Una recensione/opinione ficcante e pungente, ben consapevole della nuova criminalità che ci circonda
Roberto Riccardi è un Generale dell’Arma dei Carabiniere e uno scrittore italiano che ha pubblicato numerosi libri, perlopiù storici e gialli, con relativi riconoscimenti di pubblico e critica. Quanto segue si spera che non sia frutto di un caso di omonimia.
Da qualche giorno gira su WhatsApp un riferimento a un film che si inoltra tra le pieghe più nascoste dei risvolti criminali da imputare ad una immigrazione ben lontana dall’integrazione, all’origine di fatti di cronaca nera raramente perseguiti con giustizia e lungimiranza. Troppi intralci politici meramente ideologici si frappongono tra una civiltà sempre più lontana dalle sue radici civiche e ideologiche e sempre più ostaggio di un movimento multirazziale gestito con poca lucidità.
Senza entrare nei motivi e nelle cause, che riterrebbero pagine di libri già scritti, il testo che circola su WhatsApp fa riferimento a Citizen Vigilante, un thriller del 2026 scritto e diretto dal regista tedesco Uwe Boll, girato in Germania e in Croazia.
Il film racconta la storia di Michael Sanders, un vigilante mosso dall’indignazione per il deterioramento della legge e dell’ordine pubblico. Un “giustiziere della notte” che prende di mira i criminali… Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Citizen_Vigilante
Il film è entrato nelle corde di Roberto Riccardi, il quale ha distribuito su WhatsApp la “recensione e l’opinione” della quale mi approprio sperando nell’indulgenza del “collega scrittore” che ha reso quanto segue, di pubblico dominio.
Colpito dal testo, pensando a Lamin Saidilly, l’accoltellatore di Milano, e le sue parole: “mi sono divertito, appena esco lo rifaccio”, lascio a ogni lettore interessato il giudizio e le riflessioni di Roberto Riccardi, immaginando che il testo così firmato, sia effettivamente frutto della sua condivisa mano. Buona lettura:
“Citizen Vigilante è un film che fa paura, ma alle istituzioni. Temono l’effetto emulazione e forse hanno ragione, il rischio c’è. Sanno perfettamente che, per colpa dell’immigrazione incontrollata, la sicurezza è al punto di rottura, ma appaiono impotenti.
È la storia di un veterano americano che in una città europea fa quello che lo Stato si rifiuta di fare: punire chi stupra, chi accoltella, chi ammazza. E punisce anche chi li rimette in libertà. Nel film un branco di immigrati di seconda generazione violenta a turno una minorenne. Vengono rimessi in libertà. Lo psicologo li aspetta. La promessa di non farlo più basta al giudice.
La polizia non cerca gli stupratori. Cerca il vigilante. Il vigilante cerca il giudice. Lo trova. Lo uccide. Perché nel film la catena della colpa non si ferma al criminale: risale fino a chi lo ha rimesso in strada.
Chi liquida questa trama come fantasia xenofoba non ha letto i giornali. Il regista non ha inventato nulla. Ha preso un caso giudiziario e lo ha filmato. Ad Amburgo un gruppo di adolescenti migranti ha stuprato una quattordicenne, l’ha filmata col telefono, l’ha lasciata seminuda sul selciato sotto zero. Tre dei responsabili hanno ottenuto pene sospese. Decine di migliaia di tedeschi hanno dovuto firmare una petizione per chiedere che uno stupratore di gruppo finisse in carcere.
La Germania non ha vietato il film. Ha fatto di meglio: non gli ha concesso la classificazione d’età. Senza quel timbro il film non esiste. Non serve bruciare i libri. Basta non classificarli. Musk lo ha però caricato su X, dieci milioni di visualizzazioni in diciotto ore, numero uno su Amazon Prime e sta scalando youtube. A Roma Welcome to Favelas sta organizzando la proiezione gratuita.
La censura ha fatto ciò che la censura fa sempre: ha creato un manifesto. Ma il manifesto funziona perché il bisogno è reale. E il bisogno si chiama sicurezza. In Italia più che altrove.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno elaborati dalla Fondazione Hume, nel 2024 il 44% degli abusi sessuali sulle donne è stato commesso da immigrati. Il 9% della popolazione.
