di valutarle, coordinarle e verificarle?
Non si tratta di attribuire automaticamente una responsabilità penale a strutture o funzionari italiani. Si tratta di capire se, accanto alla ricerca degli esecutori materiali, sia stata esaminata con la stessa attenzione la catena delle decisioni che ha preceduto quella missione. Anche perché, quando sono coinvolti apparati sensibili dello Stato e personale destinato alla protezione diplomatica, la trasparenza può incontrare limiti comprensibili, ma non può trasformarsi in una ragione per non porre più domande.
Sul caso Attanasio, invece, il procedimento giudiziario ha incontrato ostacoli che rischiano di impedirne l’approfondimento. Nel settembre 2026 la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del secondo filone dell’inchiesta, relativo a una banda di cittadini congolesi che aveva inizialmente ammesso il proprio coinvolgimento nell’agguato per poi ritrattare.
Secondo la Procura, la mancata collaborazione delle autorità congolesi ha impedito ulteriori verifiche. Il primo filone si era già concluso con il non luogo a procedere nei confronti di due dipendenti del Programma alimentare mondiale, in ragione dell’immunità diplomatica loro riconosciuta.
Il confronto tra i due casi non implica che le autorità giudiziarie debbano perseguire una condanna a ogni costo. Il diritto penale richiede prove verificabili e non consente di trasformare ipotesi o sospetti in responsabilità accertate. Allo stesso modo, una sentenza non esaurisce necessariamente la complessità storica di una vicenda.
La questione riguarda piuttosto la continuità e l’intensità della ricerca. Nel caso Regeni, le istituzioni italiane hanno mantenuto aperto il confronto con l’Egitto anche in presenza di una collaborazione limitata. Nel caso Attanasio, il rischio è che le difficoltà della cooperazione giudiziaria internazionale finiscano per determinare, di fatto, la conclusione dell’indagine.
Ma il rischio è anche un altro: che l’impossibilità di procedere contro soggetti stranieri diventi, silenziosamente, un modo per non verificare fino in fondo eventuali responsabilità interne. Quando l’indagine si concentra soltanto su chi ha materialmente sparato o organizzato l’agguato, può restare fuori campo la domanda sulle condizioni che hanno reso possibile l’esposizione della vittima. E quella domanda, nel caso di un ambasciatore, riguarda inevitabilmente anche lo Stato che lo aveva inviato e gli apparati incaricati di assisterlo.
L’archiviazione di un procedimento non equivale necessariamente alla spiegazione completa di una morte. Nel caso Attanasio restano interrogativi che non possono essere considerati risolti soltanto sulla base dell’assenza di collaborazione da parte delle autorità congolesi. La Procura ha esaminato anche elementi emersi da inchieste giornalistiche e dagli approfondimenti dei legali della famiglia, compresa una pista relativa a una miniera nell’area di Lueshe. Tuttavia, senza la possibilità di svolgere ulteriori verifiche sul terreno, tali elementi non hanno potuto essere trasformati in conclusioni giudiziarie.
Il punto, dunque, non è stabilire quale delle due vicende abbia ricevuto maggiore attenzione, né mettere in discussione la legittimità delle decisioni assunte dai magistrati. È verificare se lo Stato italiano abbia garantito, nel caso Attanasio, lo stesso livello di determinazione istituzionale dimostrato nel caso Regeni.
E questa verifica dovrebbe comprendere anche il comportamento degli apparati italiani preposti alla sicurezza. Non per costruire a posteriori un colpevole nazionale, ma per accertare se le informazioni disponibili siano state valutate correttamente, se i protocolli siano stati rispettati, se le richieste di protezione siano state ascoltate e se, dopo l’agguato, ogni elemento utile sia stato messo a disposizione degli investigatori.
Su questi aspetti, il silenzio può essere giustificato dalla riservatezza. Ma la riservatezza non dovrebbe diventare una forma di immunità politica. Né dovrebbe produrre l’effetto paradossale per cui si pretende chiarezza dagli altri Stati mentre si evita di guardare con la stessa severità dentro i propri apparati.
La Repubblica dovrebbe considerare con la medesima serietà ogni uccisione di un proprio cittadino all’estero. Nel caso di un ambasciatore, questa responsabilità assume un rilievo ulteriore, perché riguarda anche la tutela della funzione diplomatica e la credibilità dello Stato che egli rappresentava.
La sentenza sul caso Regeni costituisce un risultato giudiziario importante, pur nei limiti propri di un procedimento complesso e celebrato in assenza degli imputati. Il caso Attanasio, invece, rischia di rimanere privo di una risposta giudiziaria adeguata non per l’assenza di interrogativi, ma per l’impossibilità di svolgere accertamenti sufficienti.
È una distinzione che merita attenzione.
La verità processuale può dipendere dalle prove disponibili, ma la responsabilità politica e istituzionale dello Stato consiste anche nel fare in modo che le condizioni per acquisire quelle prove siano ricercate con continuità, per quanto consentito dagli strumenti del diritto internazionale.
E consiste anche nel verificare se lo Stato abbia fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per proteggere chi lo rappresentava. Se questa verifica non viene compiuta, o viene lasciata ai margini dell’inchiesta, il rischio è che la vicenda venga ridotta alla sola ricerca di una banda locale, mentre restano inesplorate le decisioni, le omissioni e le responsabilità che hanno preceduto l’agguato.
Per questo la vicenda di Luca Attanasio non dovrebbe essere considerata conclusa soltanto perché le indagini hanno incontrato ostacoli. La ricerca delle responsabilità può fermarsi quando non esistono più strumenti giuridici praticabili, ma non dovrebbe essere abbandonata per semplice assuefazione, per il progressivo venir meno dell’attenzione pubblica o perché alcune domande riguardano apparati che lo Stato preferisce non esporre.
La verità, in questo caso, non riguarda soltanto chi ha ucciso l’ambasciatore. Riguarda anche quanto lo Stato sapesse, quanto avesse previsto e quanto abbia fatto per impedirlo.
Alberto Scafella
