Una piccola storia di materia ai Docks Dora
Ci sono fotografie nelle quali gli oggetti sembrano essersi dati appuntamento senza che nessuno li abbia convocati. Non sono necessariamente fotografie costruite. A volte basta accorgersi che, nello stesso luogo, cose nate per scopi diversi hanno cominciato a
parlarsi.
Accade in un piccolo soppalco dei Docks Dora di Torino. Una scala d’acciaio conduce a una scrivania, il luogo dal quale un fotografo passa una parte del suo tempo a scrivere e a elaborare immagini, per puro piacere. Una costruzione essenziale: acciaio per la struttura e per i gradini, OSB per il pavimento, ferro per il mancorrente. Materiali funzionali, quasi inevitabili in un ambiente che porta ancora con sé la memoria della produzione industriale.
Poi c’è un pezzo di noce.
Proviene da una tavola più grande che, nelle mani del proprietario, ha avuto una seconda vita. Da quel legno sono stati ricavati tre frammenti, ciascuno intagliato con la diramazione di un albero. Il rilievo percorre tre lati del pezzo e gli altri due frammenti sono stati collocati più avanti, lungo il mancorrente, accompagnando la salita.
È curioso: un albero scolpito nel legno segue una struttura di ferro.
Come se la natura, trasformata in segno dall’uomo, avesse trovato una nuova possibilità di crescita proprio dentro un’architettura industriale.
Più in alto compare un teschio.
Non è un osso e non è un reperto. È un modello anatomico in PVC, di quelli utilizzati negli ambulatori e negli studi professionali per l’insegnamento dell’anatomia. Il suo sorriso, prodotto dalla naturale esposizione della dentatura, potrebbe sembrare una citazione del memento mori, ma in realtà c’è qualcosa di più semplice e quasi divertito: è un oggetto didattico che, fuori dal suo contesto abituale, è diventato un elemento dell’immaginario.
E poi c’è la ragnatela.
È forse il dettaglio più discreto e, proprio per questo, quello che rischia di sfuggire.
La ragnatela si tende fra gli elementi della scala e introduce nella geometria rigorosa dell’acciaio una geometria completamente diversa. Non è progettata, non è saldata, non è disegnata. È cresciuta lì, secondo una logica propria.
Il ferro segue la linea retta.
Il legno porta la memoria dell’albero.
La ragnatela costruisce una geometria provvisoria.
Il teschio rappresenta la struttura interna dell’uomo.
E tutto questo viene tenuto insieme dalla luce.
Quella della fotografia è la luce di uno dei tramonti che dai Docks Dora si possono vedere. Una luce capace di trasformare per qualche
minuto il carattere dei materiali: l’acciaio diventa quasi nero, il PVC acquista una morbidezza inattesa, il legno conserva la sua presenza tattile e la ragnatela, quasi invisibile durante il giorno, diventa improvvisamente leggibile.
La fotografia non sembra allora raccontare il teschio, né la scala, né l’albero.
Racconta la loro convivenza.
È una piccola composizione che non ha bisogno di essere stata concepita come un’opera per assumere una forma quasi scultorea. Una parte è stata progettata: la scala, il soppalco, il mancorrente. Una parte è stata fatta a mano: gli intagli nel noce. Una parte è stata scelta: il modello anatomico. E una parte è semplicemente accaduta: la ragnatela e, ogni sera, quella particolare luce.
Forse è proprio qui che i Docks Dora entrano davvero nella fotografia.
Perché questo luogo torinese, nato per il lavoro e oggi abitato da studi, laboratori, artisti e attività diverse, sembra possedere una particolare capacità di far convivere ciò che normalmente appartiene a mondi separati.
L’industriale e l’organico.
Il progettato e l’imprevisto.
La mano dell’uomo e il lavoro invisibile di un ragno.
La materia grezza e la sua rappresentazione.
Il passato del luogo e l’uso presente che se ne fa.
E in cima alla scala c’è una scrivania.
Da lì, ogni tanto, si guarda la città, si scrive qualcosa, si lavora su un’immagine. Non c’è un programma, non c’è necessariamente la volontà di produrre un’opera. C’è piuttosto la curiosità di vedere cosa succede quando le cose vengono lasciate abbastanza vicine da poter dialogare.
Forse l’arte, qualche volta, comincia proprio così: non quando si aggiunge qualcosa, ma quando ci si accorge di ciò che era già lì.
Gerardo Di Fonzo