Tra i giovani si sfiora il 60%. Quasi la metà delle rapine è commessa da stranieri. Nelle carceri il 31,8% dei detenuti è straniero. Fra gli irregolari il tasso di criminalità è 34 volte superiore a quello degli italiani. Quindici volte per gli omicidi.
Aurora Livoli aveva diciannove anni. Violentata e strangolata in un cortile di Milano da un immigrato irregolare dal 2019. Espulso due volte, condannato per stupro, rientrato, riarrestato, passaporto scaduto, CPR rifiutato per “patologia delle vie urinarie,” rimesso in strada con l’ordine di lasciare l’Italia entro sette giorni.
Non è partito. Ha ucciso. La fedina penale era tutta lì, visibile, documentata, ma ignorata. La catena è sempre la stessa: precedenti, espulsione, espulsione ineseguita, delitto.
Il pattern europeo conferma. In Svezia il 93% dei condannati per stupro di gruppo è di origine straniera. In Gran Bretagna il rapporto Lowe stima 250.000 ragazzine vittime di gang a predominanza pakistana musulmana. In 149 distretti. Per decenni. La polizia sapeva e non interveniva perché “sarebbe razzista.” La stessa polizia che oggi arresta trenta persone al giorno per post sui social e smonta le bandiere di San Giorgio dai lampioni.
A Belfast un richiedente asilo sudanese tenta di decapitare un uomo e la prima ministra condanna Elon Musk che scrive un post. Il problema è sempre chi ne parla. Mai chi lo fa.
Va detto che la politica sussurra e i giornali scrivono con i guanti: il problema ha una connotazione specifica. Non è generico. È documentato. E chi si rifiuta di nominarlo non protegge i musulmani integrati, li condanna. Perché la rabbia collettiva non fa distinzioni e chi ha impedito di farle per vent’anni è il primo responsabile del giorno in cui non si farà più credito a nessuno. Il punto non è attribuire una colpa collettiva, ma impedire che l’omertà statistica produca proprio quella colpa collettiva.
L’egiziano che lavora dodici ore in pizzeria, il marocchino che manda i figli a scuola pagheranno il conto per chi stupra e si nasconde dietro le “differenze culturali.” Sta già accadendo. E qui arriviamo alla domanda che dovrebbe togliere il sonno a chi governa la giustizia.
Le sentenze in Italia sono atti pubblici. Lo dice il codice, lo ha ribadito il TAR del Lazio. Cosa accadrebbe se domani un qualsiasi movimento sovranista aprisse un sito dedicato alla raccolta sistematica di queste sentenze? In linea di principio nulla di illegale. Un archivio ordinato per città, per reato, per nazionalità dell’imputato. Con nome e cognome del giudice, la pena inflitta e la pena minima che il codice prevedeva. Nessun commento. Nessuna opinione. Solo sentenze. Solo nomi.
Se non esiste ancora non è perché sia vietato. È perché nessuno ci ha pensato. Il giorno che qualcuno ci penserà, finiranno gli alibi di chi sostiene che siano tutte notizie fasulle, bieca propaganda o una sbagliata percezione.
Chi governa l’Europa ha due strade: proteggere i propri cittadini o proteggersi dai propri cittadini. Finora ha scelto la seconda. E ogni giorno che passa il giustiziere immaginario diventa, purtroppo, un po’ meno immaginario”.
Autore: Roberto Riccardi
Scarica in PDF
Pazzesco. Grazie, Carlo. Cose che tutti sanno e che nessuno osa dire. Quasi nessuno. Per rispetto del politicamente corretto.
Vorrei farne parte,la giustizia è contro i cittadini onesti e lavoratori. Basta con questi falsa ideologia, la chiesa deve mettersi da parte adesso ci pensiamo noi.Ci vuole polso e vera giustizia non chiacchiere e fiori inutili.
Anch’io vorrei farne parte al film.
All’egiziano del quarto piano che urla alla moglie, già faccio parte, mio malgrado.
E detesto i fiori inutili, fin dall’infanzia, giuro!
Tanto quando ci sarà Vannacci-Salvini Premier…..
ZAC ZAC
È uscito un titolo su un quotidiano dove si scrive: insegnante di religione picchia alunni. Dopo qualche giorno la verità: un imam di 47 anni ha picchiato bambini durante le lezioni di Islam. Sta a noi continuare a cercare la verità evitando tifo da stadio ma non celandoci gli occhi. Ricordate le nostre città solo 20 anni fa?…